Tre studi per una crocefissione - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Lunedì, 03 Ottobre 2011 
Danio Manfredini

Ispirandosi alla pittura carnale e visionaria di Francis Bacon, Danio Manfredini affonda il suo sguardo lucido e disvelante tra le pieghe intrise di lacrime e sofferenza di un’umanità attanagliata dalla solitudine, dall’incomunicabilità e dall’incoercibile violenza del mondo esterno. Un trittico di personaggi vulnerabili, incarnazioni del Cristo crocefisso nella società contemporanea, viene dipinto con incredibile maestria, delicatezza, espressività ed equilibrio dal maestro cremonese, dando vita ad un’opera teatrale di straordinaria forza e ricercatezza.

 

 

TRE STUDI PER UNA CROCEFISSIONE

di e con Danio Manfredini

luci Lucia Manghi

collaborazione al progetto Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete

distribuzione La Corte Ospitale

 

L’assoluta semplicità dell’impianto scenico, un testo di sconvolgente drammaticità e realismo e soprattutto il vibrante carisma interpretativo di Manfredini, il suo linguaggio corporeo che si esprime con paritetica intesità sia attraverso il veicolo gestuale che quello vocale e la totalizzante capacità di simbiotica interiorizzazione del personaggio che lo caratterizza, rappresentano il fulcro dell’atto unico “Tre studi per una crocefissione”, presentato nell’ambito della rassegna Quirino MAD Revolution, dedicata ai Maestri, alle Avanguardie e alle Derive del teatro contemporaneo. Lo spettacolo, concepito nel 1992 e lungamente rielaborato e perfezionato nei venti anni successivi, conserva tuttora una cristallina attualità ed un impatto emotivo dirompente. Danio Mafredini presta voce, corpo ed anima a tre personaggi, tre esseri umani che, con la loro diversità, fragilità ed inadeguatezza al tritacarne volgare e massificante della società, assurgono a simboli dell’individuo vilipeso e annichilito da un forzato isolamento affettivo.

Dapprima incontriamo Luciano, un anziano paziente psichiatrico, il quale ci conduce tra le visioni fantasmagoriche che popolano la sua memoria vacillante; infinite giornate, assolutamente identiche le une alle altre, si susseguono senza concedere il conforto di un volto amico o di un sincero contatto interpersonale e i dolori incancreniti, le domande senza risposta, i ricordi e le malinconie di un’intera esistenza si affastellano in una mente che, se durante la veglia conserva un barlume di lucidità e di amara ironia, durante il sonno è preda di minacciosi incubi ricorrenti. Scarno mobilio, asettico ornamento di una casa di cura che assume piuttosto i connotati di prigione senza uscita per lo spirito dei suoi ospiti. Un crocefisso incombe dall’alto appeso su una parete, presenza remota e tutt’altro che partecipe al dramma di abbandono e sofferenza del nostro protagonista, la fede ha smarrito ogni potere consolatorio o lenitivo del dolore umano. Non gli rimane pertanto che consumare il consueto frugale e sciapito pasto serale dinanzi ad un piccolo televisore e alle immagini in bianco e nero dei film, ultima parvenza di sfogo per la sua fantasia distorta e malata.

Il secondo ritratto su cui si concentrano all’unisono, con soffusa discrezione e rarefatta intimità, la luce morbida dei riflettori e l’acuta indagine psicologica di Manfredini, è quello della transessuale Elvira, personaggio ispirato dalla pellicola “Un anno con tredici lune” di Fassbinder. Giunta ormai al capolinea dopo una vita di privazioni, soprusi, maltrattamenti, violenze fisiche e soprattutto psicologiche, rievoca gli episodi più significativi del proprio passato, che l’hanno condotta ad un presente di totale solitudine, aberrazione e disagio psichico: l’infanzia vissuta in una famiglia insensibile e glaciale, la ricerca spasmodica di un affetto autentico giunta sino al punto di cambiare sesso pur di compiacere l’oggetto di un passeggero quanto mal riposto invaghimento, la psiche stremata dalle innumerevoli e cocenti delusioni ed il precipitare inesorabile nella spirale dell’alcol. Ed ecco che spontaneamente, sempre più corposa e seducente, si fa largo un’idea, l’ipotesi di uno spiraglio di fuga dalla desolante condizione di emarginazione in cui ha finito per trovarsi irrimediabilmente reclusa: il suicidio, pillole e alcol in una miscela conturbante e mortale e, a suggellare questo gesto estremo e drammatico, una considerazione agghiacciante di lapidaria evidenza, “il suicida ama e vuole la vita, è solo scontento delle condizioni che gliela hanno resa insostenibile”.

Infine il terzo personaggio, epilogo del viaggio di Manfredini lungo i sentieri di un’umanità desolata e sconfitta, è tratto dal monologo di Bernard-Marie Koltès “La notte poco prima della foresta”: si tratta di un’extracomunitario arrivato nel nostro paese con il miraggio di un sereno futuro lavorativo e di integrazione sociale, sogno infrantosi ben presto sugli scogli della diffidenza verso lo straniero, di una povertà degradante, della totale ed asettica assenza di prospettive. A questa situazione sconfortante reagisce con un vitalismo esasperato, lanciandosi sotto la pioggia in una danza dionisiaca di eccezionale espressività e tentando di instaurare un improbabile dialogo con un passante che invece lo respinge con un misto di paura e ripulsa.

Tre creature indifese e sofferenti portate in scena da Danio Manfredini con stupefacente vividezza e sensibilità; davvero particolare e suggestiva la maniera in cui l’interprete abbandona un personaggio per sprofondare repentinamente tra le viscere e i sentimenti del successivo: spostatosi sul margine destro del palcoscenico, lievemente rischiarato da una soffusa luce rossa, si libera progressivamente degli abiti sino a rimanere quasi completamente nudo, privo di sovrastrutture e protezioni, seguendo un rituale catartico che nella sua semplicità cattura ed emoziona lo spettatore.

A separare nettamente il pubblico dall’azione scenica due corde si intersecano formando una croce. Enigmatico il significato di questa soluzione scenografica: l’interpretazione più evidente condurrebbe a rintracciarvi una metafora della crocefissione dei tre personaggi, simbolo di un’umanità preda di una straziante solitudine e dell’individualismo imperante della nostra società; allo spettatore più attento non sfuggirà però un ulteriore riferimento all’universo pittorico di Francis Bacon e alla sua costruzione geometrica dello spazio in cui usava incastonare i semplici e quotidiani drammi di un’umanità lacerata.

“Tre studi per una crocefissione” costituisce un’opera d’arte di rara lucentezza ed eleganza, piena e matura manifestazione dell’inconfondibile genio creativo di Manfredini e sintesi magistrale dei suoi archetipi teatrali, della sua passione per la pittura, dell’instancabile attività di volontariato condotta in un ricovero per malati psichiatrici, del suo ricercato umorismo coniugato ad un preziosissimo carisma autorale.

 

Teatro Quirino – via delle Vergini 7, 00187 Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 800013616, fax 06/6791346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , prevendite AMIT 800907080

Orario biglietteria: dal lunedì al sabato, ore 10-19 (telefono 06/6794585)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Paola Silvia Rotunno e Francesca Melucci, Ufficio Stampa Teatro Quirino

Sul web: www.teatroquirino.it - www.corteospitale.org -

http://daniomanfredini.wordpress.com/

 

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