Tommaso Maestrelli, l'ultima partita - Teatro Parioli (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 05 Novembre 2014 

Dal 23 ottobre al 9 novembre. Finora ho pensato che il calcio non fosse un argomento drammaturgicamente valido. Ebbene, dopo aver visto questo "Tommaso Maestrelli, l'ultima partita" di Giorgio Serafini Prosperi, scritto con Pino Galeotti e Roberto Bastanza, mi sono ricreduto.

 

Compagnia Teatrogiovane presenta
Nello Mascia in
TOMMASO MAESTRELLI, L’ULTIMA PARTITA
uno spettacolo di G. Serafini Prosperi, R. Bastanza, P. Galeotti
con Max Vado, Carlo Caprioli, Teresa Federico, Gino Nardella
scene e costumi Francesco Ghisu, Helga H. Williams
musiche Stefano Ianne
regia Giorgio Serafini Prosperi

 

Va da sé che in precedenza, dall'altra sponda cittadina, quella giallorossa, avevo apprezzato le teatralizzazioni delle partite storiche della Roma da cui i monologhi di e con Giuseppe Manfridi, valido drammaturgo oltre che fervido romanista. E al calcio lo stesso Manfridi aveva dedicato due bei testi teatrali, "Ultrà", anche film per la regia di Gianmarco Tognazzi, e "La partitella".

Tuttavia questo lavoro di Serafini si sottrae alla naturale retorica del tifoso autore-attore che rivive i momenti magici della sua passione sportiva, così come esula dalla rappresentazione più o meno neorealistica, un po' pasoliniana, della solitudine dell'invasato di calcio o della dimensione esistenziale di un gruppetto di amici che si ritrovano sotto il lampione a prendere a calci un pallone.

Insomma mi era sempre mancato, in questo lavoro di ricerca sulla drammaturgia del calcio, un vero e proprio nucleo tragico capace di dare alla materia effimera dell'evento sportivo una dimensione consona al palcoscenico. E se pure nel calcio ci sono stati momenti "tragici" che potevano essere ripercorsi teatralmente - ad esempio la tragedia del Grande Torino, la strage dell'Hysell, la morte in campo del giocatore Curi, l'omicidio di Paparelli, il suicidio di Di Bartolomei, e di recente la morte del tifoso napoletano Ciro Esposito - non mi capacitavo del come e del perché il drammaturgo non andasse ad operare chirurgicamente nell'organo vitale del teatro, la tragedia appunto, accontentandosi delle frattaglie, partitelle o partitone che fossero.

Già dal titolo del lavoro di Serafini invece comprendiamo che il gioco (drammatico) è ben più alto e nobile: l'ultima partita giocata da quel grande e buon uomo, amato da tutti, che fu Tommaso Maestrelli, è la partita della vita, per la vita: una vita vissuta per i suoi litigiosi ragazzacci a cui egli sentì il dovere di trovare anzitutto un posto nel mondo, una motivazione, sempre e comunque al di là del risultato. Dunque, una partita combattuta contro la malattia e contro la morte stessa, non per una gloria retorica, ma per quella gloria che si chiama "salvezza".

Richiamato in campo dai suoi "figli" dopo aver lasciato la squadra campione d'Italia per andarsi a curare, Tommaso Maestrelli in un ultimo sforzo fisico durato alcuni mesi riesce in effetti a raggiungere la salvezza, non solo e non tanto della Lazio che stava precipitando in serie B. Ma soprattutto quella morale dei suoi amati ragazzi che grazie a lui poterono uscire ancora una volta a testa alta da quel maledetto campo dell'ultima partita del campionato, contro il Como allenato da Bagnoli (altra grande persona), il cui risultato alla fine del primo tempo, due a zero per il Como, condannava la squadra romana all'inferno.

