Sullo stress del piccione - Teatro Argot Studio (Roma)

Scritto da  Venerdì, 19 Settembre 2014 

Dal 16 al 21 settembre. Il Teatro Argot riapre le porte con uno spettacolo che dà fiducia ai giovani. Il primo testo scritto, diretto e interpretato da Giovanni Anzaldo - premio Ubu under30 nel 2010 - ha debuttato martedì 16 settembre riscuotendo un’ottima accoglienza di pubblico.

 

Produzione Sycamore T Company presenta
SULLO STRESS DEL PICCIONE
testo e regia di Giovanni Anzaldo
con (in ordine alfabetico) Giovanni Anzaldo, Luca Avagliano, Francesca Mària, Giulia Rupi
musiche originali Tommaso Andreini
scenografie Giovanni Rupi
luci Martin Emanuel Palma
foto di scena Barbara Ledda

“Hai mai sentito la storia di quel tipo che a teatro gli è squillato il cellulare e si è gonfiato tutto?”
Già con un avviso di spegnere i telefoni cellulari così spiritoso si avverte immediatamente la sensazione di essere nel posto giusto: ad uno spettacolo scritto da un giovane, interpretato da giovani, in un teatro gestito da giovani. Tutte queste piacevoli ripetizioni fanno apparire in un’ottima ottica questo dramma che già dal titolo incuriosisce per il puntare l’attenzione sul piccione, uno degli esseri più fastidiosi - in quanto troppo numerosi e troppo sporchi - che infestano le nostre strade. In realtà sembra parlare, almeno inizialmente, di tutt’altro.

Quattro giovani alle prese con la vita, li incontriamo in un bar - il bar dei brutti - a buttare giù alcolici per non pensare, per passare una serata in allegria e spensieratezza, senza che i sensi di colpa e la paura del fallimento - la famosa scimmia - si impossessino di loro.

Luca Avagliano è Alessio, un ragazzo che non riesce a decollare, un artista in cui nessuno crede e che accetta lavori anche avvilenti come vestirsi da elefantina - la mascotte di un centro commerciale - e fare pubblicità a suon di schiocchi jingle a rischio di essere insultati e umiliati anche dai bambini di passaggio. Giovanni Anzaldo - oltre ad essere l’autore del testo e un giovane attore con già alle spalle alcuni dei più importanti riconoscimenti teatrali - è Stefano, un vero drugo come si definisce lui con una forte ispirazione ad Arancia Meccanica, sempre pronto ad una dose di polvere bianca e a qualche nottata con prostitute di ogni nazionalità; lui è un collezionista d’arte, amico di Alessio e grande devoto di una statua di Gesù in tenuta reggae, alla quale confida ogni atto più riprovevole quasi sbattendole in faccia la sua voglia di disintegrazione. Gli altri protagonisti sono due donne: Simona, una barista lesbica, decisa e schietta ma pronta a tutto, anche a drogare un cocktail di nascosto pur di passare una notte con la ragazza prescelta, Laura in questo caso, una studentessa del DAMS tre anni fuori corso, appassionata anche lei di arte e pittura e confusa sui propri gusti sessuali.

In scena si ha la descrizione di più luoghi distinti in cui le azioni si svolgono, prendono vita e muoiono nel giro di brevi e lunghi flash di luce: c’è il bar con il suo bancone e quegli sgabelli che danno sempre l’idea di trovarti in realtà da uno psicologo, perché ti invitano alla confidenza; con l’aiuto di qualche bicchierino chiunque sia lì, a servire o solo di passaggio, si sente in diritto di fare previsioni sulla tua vita e le tue afflizioni diventano punti deboli ai quali gli altri si appigliano per avvicinarti a loro. Questo è quello che succede a Laura, seduta al banco per bere un Caffè Borghetti, la quale finisce prima per essere oggetto delle attenzioni di Alessio - che, incapace ad approcciare, si nasconde dietro barzellette e racconti di animali - e successivamente di Simona, che decide di drogarla e farle perdere la lucidità. Al risveglio Laura decide di fare chiarezza nella propria vita con l’analisi dell’iride e reagisce ai problemi ai polmoni causati dal fumo, ai problemi ai reni causati dall’alcol e ai problemi di confusione sessuale causati dalla nottata con Simona cercando di mettere ordine, bevendo meno e avendo una quotidianità più sana; nel frattempo Luca e Stefano, dopo essere stati malmenati da Simona per aver provato a portarle via la bella Laura, si ritrovano divisi con i loro drammi; mentre Luca con la sua graziosa tenuta da elefantina ci racconta delle sue giornate di lavoro e della sua occasione che prima o poi arriverà, Stefano realizzando che il suo stile di vita lo sta rendendo impotente decide di risollevarsi e di iniziare a curarsi e per riprendere in mano la sua vita intraprende una relazione stabile con Laura.

Quando tutto sembra andare bene almeno per la coppia, qualcosa si rompe: Stefano torna quello che era, riprende a drogarsi e a maledire Dio, lascia Laura che a sua volta, dopo un’ennesima visita all’iride, decide di cambiare un’altra volta vita, partire per Hannover e abbandonare dietro di sé l’università e i drammi che ne seguivano. Simona nel finale mostra tutto il suo dolore raccontando di Viola, la donna che ama e che ha perso per la troppa gelosia. Infine Luca, dopo aver perso il lavoro, si richiude nella sua passione per i documentari e gli animali analizzando la figura del piccione, animale che suscita nell’uomo un certo fastidio e quel gesto di allontanarlo da noi ci caratterizza addirittura come genere umano.

Molto interessante questa analogia che si carica poi di senso quando nel finale ognuno di loro indossa una maschera da piccione per indicare, forse, il loro riconoscersi nei fastidiosi pennuti che tutti scansano, perché sono loro - gli artisti, i drogati, i confusi, i diversi - i veri derelitti per questa società.

Come prima drammaturgia apprezzabile davvero sia la capacità di caratterizzare i personaggi sia i dialoghi sempre molto sostenuti e credibili. Dopo l’ottimo inizio si ha però un calo sia nel ritmo che nell’interesse suscitato dalla storia, causato forse dal desiderio di mettere troppa carne al fuoco, fattore che finisce per confondere e non soddisfare pienamente lo spettatore.

Buona l’interpretazione attoriale, in particolare quella dei due personaggi maschili rappresentanti di due tipologie opposte di uomini: Alessio, timido e impacciato, e Stefano, menefreghista e senza rimorsi; divertente inoltre la scelta di far interagire la musica e le variazioni di luci nello sviluppo drammaturgico, dove i suoni si fondono con l’emotività dei personaggi, creando allusioni e suscitando spesso la risata. Peccato per i monologhi finali in cui tutti i personaggi esplicano il loro fallimento in un modo però eccessivamente demoralizzante e non del tutto convincente, sbilanciando così il finale aperto che si voleva lasciar intravedere.

 

Teatro Argot Studio - via Natale del Grande 27, 00153 Roma (Trastevere)
Per informazioni e prenotazioni: telefono | fax 06/5898111, mobile 392/9281031, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17.30
Biglietti: 10 euro

Articolo di: Chiara Girardi
Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio Stampa Sycamore T Company
Sul web: www.teatroargotstudio.com

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP