Turandot - Macerata Opera Festival 2017, Sferisterio (Macerata)

Scritto da  Sabato, 07 Ottobre 2017 

Un successo senza precedenti quello registrato dal duo ricci/forte, per la prima volta alle prese con il repertorio lirico classico, peraltro in una cornice di assoluto prestigio quale il Macerata Opera Festival con il suo incredibilmente suggestivo Sferisterio, culla dei più ricercati ed esigenti melomani italiani. Avventura decisamente impervia che però Stefano Ricci e Gianni Forte hanno affrontato con la loro inconfondibile cifra stilistica, uno sguardo onesto e disincantato e la loro capacità ineffabile di vivisezionare il reale, abbatterne le sovrastrutture e catturarne l’essenza viscerale. Il risultato è una “Turandot” magistralmente in equilibrio tra eleganza formale e pathos struggente; una “Turandot” da record, con quattro repliche completamente sold-out e ben 8987 spettatori paganti, come mai accaduto al festival maceratese; una “Turandot” in grado di annientare le resistenze del pubblico più ostinatamente ancorato alla tradizione che, alla fine della rappresentazione, non può che unirsi, commosso ed entusiasta, all’applauso scrosciante dell’intero Sferisterio.

 

TURANDOT
con France Dariz (la principessa Turandot), Stefano Pisani (l'imperatore Altoum), Alessandro Spina (Timur), Rudy Park (il principe ignoto Calaf), Davinia Rodriguez (Liù), Andrea Porta (Ping), Gregory Bonfatti (Pang), Marcello Nardis (Pong), Nicola Ebau (un mandarino), Andrea Cutrini (il principe di Persia), Catia Cursini (Ancella) e Linda Ferrari (Ancella)
mimi/attori Paolo Andrenucci, Orazio Caputo, Mauro Cardinali, Thomas Couppey, Gabriel Da Costa, Francesco Martino, Piersten Leirom, Daniele Profeta, Giuseppe Sartori, Simon Waldvogel
direttore Pier Giorgio Morandi
progetto creativo Gianni Forte e Stefano Ricci
regia Stefano Ricci
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Gianluca Sbicca
movimenti scenici Marta Bevilacqua
maestro del coro Carlo Morganti
maestro del coro di voci bianche Gian Luca Paolucci
assistente alla regia Liliana Laera
assistente alle scene Eleonora De Leo
assistente ai costumi Gianluca Carrozza
Fondazione Orchestra Regionale delle Marche
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Coro di voci bianche Pueri Cantores “D. Zamberletti”
Complesso di palcoscenico Banda “Salvadei”
Coproduzione con il Teatro Nazionale Croato di Zagabria

 

Turandot ricci/forteA ben guardare questo incontro con l’algida principessa pucciniana non costituisce per ricci/forte il primo attraversamento del confine tra prosa contemporanea e melodramma lirico. Già due anni fa infatti, nell’ambito del Progetto Opera Nova 2015, il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto aveva commissionato loro i testi e la drammaturgia (su partitura musicale del compositore Andrea Cera) di uno spettacolo indubbiamente interessante, “A Christmas Eve”, che per la sua potenza visionaria e simbolica avrebbe meritato ben più ampia circuitazione sui palcoscenici italiani.

A due anni da questo primo excursus, anni densi di un’incessante ricerca teatrale condotta per lo più in contesti internazionali ben più attenti e fecondi dell’arida tundra italica, ecco dunque Stefano Ricci e Gianni Forte tornare ad affacciarsi ai sofisticati loggioni lirici, stavolta per confrontarsi con il capolavoro incompiuto di Giacomo Puccini. E l’ approccio seguito è tutt’altro che irriverente e dimentico dei cardini dell’opera originaria: al contrario la direttrice lungo la quale si dipana il loro lavoro è sfrondare il superfluo, in primo luogo le opprimenti cineserie di dubbio gusto che per troppi decenni ne hanno costellato l’immaginario visivo; ritornare al principio, alle radici dell’ispirazione dell’autore, instaurando una profonda e palpabile empatia; rispettare con scrupolo la partitura musicale ed il libretto, circoscrivendo la sperimentazione alla costruzione registica; lasciare le briglie della creatività libere di costruire panorami onirici incastonati nel ghiaccio polare di una Natura matrigna ed inospitale, che è cristallino riflesso del gelo dell’anima della protagonista; ultima ma certamente non per importanza, proprio lei, la sanguinaria eppure fragile protagonista, tratteggiata con dovizia di particolari in una chiave psicanalitica e simbolica di indiscusso fascino e modernità.

