Still Life (2013) - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sabato, 29 Giugno 2013 

Un'unica data, un evento teatrale dalla fragorosa pregnanza artistica e civile, un grido lacerante che si innalza dal cuore della capitale di una nazione esplosa in frantumi di intolleranza, violenza e becera inciviltà, dimentica dei più elementari valori di solidarietà umana e reciproco sostegno. "Still Life (2013)" è tutto questo, oltre che il nuovo lavoro drammaturgico della compagnia che nell'ultimo decennio ha saputo scuotere sin dalle fondamenta la paludata scena contemporanea italiana, conquistando consensi entusiastici sia nel nostro paese che all'estero. Un testo viscerale per smascherare l'ipocrisia imperante e l'orrore del bullismo omofobico, un 'massacro a cinque voci' - così lo definiscono i suoi coraggiosi e incoercibili artefici Stefano Ricci e Gianni Forte - per celebrare il ventennale della rassegna "Garofano Verde" e ricordare l'insensato sacrificio di giovani vittime immolate sull'altare del moralismo benpensante e della sistematica repressione della fantasia e della diversità.

 

 

 

 

 

 

Una produzione ricci/forte realizzata con il sostegno del Teatro di Roma
STILL LIFE (2013)
presentata nell'ambito della rassegna Garofano Verde, scenari di teatro omosessuale
rassegna a cura di Rodolfo di Giammarco - ventesima edizione
con Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero, Liliana Laera e Francesco Scolletta
drammaturgia ricci/forte
movimenti Marco Angelilli
direzione tecnica Davide Confetto
assistente regia Claudia Salvatore
regia Stefano Ricci

 

 

Still LifeIl vivace pubblico che accompagna le più prestigiose occasioni, un'atmosfera densa di curiosità e tensione accompagna gli istanti che precedono il debutto dello spettacolo con cui ricci/forte salutano l'importante compleanno del "Garofano Verde": gli "scenari di teatro omosessuale" curati con passione da Rodolfo di Giammarco ormai da un ventennio, fucina di talenti drammaturgici e cassa di risonanza di inalienabili diritti civili, proprio in occasione di questa ricorrenza hanno rischiato di vedere il proprio sipario serrarsi grazie alla stoltezza di amministratori e politicanti troppo impegnati nelle loro altisonanti campagne elettorali; e se si auspica che, grazie ad un tardivo appoggio delle istituzioni, in autunno la tradizionale cornice del Teatro Belli possa accogliere la rassegna almeno per una parziale programmazione, fondamentale si è rivelato l'intervento risolutore di Gabriele Lavia - colui che con la sua brillantezza creativa e imprenditoriale ha saputo trasformare il Teatro di Roma in uno stabile contraddistinto da grande modernità, attenzione alle voci della sperimentazione e coraggioso mecenatismo - e la sua risolutezza nel sostenere ed ospitare il progetto di Stefano Ricci e Gianni Forte sul proprio palcoscenico storico, quello del Teatro Argentina.


Ecco allora che "Still Life (2013)" deflagra nella sua imprevedibile potenza lisergica; un'opera che, pur conservando vividamente gli stilemi espressivi ed il linguaggio teatrale propri dell'acclamata e controversa coppia di drammaturghi, sembra declinarli in maniera se possibile ancora più incisiva, matura, diretta e scevra di orpelli di quanto accaduto in passato, sino a tramutarli in lama affilata capace di squarciare le coscienze e di conficcarsi nel tessuto cerebrale, forzando lo spettatore a una imprescindibile riflessione sulla sordida realtà circostante. Lo spettacolo si dipana nelle sembianze di una conferenza-denuncia dall'evidente valenza di lotta politica e rivendicazione sociale, con cui i cinque protagonisti - interpretati con solida caparbietà, viscerale pathos e totalizzante adesione al progetto da Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero, Liliana Laera e Francesco Scolletta - innalzano un pensiero commosso alle anime fragili annientate dalla persecuzione identitaria perpetrata dalla stolta morale borghese filo-cattolica.


