Trote - Teatro della Cometa (Roma)

Scritto da  Domenica, 28 Ottobre 2012 

Trote Torna in scena a Roma, dal 23 ottobre al 18 novembre, al Teatro Della Cometa “Trote”, testo scritto da Edoardo Erba appositamente per la coppia artistica, ormai supercollaudata, formata da Paolo Triestino e Nicola Pistoia, che ne curano anche la regia.

 

 

 

 

 

TROTE
di Edoardo Erba
con Nicola Pistoia, Paolo Triestino, Elisabetta De Vito
regia Paolo Triestino, Nicola Pistoia
scene Alessandra Ricci
costumi Isabella Rizza
light design Luigi Ascione
suono Huber Westkemper

 

Il testo del drammaturgo pavese, considerato uno dei migliori del nostro tempo (sua è anche la commedia che ha riscosso notevole successo “Muratori”, scritta sempre per Triestino e Pistoia), porta in scena con delicatezza e ironia, non senza un sentimento di comune amarezza, la precarietà e il valore a volte effimero della vita, in un sottile e continuo riferimento all’ineluttabilità della morte
Il senso della vita e il peso, democratico e indiscriminato, della morte aleggiano sempre nei dialoghi costruiti con un linguaggio semplice, ma efficace nell’innescare nell’animo dello spettatore riflessioni e interrogativi sulla condizione materiale e spirituale in cui le caratteristiche dei nostri tempi ci “obbligano” a vivere. Ecco allora che, per rifuggire da un modus vivendi che provoca inquietudine, ansie, paure e incertezze i nostri protagonisti delineano i caratteri dei rispettivi personaggi: Triestino è Maurizio, un meccanico ipocondriaco, sempre travolto dall’ansia di una malattia incombente, dalla paura – che diventa fobia e ossessione – della morte; Pistoia è Luigi, un operaio logorato dalla monotonia di una vita vissuta tra la fabbrica e le ingerenze di una madre troppo assillante. Entrambi vivono un disagio esistenziale che cercano a tutti i costi di superare: l’uno con l’affannosa ricerca della conferma del rischio scongiurato di una malattia e con il voler mantenere, con le difficoltà di gestione che il caso presuppone, una relazione extraconiugale; l’altro con l’irrinunciabile rito di trascorrere nell’amenità di uno spazio ai bordi dell’Aniene la giornata del sabato, investita con solitaria dedizione nella pesca e nei suoi collaterali e scaramantici rituali.
I loro destini si incrociano, come spesso succede, per un caso del tutto fortuito: un errore nella consegna di un referto di analisi. Dopo un primo momento in cui Maurizio, al cospetto della moglie e della certificata malattia, si mostra uomo fragile, disperato e pentito al punto di confessare - per alleggerire la sua coscienza in vista della possibilità di una morte imminente -  il tradimento, scoperto l’equivoco egli decide di cercare il destinatario di quel referto, che più che una diagnosi è una sentenza inappellabile.
L’incontro tra i due diventa occasione per un confronto diretto e genuino, alimentato dalle domande imbarazzate e a volte timidamente pretestuose che Maurizio pone a Luigi, in un lento e progressivo avvicendamento che fa differire sempre di più l’atto di consegna del referto, che da principale scopo dell’incontro diventa un marginale e secondario dettaglio, fino ad essere mistificato con una falsa dichiarazione di omosessualità.
Man mano che il confronto tra i due si fa più intimo, e “volato” via il referto sotto forma di un aeroplanino di carta, il significato dell’incontro assume i contorni di una ricercata voglia di confrontarsi e di specchiarsi l’uno nell’altro.
Le riflessioni, a volte amare, sulle proprie esistenze diventano il pretesto per dare avvio ad una indagine psicologica ed esistenziale molto profonda, a seguito della quale i due protagonisti verranno uniti, seppure nella diversità, da un sentimento condiviso e solidale. 
Il dramma esistenziale che si rappresenta si allarga, attraverso l’espressione del disagio e della continua ricerca di un equilibrio di entrambi i personaggi, ad una concezione più generale, quella che appartiene all’intera umanità. Ma il dramma è opportunamente e piacevolmente stemperato dal linguaggio semplice, in dialetto romanesco, e dalla naturalezza espressiva di Triestino e Pistoia che più che rappresentare i personaggi sembrano portare in scena se stessi, uomini fra tanti uomini.
Si guardano, si studiano, si parlano, si avvicinano e lasciano sciogliere man mano le iniziali diffidenze che li rendono guardinghi l’un l’altro. Restano sempre in bilico tra la consapevolezza della tragicità della realtà, perché “la verità è un macigno”, e la ricerca ironica e surreale, unico modo di scongiurare la paura della morte e la precarietà della vita “perchè la vita e la morte si trascinano in una cosa sola”.
Pertinente arriva, sul finale, la musica. Le note di una celeberrima canzone, “Meraviglioso”, che è un inno alle gioie della vita partendo da un istinto di morte, irrompono apprezzabili nell’atmosfera avvinta e commossa dal finale surreale ed emozionante dell’epilogo.
Triestino e Pistoia danno prova inequivocabile di un sodalizio artistico ben consolidato; con grande empatia e sincronia scenica rendono allo spettatore un racconto vero e autentico in cui le battute sagaci, la concretezza degli argomenti, la profondità degli interrogativi conferiscono quel sapore dolce-amaro che è la caratteristica peculiare di questa commedia. Sembrano “duettare”, irresistibili, nel confrontarsi l’un l’altro, nel raffrontare debolezze, fragilità, radicate certezze fino a dare quasi l’impressione di non seguire più un copione. Evitano qualsiasi artificio superfluo, ben dosando l’espressione scenica al punto da risultare assolutamente “veri”. Ottima anche Elisabetta De Vito, convincente nel caratterizzare il piglio un po’ disperato un po’ volitivo con cui definisce il suo personaggio nel ruolo della moglie di Maurizio.
La precarietà della vita e l’imponderabilità delle vicende umane sono raffigurate simbolicamente nell’appropriata scenografia di Alessandra Ricci, realizzata con assi di legno un po’ traballanti su tubi innocenti, sulla quale i protagonisti si muovono a voler sostanziare un percorso non fluido, ma incerto, come quello delle loro esistenze.
Uno spettacolo che è un perfetto meccanismo performativo, di rigore, lontano da velleità linguistiche o culturali che con ironia e divertimento pone al centro dell’essenza del testo la fragilità dell’animo umano e i suoi rimedi “irrimediabili”.
Una commedia delicata, poetica, che fa riflettere e sorridere. Da vedere.

 

Teatro della Cometa – via del Teatro Marcello 4, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6784380
Orario degli spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21, sabato doppio spettacolo ore 17 e ore 21, domenica ore 17, primo giovedì di programmazione ore 17
Biglietti: poltrona platea € 25, poltrona galleria € 20, poltrona 2° Galleria € 18

 

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Margherita Fusi, Ufficio stampa Teatro della Cometa
Sul web:
www.cometa.org

 

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