Turandot ricci/forteLa principessa Turandot dipinta da ricci/forte è la burattinaia di una corte di spettri plasmati dalla sua fantasia di donna-bambina, rimasta ancorata alle illusioni acerbe di un’infanzia mai abbandonata e al trauma dell’oltraggio subito da una sua antenata da parte di uno straniero. Piuttosto che lasciarsi andare al normale fluire dell’esistenza ha preferito asserragliarsi in un imperiale igloo di solitudine, irrorato solamente dal sangue degli innumerevoli pretendenti che hanno osato aspirare a riscaldare il suo cuore. Cavalcando il suo mastodontico destriero, nemmeno a dirlo un niveo orso polare, commina pene capitali ai poveri sventurati che l’hanno chiesta in sposa per poi fallire nello scioglimento dei tre oscuri enigmi da lei proposti; nessuno scrupolo morale o tenerezza albergano nel suo animo, arido baluardo impenetrabile per chiunque. Proprio mentre sta per essere eseguita la condanna a morte della sua ultima vittima, il Principe di Persia, rimane preda del suo fatale incantamento un misterioso sconosciuto, il quale risoluto suona il gong candidandosi per sostenere la perigliosa prova. Si tratta del principe Calaf che riconosce nel tumulto della corte pechinese il vecchio padre Timur, re dei Tartari in esilio, accompagnato dalla devota schiava Liù.

Turandot ricci/forteLa consueta spirale di atroce sofferenza sembra ormai innescata ed i ministri imperiali Ping, Pong e Pang per l’ennesima volta si accingono ad allestire le nozze, o molto più prevedibilmente le esequie, per il coraggioso cavaliere. Stavolta però il destino imprevedibilmente percorrerà un sentiero fausto: con piglio risoluto Calaf disvela i tre arcani - rispettivamente la Speranza, il Sangue e la stessa Turandot - scampando il martirio ed assicurandosi la mano dell’austera principessa che, sconvolta, si getta immediatamente ai piedi del padre, l'imperatore Altoum, supplicandolo di non permettere che il vile straniero si impossessi di lei. E’ però proprio Calaf a concedere un’ultima opportunità di scampo: se prima dell’alba Turandot scoprirà il suo nome il vincolo nuziale sarà sciolto e lui sarà condannato a morte; l’efferata principessa innescherà allora una notte di furibonde ricerche, senza però alcun barlume di esito, che porterà via con sé anche il sangue dell’eterea Liù, pronta ad immolarsi pur di proteggere il nome e la vita dell’adorato Calaf. Questo luttuoso evento e la rivelazione finale del temerario tartaro che confessa a Turandot il proprio nome poco prima dell’aurora, consentendole di impugnare il coltello dalla parte del manico, vinceranno finalmente le sue resistenze, inducendola finalmente ad accogliere l’amore con pienezza e totalizzante senso di liberazione.

Turandot ricci/forteNella lettura dell’opera pucciniana proposta da Stefano Ricci e Gianni Forte protagonista assoluta è la pregiata tessitura musicale, diretta con sapiente ricercatezza da Pier Giorgio Morandi che guida con solidità e carisma i maestri dell’ Orchestra Regionale delle Marche e del Complesso di palcoscenico Banda “Salvadei” ed armonizza perfettamente nella composizione anche il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” ed il Coro di voci bianche Pueri Cantores “D. Zamberletti”. Assolutamente convincenti le prove di tutti gli interpreti: il soprano France Dariz (che ha sostituito Iréne Theorin, infortunatasi subito dopo il debutto per un banale incidente) incarna Turandot con vigorosa presenza scenica ed un fraseggio musicale ed appassionato; Rudy Park, tenore coreano ormai naturalizzato italiano dopo gli studi al Conservatorio di Santa Cecilia e numerose esperienze professionali nel nostro Paese, è un generoso Calaf, impreziosito da un personalissimo colore vocale e da una sorprendente potenza che dirompe in special modo nel celeberrimo “Nessun dorma”; particolarmente toccante ed empatica la prova recitativa della soprano spagnola Davinia Rodriguez nei panni della schiava Liù, ritratta con romantica intensità e impeccabile precisione; assolutamente efficaci infine Andrea Porta, Gregory Bonfatti e Marcello Nardis, sia nell’intrecciare le loro vocalità che nel colorare interpretativamente i personaggi dei tre ministri Ping, Pang e Pong, inflessibili strumenti di morte nelle mani dell’implacabile sterminatrice Turandot.

Turandot ricci/forteLa costruzione scenografica concepita da Nicolas Bovey concretizza il disegno creativo di ricci/forte andando a definire in maniera nitida ed imponente lo sconfinato spazio scenico offerto dalla suggestiva mezzaluna dello Sferisterio maceratese. Rigorosamente bandita ogni tentazione di lezioso orientalismo, il regno dell’algida Turandot viene tratteggiato come una glaciale landa inospitale, scarna, nuda ed asettica, definita geometricamente da tre enormi parallelepipedi trasparenti, strutture modulari e mobili che di quadro in quadro assolvono alla funzione di serre all’interno delle quali coltivare rigogliose piante al riparo del gelo circostante, o di laboratori avveniristici tra le cui mura plasmare automi senzienti lontano dalle umane passioni e da animare solamente su perentorio ordine della dittatoriale principessa, o ancora circoscrivono le imperscrutabili stanze dell’inconscio in cui si è inconsapevolmente asserragliata per timore di soffrire e di abbandonarsi con pienezza al fluire dell’esistenza. Completano questo inconsueto e ad un tempo formalmente ineccepibile apparato visivo, la presenza incombente e vagamente grottesca di un orso polare su cui Turandot si aggira con piglio da moderna amazzone e delle tavole metalliche spostate all’occorrenza lungo il palcoscenico per comporre nuovi scenari e prospettive. Regalano vivacità e incisività alla scena i costumi curati da Gianluca Sbicca, come nel caso del numeroso coro agghindato in pregiati abiti anni Quaranta-Cinquanta in tutte le possibili sfumature del verde, andando anche a sottolineare le più significative evoluzioni psicologiche dei personaggi, come accade per Turandot che trascolora dalle imponenti vesti di color giallo o porpora dalla foggia imperiale alla palandrana plumbea dell’epilogo quando, abbandonando i fulgori principeschi, fugge lontana stringendo la mano dell’amato Calaf.

Turandot ricci/forteEstremamente d’impatto l’apparato registico, capace di valorizzare al meglio la messa in scena avvincendo costantemente l’attenzione dello spettatore. Alcune scene in particolare rimangono scolpite indelebilmente nella memoria, paesaggi visivi intrisi di emozioni lancinanti. Due esempi su tutti: il passaggio in cui Turandot sottopone Calaf alla mortifera triade di enigmi, con la principessa incastonata in una teca di cristallo irrorata dal sangue delle innumerevole vittime che insozzano la sua coscienza e l’ardimentoso pretendente in risoluta marcia verso di lei con i corpi nudi delle guardie di corte che tentano di trattenerlo, contorcendosi in un bassorilievo plastico di ineffabile suggestione ed originalità; l’emozionante epilogo in cui, subito prima della sospirata fuga d’amore verso l’ignoto, il coro si presenta sul proscenio tra il lampeggiare di flash, andando a comporre con dei cartelli la storica frase di Paolo Borsellino “Chi ha paura muore ogni giorno”, trasferendo il dirompente messaggio sociale e politico nella sfera umanissima del sentimento e del concedersi con ardimento il rischio di stravolgere la propria esistenza per inseguire i propri sogni più autentici.

Doveroso menzionare infine uno degli assi portanti della rappresentazione, continuamente in scena a plasmarne l’incedere con sicurezza, traducendo in afflato corporeo le immaginifiche visioni dell’universo riccifortiano: si tratta dell’ensemble di mimi/attori in cui riconosciamo il talento di roccaforti del teatro di Stefano Ricci e Gianni Forte come Giuseppe Sartori, Piersten Leirom, Simon Waldvogel e Gabriel Da Costa, ottimamente accompagnati in questo progetto da Paolo Andrenucci, Orazio Caputo, Mauro Cardinali, Thomas Couppey, Francesco Martino e Daniele Profeta.

Turandot ricci/forteQuesta “Turandot” maceratese segna con imperiosa decisione un nuovo capitolo nel percorso artistico di una compagnia che da ormai un decennio prosegue con incoercibile impegno a ricercare nuovi linguaggi e possibilità espressive, a indagare il contemporaneo creando potenti cortocircuiti con la tradizione, a travolgere lo spettatore con una visione sempre onesta e con creazioni di una bellezza dirompente. Un capitolo destinato a non rimanere niente affatto isolato, in quanto è stato già annunciato l’arrivo di un nuovo dittico operistico con la regia di ricci/forte, costituito dal dramma con musica in quattro quadri “La mano felice” (musica e libretto di Arnold Schönberg) e dall’opera in un atto “Il castello del Principe Barbablù” (musica di Béla Bartók e libretto di Béla Balázs), con la direzione del Maestro ungherese Gregory Vajda; l’appuntamento è dal 18 al 27 novembre 2018 al Teatro Massimo di Palermo per un nuovo allestimento che si preannuncia assolutamente da non perdere.

 

Sferisterio - Piazza Giuseppe Mazzini 10, 62100 Macerata
Per informazioni e prenotazioni: telefono 0733/261335, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: 17 luglio (anteprima giovani), 21 e 29 luglio, 4 e 13 agosto ore 21
Durata spettacolo: lo spettacolo è diviso in tre parti di 35, 44 e 44 minuti con due intervalli di 20 minuti

Articolo di: Andrea Cova
Sul web: www.sferisterio.it - www.teatromassimo.it

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