Still LifeSullo sfondo una schiera di lumini cimiteriali ci ricordano in ogni istante il loro efferato olocausto, mentre lo sperone del palcoscenico si proietta arditamente sin nel cuore della platea, offrendo ai performer la possibilità di solcarlo con inesauribile energia e parossistico dinamismo e coinvolgendo sin dalle prime battute gli spettatori in uno scambio dialogico ed emotivo autentico. Eleganti e sobri nei loro abiti di scena, gli interpreti si allontanano dall'immaginario pop iconoclasta squisitamente riccifortiano, incarnando con carisma le schegge impazzite di questo excursus che si prefigge di tracciare i multiformi e spesso sotterranei volti della strisciante omofobia di un paese retrogrado, incivile e violento. Il nostro. Dove le istituzioni sono ostinatamente e colpevolmente sorde; emblematiche le polverose parole di cordoglio dell'esimio Napolitano per l'ennesimo dramma di un'adolescenza soffocata dal suicidio, "Pilato non avrebbe saputo dir meglio". Quelli delle anime in difficoltà sono i rumori di fondo di una civiltà non più in grado di ascoltare il disagio di chi è costretto ad annegare nella reticenza, a nascondersi ogni giorno della propria vita irta di asperità, e si badi bene non per vergogna ma per l'altrui assenza di rispetto. Una società che infligge una tormentosa agonia invece di accogliere e che arriva addirittura a confondere ancora omosessualità e pedofilia, intercambiabili hashtag per etichettare un diverso da condannare per propria paura ed ignoranza.


Frammenti di monologhi dalla partitura tesa ed emozionante - tra i passaggi più lucidi e struggenti della recente produzione di ricci/forte, sembrano riallacciare le fila del grido drammaturgico lacerante innalzato con l'epica forza di "Macadamia Nut Brittle" e poi parzialmente abbandonato nei lavori successivi in favore di altri sentieri - si alternano a immagini simboliche capaci di annidarsi persistentemente tra sinapsi e battiti cardiaci. Così una coreografia dall'ammiccante fascino retrò sulle note di "The Name Game" di Shirley Ellis sfuma in pochi istanti nello strazio di quattro creature coi volti serrati da atroci cuscini di angoscia, intrappolate dal cordone rosa di un persecutore (la società tutta, senza distinzioni o attenuanti) che ne domina i movimenti, fintanto che non scovano il coraggio di un gesto estremo e distruggono la loro soffice implacabile trappola, inondando la prima fila della platea (me compreso, ndr) di un impalpabile nugolo di candide piume e svelando le fattezze primigenie delle maschere dell'infanzia, periodo gioioso in cui era possibile godere con innocenza e candore senza essere sopraffatti dalla crudeltà del mondo esterno.


La lotta identitaria per rivendicare la sacrosanta legittimità del sentimento e dell'espressione dell'io si riallaccia poi alla più stringente attualità, alla pressante esigenza di riscatto e libertà innescata dall'ennesimo abuso di un governo autoritario, in una Istanbul da sempre culla di culture e religioni diverse vissute nella tolleranza e nell'arricchimento reciproco sulle sponde del Bosforo, quello stretto che ha visto spegnersi innumerevoli vite gettandosi dall'imponente ponte che collega Europa ed Asia in un unico fraterno abbraccio. Un monologo di sferzante lirismo - interpretato con stentorea possenza e soverchiante intensità dal sempre ottimo Giuseppe Sartori - intriso di livido furore e sofferenza che in alcuni passaggi sembrano digradare in un sentore di malinconia e rassegnazione..."Sono mancato all'appuntamento con me stesso, quando ho lasciato che la tua rabbia mi cucisse addosso una maschera"...che però cedono immediatamente il passo a un rigurgito di insopprimibile istinto vitalistico..."Chi noterà se vado via? Rispetto chi restituisce l'anima al mittente, io e la mia ostinazione restiamo".


