Titanic, The great disaster - Teatro Litta (Milano)

Scritto da  Sabato, 28 Marzo 2015 

Il Teatro Litta, sul suo piccolo e storico palcoscenico ospita dal 17 al 29 marzo una produzione del Teatro della Cooperativa, con la regia del grandioso Renato Sarti e il sincero talento di Matthieu Pastore, che ha anche tradotto il testo dal francese. Nato a Lione nel 1989, ha vissuto in Italia a partire dai 19 anni; qui nel 2012 ha vinto il Premio Hystrio alla vocazione ed è soprattutto capace di deliziarci con questo monologo splendido e quasi magico, "Titanic - The great disaster". Scritto nel 1992, il testo provoca ancora la meraviglia per un autore sensibilissimo, Patrick Kermann, che nel 2000, a soli 41 anni, si è tolto la vita. Secondo lui, il palcoscenico “serve a incarnare e disincarnare il materiale e l’immateriale, il visibile e l’invisibile, poiché il teatro è il territorio della morte dove i viventi tentano la comunicazione con l’aldilà…”. Ma il bravissimo, corpulento, agile e ottimo affabulatore Matthieu incanta la platea per l’intero spettacolo, ricavandone al termine una meritata ovazione.

 

Produzione Teatro della Cooperativa presenta
TITANIC - THE GREAT DISASTER
Soliloquio marittimo per 2.201 personaggi e 3.177 cucchiaini
di Patrick Kermann
traduzione Matthieu Pastore
regia e scenografia Renato Sarti
con Matthieu Pastore
musiche Carlo Boccadoro
disegno luci e allestimento scenico Luca Grimaldi, Marco Mosca

 

Salta subito agli occhi che il cognome del protagonista-cantastorie è curiosamente il medesimo inventato dall’autore dell’opera, Pastore. Matthieu Pastore interpreta Giovanni Pastore, un uomo che lascia le montagne del Friuli nella miseria e cerca la fortuna nel mondo. Viaggia prima in Italia poi in Europa e infine, dopo aver fatto tante esperienze e imparato a parlare tre lingue, decide di imbarcarsi su quel Titanic che lo avrebbe portato in America per riuscire forse finalmente ad assicurarsi una nuova vita, migliore. E’ lui che parla attraverso il volto bonario di questo attore che si muove tra la scenografia voluta da un sensibile Renato Sarti e l’allestimento scenico e disegno luci di Luca Grimaldi e Marco Mosca. Matthieu è trattenuto solo dal suo fisico robusto ma, come tanti altri eccellenti attori dotati di una corporatura massiccia, si muove con grazia e soprattutto parla senza sbagliare una battuta, un tono, un silenzio.

Ci immerge nei suoi pensieri da ragazzo tra neve e ruscelli, sentieri e profumi di pane fatto in casa, o ricordando quando si confronta con il resto dell’equipaggio, quando ricorda la nonna e la madre, le pecore che portava al pascolo e la scelta di occuparsi dei cucchiaini nelle cucine della grande nave. “E tutto finisce così, il 14 aprile 1912, alle 23 e 40, con un maestoso cielo stellato, questa grande nave che scivola sull’acqua, pennacchi di fumo, velocità 20 nodi, la schiuma bianca… le stelle cadono nell’acqua, niente all’orizzonte… A me Giovanni Pastore piacciono le cifre e le lettere, così ricordo i naufragi del 1517, del 1490; dicono i giornali che il naufragio del Titanic permise la salvezza a 711 sopravvissuti e titolarono così. Ma nessuno aveva contato tra le migliaia di morti i 4 cinesi che si erano finti filippini per poter entrare in America e ora non ci sono più perché non sono mai stati sulla lista passeggeri né tra quella dei lavoratori…”. Giovanni pure non risulterà mai tra i morti o i dispersi, lui si vergognava a raccontare che si era imbarcato come lavapiatti ma quella era l’unica posizione ancora richiesta quando lui si era presentato e aveva accettato l’ultimo posto disponibile, pur di salire a bordo.

“Io, Giovanni Pastore, mi ricordo tutto, non ci posso fare niente” e la sua passione per i numeri e l’incredibile memoria lo portano a raccontarci quanti arredi (cinque pianoforti a coda, quattro fumaioli a carbone), quante provviste, quante stoviglie, quanta biancheria fossero presenti a bordo... Per un breve momento interpreta anche l’occupante della cabina 36, tale Thomas Andrews che, in prima persona, ricorda di aver certificato che il Titanic “non può affondare perché ci sono compartimenti stagni, tramezzi… io sono un ingegnere e ho verificato tutto, ispezioni, controlli, carteggi…”. Riecco Giovanni Pastore, che per vent’anni ha badato alle pecore della nonna, tra le montagne innevate, e con l’arrivo della primavera è sceso e ha detto: “Adesso devo andare”. Ha impiegato 15 anni per imparare il francese, l’inglese e il tedesco, a contare cucchiaini perché non se ne doveva perdere neppure uno, ed è bastato un giorno alla morte per dargli l’eternità.

In terza classe non c’era niente, anche le forchette se le dovevano portare i viaggiatori, come le lenzuola e gli asciugamani, non come in prima classe, e siccome quelli stavano in alto possiamo ricordare che sono stati i primi a salire sulle scialuppe di salvataggio. Perché è così da sempre, i ricchi stanno in alto e i poveri stanno in basso… “Io, in mare, ho la mia memoria… Ci sono stati naufragi ma solo io ho capito di essere stato vittima di me stesso. Io sono affondato ma non ho perso nulla. Si può perdere solo ciò che si possiede… come Cecilia che ha perso le sue lettere d’amore…”. Il viaggio nella mente del giovane è davvero intenso, commovente e si ascoltano pensieri e racconti con uguale senso di condivisione. Anche quando confessa di non essere salito nonostante lo avessero chiamato per salvarsi, perché l’idea di finire su una zattera in mezzo al mare, come topo in trappola, no, aveva preferito restare lì. Per non dover mai confessare che “poi, io non so nuotare, vengo dalla montagna, me l’aveva detto la mamma di stare alla larga dall’acqua…”.

Incredibilmente poetico e mai lugubre, questo "Titanic, The great disaster" si conclude con il suo protagonista che serenamente, quando tutti se ne sono andati, ha potuto “cantare con il coro di tutti i mendicanti e dalle zattere loro hanno sentito una voce dal fondo del mare…”. Speciale, lascia il segno, Matthieu Pastore lo rivedremo ancora in lavori sempre più importanti a mio avviso e bravo Renato Sarti per aver allestito e diretto con tanta dolcezza quest’opera di Patrick Kermann, autore forse poco conosciuto ma indubbiamente interessante e dalla prosa delicata.

 

Teatro Litta - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20:30, domenica ore 16:30, lunedì riposo
Biglietti: intero €21, ridotto €11/15
Durata: 75 minuti

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Diana Belardinelli, Ufficio stampa Teatro Litta
Sul web: www.teatrolitta.it

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