Sulle vie di Borges - Teatro Comunale (Todi)

Scritto da  Sabato, 01 Settembre 2018 

Uno spettacolo che offre la magia dell’incontro tra letteratura e musica. Un evento che ha come protagonisti Massimo Popolizio e il jazzista argentino Javier Girotto per ricreare l’atmosfera evocata dalle pagine straordinarie di un maestro del fantastico come Borges. “Il libro di sabbia” raccoglie tredici, memorabili, racconti di incontri: incontri, tutti, destinati a ramificarsi nell’ospitale immaginazione di chi li legge, quasi fossero originati miracolosamente dai suoi stessi sogni.

 

Produzione Compagnia Diritto & Rovescio presenta
SULLE VIE DI BORGES
da "Il libro di Sabbia" di Jorge Luis Borges
con Massimo Popolizio
musiche eseguite dal vivo da Javier Girotto
regia di Teresa Pedroni
con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica di Argentina

 

Si scrive “maiuetica” e si legge “parto della veritá”: non é altro che il metodo socratico di far “nascere il vero” nell’interlocutore attraverso il dialogo. Sí, perché al “giusto sentire” bisogna arrivarci da soli, soffrendo, stimolati dalla dialettica e dal discorso. In tal senso la veritá é un percorso logico-razionale che necessita di un “ostetrico del vero” che operi asetticamente, freddamente, senza emozioni (non so se sto citando Carmelo Bene, ma mi piacerebbe tanto cadere nelle sue trappole verbali). Perché alludo all’ABC di uno studente di filosofia é presto detto: nell’entusiasmarmi e partecipare all’applauso finale tributato a Massimo Popolizio, uno dei miei attori preferiti, e allo straordinario jazzista argentino Javier Girotto, non riesco a scrollarmi di dosso la sofferenza iniziale di questo “parto” spirituale che mi vede peró alla fine convitamente coinvolto e partecipe.

In effetti il primo quarto d’ora-venti minuti del recital di Popolizio sul mirabolante testo del Libro di Sabbia di Borges, capolavoro della letteratura mondiale, mi provoca qualche prurito e qualche insofferenza al livello della poltrona. Sará il caldo? Mi domando ingenuamente agitandomi. No, non fa troppo caldo, almeno non é cosí insopportabile da distrarmi. Eppure le note di Girotto e la voce di Popolizio mi sembrano non fondersi bene, procedere ognuna per conto suo, accavallarsi e contraddirsi continuamente. Qualcosa non va. Ma cosa? Osservo Popolizio gesticolare eccessivamente, platealmente, la sua voce mi pare non scevra di retorica, falsamente impostata su timbri gutturali. In un “a solo” musicale (splendido) l’attore guarda l’orologio, beve da una bottiglietta di Ferrarelle (credo di azzeccare anche la marca): gesti e oggetti inusitati per una performance teatrale. Ragazzi, il palcoscenico é come l’altare di una chiesa, l’attore é un sacerdote: se si mette a bere acqua minerale perché soffre di gola secca, beh il mistero va a farsi friggere. Se poi sbircia l’ora al braccio consente anche allo spettatore di dare un’occhiata ai messaggini sul telefonino.

Improvvisamente mi rendo conto che tutto é dovuto ad un equivoco di partenza che la regia di Teresa Pedroni, peraltro poi abile a suggerire atmosfere di luce e contrasti, non ha intuito. Un pericolo di cui non si tiene conto nell’entusiasmo di (riporto da una nota di regia) “esprimere i sottotesti dell’opera letteraria”, operazione che necessitava di un introitus, di un incipit o rodaggio diverso semmai piú ispirato ad un’altra nota di regia che parla di “una prosa pacata ed essenziale”.

Mi spiego: Popolizio sta leggendo l’inizio dell’opera come se fosse lo stesso narratore, Borges alias l’Io narrante, a dar fiato alle sue parole. Invecchia la voce per calarsi in questo ruolo, ma... c’é un ma... E’ arcinoto infatti che i peggiori lettori delle loro opere sono sempre gli autori stessi. Vuoi perché inesperti di arte drammatica, quindi facile preda dell’enfasi, quanto tendenti ad una certa retorica perché spinti a dare piú peso ai loro versi e frasi al fine di convincere l’uditorio della bontá e perfezione del prodotto della loro penna. Se questa costante (vogliamo chiamarla “la legge di Borges”?) vale per il teatro, ove l’autore dovrebbe pur riuscire per la struttura drammaturgica implicita del lavoro a trovare il capo della matassa, ma é raro che ci riesca, figuriamoci in letteratura. Ecco dunque l’inciampo iniziale di Popolizio: rifacendo la voce dell’autore ricade nello stesso errore in cui sarebbe caduto Borges, quello di leggere appunto da autore e non da “narratore esterno” (l’Io narrante teorizzato da Thomas Mann nel Doctor Faustus). Cosí mi spiego la ragione del suo gesticolare artefatto, eccessivo, il suo voler supportare a tutti i costi di intenzioni (ecco l’enfasi e la voce roca attoriale) espressioni letterarie che altresí stanno benissimo per conto loro cosí come sono state scritte (e non lette o recitate) dall’autore - che come detto é sempre un discutibile interprete di se stesso.

Il poderoso e affascinante (tale é alla resa dei conti) recital di Popolizio prende peró, finalmente, una piega giusta e si rimette sui binari fondendosi, ora sí, agli interventi musicali, spericolati e ansimanti, suadenti e concettual, di Javier Girotto, come se all’improvviso il vagone deragliato alla partenza riuscisse motu proprio a rimettersi in sesto in corso, come quando un bambino rimette in moto il trenino sul percorso del plastico. E anche qui mi domando: miracolo, ma che cosa é avvenuto? Succede semplicemente che il narratore interpretato da Popolizio entra nella storia (non é piú esterno) e si fa personaggio tra personaggi che dialogano. E se é vero com’é vero che l’arte drammatica si fonda sul dialogo e sulla dialettica, in quel processo “maiuetico” che dicevo all’inizio, maiuetica che a Socrate giunge non a caso dal teatro attico, ecco che il grande attore puó finalmente scatenare la sua forza, la sua potenza, i timbri, i chiaroscuri della voce, insomma sviluppare i personaggi teatralizzandoli da par suo. Il corpo dell’attore si distende, la postura si trasforma in una dramatis persona, il suo orecchio comincia a lavorare sulla voce e a modularla sulla musica, che in questo caso non funge solo da “stacco” o da “atmosfera” ma a sua volta é un suono che nasce dal profondo dell’anima.

 

Teatro Comunale - Via Giuseppe Mazzini 15, 06059 Todi (PG)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 327/6353257 (ore 10-13 e 15.30-19.30)
Orario spettacolo: martedì 28 agosto, ore 21
Biglietto: 15€ + prevendita

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Nicola Conticello e Marco Giovannone, Ufficio stampa Todi Festival
Sul web: www.todifestival.it

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