Strange Games - Teatro Vascello (Roma)

Scritto da  Martedì, 20 Settembre 2016 

“Strange Games” è una commedia metafisica, che nasce dalla combinazione di molte arti teatrali e performative. Gli strumenti utilizzati miscelano il teatro d'attore e il teatro visuale ossia il mimo, il gesto, le marionette, la danza, la musica, i suoni e alcuni elementi multimediali. Grazie alla bellezza delle sue immagini non ha bisogno di parole, si esprime attraverso il linguaggio della poesia e del sogno. Il fine è quello di raccontare storie che compongono una parte dell'immenso mosaico della vita. Ogni storia è raccontata da un personaggio che mette in luce diversi spaccati dell' esistenza umana; anche se apparentemente surreali e divertenti, le situazioni rappresentate sono dotate di grande spessore umano e filosofico. L'attore che lo interpreta rimane sempre al centro della commedia umana.

 

STRANGE GAMES
dal Cirque du Soleil Vladimir Olshansky e con Carlo Decio e Yuri Olshansky
creazione e regia Vladimir Olshansky
produzione Olshansky “Art De La Joie”, Compagnie Théâtrale de Paris France

 

Il delizioso spettacolo del grande mimo, attore, clown e drammaturgo Vladimir Olshansky del Cirque du Soleil, in scena per pochi giorni al Teatro Vascello, induce a pensare a quanto siamo poco sagaci noi italiani a non sviluppare e sfruttare pienamente il nostro repertorio per poi andare in visibilio, giustamente e assai meritatamente in questo caso, per un genere di teatro che in realtà appartiene al nostro codice genetico e alla nostra tradizione.

Non mi riferisco tanto alla Commedia dell'Arte che pure gioca in questo tipo di spettacolo il suo ruolo nell'origine della drammaturgia moderna; e non sto neppure a scomodare Carlo Gozzi e il suo meraviglioso L'amore delle tre melarance che influenzò a partire dalla fine del Settecento soprattutto le avanguardie artistiche d'inizio Novecento, in particolare i futuristi russi e i surrealisti.

Per amore di sintesi mi fermerò alla fase del neorealismo magico dei primissimi anni '50, per esempio - la citazione è d'obbligo - Miracolo a Milano di Zavattini e De Sica che lo spettacolo di Olshansky cita esplicitamente. Infatti la scena degli angeli che scendono dal cielo e sono costretti a prendere atto delle brutture e violenze del mondo e finiscono per deporre l'aureola, sembra proprio derivare pedissequamente dalla scena omologa del film capolavoro del neorealismo italiano tratto dal romanzo di Zavattini Totò il buono del 1943.

A ben guardare nelle pieghe di questo divertente e commovente spettacolo che andrebbe studiato, oltre che ammirato, proprio nell'ottica storica che sto proponendo, ci si può trovare il Fellini de La strada o l'Aristide Paoloni alias Totò di professione salvasuicidi de Il coraggio (1955) o il Totò all'inferno (1955) della scena del suicidio continuamente fallito: certo il flusso di contributi e di riferimenti che portano alle invenzioni di Olshansky sono vari e disparati: a ragione si citano Chaplin e Keaton che non possono non essere considerati i precursori del "genere" che poi trova in Beckett alla metà degli anni Cinquanta una nuova dimensione formale. Ma scrivi Beckett... e leggi Zavattini, De Sica, Fellini che ben anticiparono di qualche anno l'invenzione beckettiana.