Fu nello spogliatoio nell'intervallo la svolta che Maestrelli seppe dare al morale sotto i tacchi dei giocatori. Con un discorso shakespeariano degno dell'Enrico IV, quello del Giorno di San Crispino, ecco che alla ripresa si muove qualcosa nella testa dei protagonisti: la salvezza viene conquistata per un soffio con l'exploit di un giovane della primavera, tale Bruno Giordano, quel tracagnotto centravanti che non era neppure la metà del grande Giorgione Chinaglia, ormai approdato negli Stati Uniti con gli All stars. La salvezza della squadra non fu però foriera di un'altra salvezza, quella del compianto Maestrelli che, compiuta l'impresa, non riuscì più a resistere al male incurabile.

La storia parla di una sorta di maledizione - ed anche in questo caso la teatralità di un simile elemento arcano e metafisico viene sfruttata con potenza da Serafini nella sua drammaturgia - che cominciò ad aleggiare su quei ragazzi che, provenienti da precedenti fallimenti o da squadrette di terzo o quarto ordine, formarono una specie di armata Brancaleone, tanto incasinata quanto calcisticamente efficacissima. La vittoria alata dell'ambito trofeo, prima volta nella storia della squadra romana, comportò infatti una richiesta di risarcimento da parte del destino che pretese la sua contropartita in sangue e carne viva. La morte assurda di Re Cecconi e la scomparsa in un incidente stradale di Frustalupi, oltre alla fuga rocambolesca di Chinaglia che però fu sempre perseguitato dal fato, furono il fio da pagare per avere osato sfidare e battere gli dei (del pallone in questo caso). Così, se Maestrelli scampò per un soffio alla sciagura di Superga, poiché avrebbe dovuto seguire il Torino da giocatore nella tourneé portoghese e solo un disguido burocratico glielo impedì, salvandolo, ebbene da quella casuale e fortuita salvezza derivò un futuro - come si vuole nelle tradizioni più eroiche e drammatiche delle antiche tragedie - luminoso di trionfi e cupo di presagi.

Da tutta questa drammatica vicenda, Giorgio Serafini ha costruito un dramma vibrante, commovente, giocato anche sul filo dell'ironia perché, come si sa, non c'è mai una tragedia che non faccia ridere in qualche suo aspetto, insomma un necessario allentamento della tensione. Protagonisti allora del dramma sono un Nello Mascia che sembra Tommaso Maestrelli redivivo, anche nell'accento (entrambi meridionali): bravissimo Mascia a dare all'uomo Maestrelli quell'aurea di drammaticità e di umanità che si fondono insieme in una sorta di lotta contro il tempo e contro le forze del destino.

Perfetti e convincenti sono Carlo Caprioli nel ruolo di Re Cecconi e Massimiliano Vado alias Giorgio Chinaglia, coadiuvati da un altrettanto simpatico dottor Ziaco, fotocopia dell'originale, interpretato da Gino Nardella. Una citazione a parte, per la delicatezza del personaggio delineato con bravura e sensibilità, è da riservare alla Lina Maestrelli, recentemente scomparsa, di Teresa Federico che con i suoi monologhi struggenti porta ventate di spontaneità.

Finale tra applausi e lacrime sulle strofe della bella canzone di Tom Malco su testo dello stesso Serafini scritta per onorare la memoria del grande papà Tom.

 

Teatro Parioli Peppino De Filippo - via Giosuè Borsi 20, 00197 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/8073040, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal martedì al sabato 10.00-14.00/15.00-22.00, domenica 10.00-14.00/15.00-19.00
Orario spettacoli: dal giovedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: platea €25,00 - galleria €20,00

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maurizio Quattrini, Ufficio stampa Teatro Parioli Peppino De Filippo
Sul web: www.teatropariolipeppinodefilippo.it

Commenti   

 
#1 l'ultima partitaGuest 2014-11-06 10:54
Molto bella e toccante la Sua recensione.
Complimenti.
Con stima
Massimo Maestrelli
 
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