Stranieri - Teatro Piccolo Eliseo (Roma)

Scritto da  Domenica, 03 Novembre 2019 

Un attempato signore più di là che di qua, attaccato ad un catetere e alla bottiglia di whisky, sprofondato in poltrona dopo essersi blindato in casa, riceve la strana visita della moglie e del figlio, morti entrambi, i quali superano le barriere spazio-temporali tra eterno e temporalità (citando ovviamente “Essere e tempo” di Heidegger) per annunciargli la prossimità della fine e quindi, dopo quasi due ore ininterrotte di monologhi fiume, portarselo via. “Stranieri” di Antonio Tarantino è in scena dall’1 al 3 novembre al Piccolo Eliseo di Roma, con la regia di Gianluca Merolli.

 

STRANIERI
di Antonio Tarantino
con Francesco Biscione, Paola Sambo, Gianluca Merolli
scene Paola Castrignanò
costumi Domitilla Giuliano
musiche Luca Longobardi
luci Pietro Sperduti
regia Gianluca Merolli
prodotto da Andrea Schiavo| H501 con ospitalità in residenza di Settimo Cielo/ Teatro di Arsoli



Molte parole, monologhi, soliloqui, vaneggiamenti, battutine e una sfilza di citazioni da Bignami della storia della filosofia per quasi due ore, il cui succo è regalato dalle ultime o penultime battute del figlio: si muore in un giorno qualunque, con la luna o con il sole. La morte non è una strega nera che viene a carpirti l'anima, ma è la presenza di chi ti ha voluto bene che viene ad annunciarti che è finita. La Chiamata della Morte di Heidegger insomma.

Lasciando perdere i fantasmi tragici di Oreste e di Amleto preferisco piuttosto ricordare un discreto testo del teatro contemporaneo, “Siamo momentaneamente assenti” di Luigi Squarzina, in cui il fantasma della moglie si manifesta all'anziano coniuge superstite attraverso una segreteria telefonica. Squarzina chiamando in causa un fantasma sapeva che non poteva, dopo Pirandello, utilizzare il tema dello spirito errabondo in chiave metafisica, bensì inquadrare la "presenza" in un rapporto tra personaggio frutto della fantasia di una mente astratta o in vena di astrazione e realtà vissuta: di qui la forma teatrale dei “Sei personaggi”. Anche il tema del "fine vita" e del "passaggio" all'altra sponda viene elaborato da Pirandello nelle novelle e atti unici “All'uscita” e “L'uomo dal fiore in bocca” come mutazione psichica, astratta e non realistica, del passaggio dal contenuto alla forma, dal corpo allo spirito.

Sorprende dunque che Tarantino - conosciuto per il suo antirealismo - dia corpo, nel senso letterale del termine, ai suoi fantasmi materializzandoli fisicamente fin dall'inizio della piéce: fumano, si cucinano da mangiare su un fornelletto da campo, raccolgono le cicche rievocando il passato (vieterei in teatro il passato remoto e frasi del genere "quand'ero ragazzo" che fanno tanto letteratura, cioè ammazzateatro) della loro vita terrena come se non fossero più spiriti, presenze o voci quali avrebbero dovuto rimanere: nell'aria, sospesi.

Fin dal titolo, “Stranieri” cita quasi alla lettera un bel film di fantasmi “The others” (anche “Il sesto senso” potrebbe essere della partita). Ma al di là dei mezzi diversi tra cinema e teatro un esame delle sceneggiature avrebbe portato l'intuizione di un fattore determinante presente nei film ma assente nel testo teatrale di Tarantino: il colpo di scena. Questo elemento drammaturgico è fondamentale in qualsiasi struttura del racconto: se il finale è già conosciuto all'inizio salta l'intero impianto narrativo. Hai un bel dire che si entra e si esce dalla realtà, ma non basta dirlo, bisogna farlo (vedi il dissidio tra il Padre e il Capocomico in Pirandello).

In questo senso la regia di Gianluca Merolli complica le cose tentando il confronto col cinema e infarcendo di effetti che sanno di citazione: da “Ghostbusters” a “Cantando sotto la pioggia” (piove a dirotto sul palco del Piccolo Eliseo e i fantasmi si inzuppano intonando “Strangers in the night") fino a “Ginger e Fred” quando l'anima dell'appena defunto marito e lo spirito della moglie si riuniscono per danzare come in una gara di ballo con tanto di numero della coppie stampato sulla schiena. Piuttosto sarebbe servito un richiamo a “Umberto D” di Zavattini e De Sica, almeno come esempio drammaturgico.

Aggiungiamo che Tarantino è pure sfortunato nella scelta della serata al Piccolo Eliseo: se la sua piéce intendeva sottoporre ad analisi critica il concetto di famiglia borghese - siamo in un tipico ambiente del secolo scorso (il testo cita Tangentopoli) - ebbene nella sala grande dell'Eliseo si recita “Scene da un matrimonio” di Bergman, autore anche del “Settimo sigillo”, che, drammaturgicamente parlando, è tutt'altra storia.

Francesco Biscione è il simpatico quanto burbero padre di famiglia che manda tutto e tutti a cagare in dialetto campano, costruendo personaggio e voce a metà tra Stefano Satta Flores e De Crescenzo (per quale motivo stia però in giacca e cravatta non si sa, ma poi resta in mutandoni e quindi indossa gli abiti della moglie con voluti effetti esilaranti). Paola Sambo umanizza il personaggio della moglie sciapina e "priva di zone erogene" (ma lui l'ha menata solo una volta, per il resto della vita è stato un bell'indifferente). Interprete del figlio lo stesso regista Gianluca Merolli che si bagna come un pulcino, altro che fantasma, e si lancia in un karaoke alla Frank Sinatra.

 

Teatro Piccolo Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari spettacoli: dall’1 al 3 novembre, ore 21
Biglietti: posto unico € 10

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio stampa Teatro Eliseo; Andrea Nebuloso e Maresa Palmacci, Ufficio stampa Compagnia
Sul web: www.teatroeliseo.com

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