Vladimir Olshansky mette subito in chiaro le cose citando Beckett con la scena che sembra approntata per un allestimento abbastanza "classico" di Aspettando Godot: i due poveracci che entrano all'inizio potrebbero essere Vladimiro e Estragone in attesa di costruire il loro nulla ovvero di costruire l'attesa del nulla. Una mezza luna fissa nel cielo, un albero dai rami secchi con una scala appoggiata, una sedia e altri pochi elementi che pendono come avanzi di civiltà, la corda col cappio pronto, danno dunque l'impressione allo spettatore di trovarsi in un universo esistenziale decisamente beckettiano; ma poi una, due volte, a ripetizione risaltano altrettanto evidenti i richiami a Zavattini: dicevo di Miracolo a Milano, che secondo me con La strada di Fellini ha influenzato parecchio lo stesso Beckett, ma anche Umberto D. nella scena kafkiana del Vietato Entrare - Vietato Uscire. Scena kafkiana, certo, ma che pure ricorda Le miserie 'd Monsù Travet - commedia in cinque atti in piemontese composta da Vittorio Bersezio e rappresentata per la prima volta il 4 aprile 1863 al Teatro Alfieri di Torino dalla compagnia Toselli. Un testo che unitamente al romanzo Una vita (1892) di Italo Svevo ha anticipato temi che esploderanno vent'anni dopo nel dramma surreale kafkiano cui in questo caso attinge Olshansky. L'omino curvo che sale le scale di un ipotetico grattacielo per accedere ad un qualche ufficio e resta rinchiuso, incastrato tra porte che non si aprono né si chiudono in un sorta di Castello o di labirinto metafisico, fino a diventare vecchio e decrepito, certo si ispira a temi e atmosfere del teatro dell'assurdo e di Ionesco, cui si può aggiungere il Teatro Grottesco italiano di Chiarelli (La maschera e il volto, 1913) e di Rosso di San Secondo (Tra vestiti che ballano, 1927): tutte opere italiane fondamentali per la comprensione della drammaturgia del Novecento.

Lo spettacolo di Olshansky è dunque doppiamente godibile, da un lato perché stimola questo genere di riflessioni e fornisce materiali storici, riferimenti, sinergie che è utilissimo riportare alla luce; dall'altro lato è di un'assoluta perfezione stilistica, una pulizia di movimenti ed espressioni emblematici perché ridotti all'osso, come la mascella dell'uomo-lupo insonne. Il che vuol dire il raggiungimento di una sintesi espressiva capace di comunicare sic et sempliciter, senza parole: sono appunto atti senza parole, tanto per citare un capolavoro di Beckett, in cui viene messo sotto i riflettori l'uomo nella sua miseria e nella sua pochezza. Ed anche quando sembra di avere a che fare con gli alieni discesi da un altro mondo, alla fine si tratta di comportamenti umani meschini che sfociano nella gelosia e nel reciproco rancore con cui finiranno per farsi esplodere la testa.

Gli angeli in questo spettacolo cadono dunque come gli aerei oggetto di attentati; le esplosioni e le raffiche di mitra annullano ogni sentimento di umanità e ciò che sopravvive è purtroppo un senso di solitudine e di mancanza di senso. Se il "palcoscenico del mondo" del Faust di Goethe è animato da grandi forze metafisiche, il Bene e il Male, in questo spettacolo il sorriso si trasforma nel ghigno del kamikaze che dopo essersi immolato non trova nulla nell'aldilà: tutto si riduce ad una parodia dell'uomo e dei suoi comportamenti, credenze, mistificazioni.

Dopo aver applaudito Olshansky e i suoi straordinari coprotagonisti Carlo Decio e Yuri Olshansky mi resta una spina nel cuore per la drammaturgia italiana sempre Cenerentola nei confronti dei miti stranieri, che pur nella loro grandezza andrebbero non ridimensionati ma certamente riletti - a partire dalla critica - con un nuovo e diverso paio di occhiali.

 

Teatro Vascello - via Giacinto Carini 78, 00152 Roma (zona Monteverde Vecchio)
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/5881021 - 06/5898031, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: 17, 18 e 20 settembre; sabato ore 21, domenica ore 18, martedì ore 21
Botteghino: dal martedì al venerdì dalle 9 alle 21.30 orario continuato; lunedì dalle 9 alle 18; sabato dalle 11 alle 21,30; domenica dalle 14 alle 19
Biglietti: intero € 15, ridotto € 12 (servizio di prenotazione €1 a biglietto)

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Cristina D'Aquanno, Ufficio stampa Teatro Vascello
Sul web: www.teatrovascello.it

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