Still LifeNon si dimentichi però l'aspetto più crudo e brutale della violenza omofoba, pronta ad avventarsi come cane rabbioso sulle membra ingenue e indifese delle proprie vittime. Francesco Scolletta, accompagnato dalle note assordanti del pop spensierato e vivace di "Scream & Shout" di Will.I.Am e Britney Spears, risolutamente si priva di tutti i propri abiti sino a rimanere con indosso solamente la cuffia collegata all'i-phone da cui ascolta la musica. I suoi compagni di viaggio indossano massicci scarponi, ne cospargono con decisione le suole di vernice nera e ha inizio una gragnuola di calci, sferrati con acrobatiche prodezze lasciando sulla sua candida pelle le impronte di un abuso che altrettanto gravi cicatrici affonderà nella sua anima, mentre dalle sue labbra sgorga il sangue delle innumerevoli vittime di implacabili pestaggi del branco. Nell'evoluta ed avveniristica era 2.0, questi sono i novelli martiri, sebbene nessun icona nè pala d'altare ne riprodurrà l'effigie, saranno ricordati dalla società solamente con un necrologio impersonale di una manciata di righe sui quotidiani ed affettate parole di cordoglio del politico ciarlatano di turno.


Si torna quindi ad interrogarsi sull'insensatezza di questa barbarie fratricida. 'L'essere "normali" è un concetto assurdo, non esiste... Un Paese che non tutela le ricchezze individuali cos'è?...E' davvero morale immaginare uomini tutti in serie, identici?" Inoltre Wikipedia sostiene che il bacio rappresenti un'importante forma di contatto e di saluto; perchè allora un semplice bacio tra persone del medesimo sesso può condurre nelle strade delle nostre civilizzatissime metropoli ad un frattura del setto nasale o ancor meglio a una sonora commozione cerebrale? Interrogativo lecito, che difficilmente troverà risposte esaustive da parte dei monolitici benpensanti. La risposta allora ricci/forte la cercano negli spettatori, inviando i propri attori in platea a dispensare copiosamente appassionati baci, suggello di affetto e condivisione che mai e poi mai nessuna mente limitata dovrebbe permettersi di considerare un'oscenità.


Conclusa questa parentesi di intima partecipazione tra pubblico e interpreti, ecco questi ultimi repentinamente tramutarsi in perfetti cuochi di un Masterchef esistenziale che non conoscerà trionfatori nè sconfitti. Sotto le cupole che celano le loro succulente pietanze scopriamo essere presenti dei cuori sanguinolenti, che saranno da loro preparati con perizia artigiana; tagliuzzati finemente, strizzati su di uno spremiagrumi, soffocati da un batticarne, sono questi i cuori delle vittime dell'omofobia, non potranno più pulsare energicamente nè tantomeno dare libera espressione ai propri sentimenti.
L'acme emotivo e drammaturgico dello spettacolo viene però raggiunto nel passaggio successivo in cui Anna Gualdo e Liliana Laera, sedute ai margini del palcoscenico, incarnando una coppia di madri raccontano quali saranno gli insegnamenti rivolti al proprio figlio in modo da rendere il suo pensiero libero da condizionamenti e preclusioni: "ti insegnerò a tenere la mano del tuo compagno in ospedale", "non avrai la faccia perennemente illuminata da una mela da 9,5 pollici ma dagli abbracci delle tue amiche". Con un andamento sincopato le parole annaspano tra i singulti, in una scena dal doloroso impatto interpretata con magistrale vigore e sensibilità dalle due attrici, per dimostrare che l'omogenitorialità non è affatto l'abominio che comunemente si vorrebbe dipingere.


Still LifeAlle loro spalle i tre protagonisti maschili sembrano riconquistare per un istante la spensieratezza dell'infanzia, giocando con degli innaffiatoi grazie ai quali verranno irrorati da una pioggia catartica, quasi a voler così mondare le nefandezze di una società irrispettosa nei confronti dell'individuo e delle sue più basilari necessità. Il viaggio di "Still Life (2013)" volge però ormai al termine e la chiusura è inderogabilmente affidata alla sfera della memoria, al ricordare chi non potrà aderire a questa lotta di rivendicazione di essenziali diritti civili: cinque lettere rivolte ad altrettanti giovani ragazzi suicidi, tra cui il ragazzo romano privatosi della vita con una sciarpa rosa, il cui caso ha destato di recente particolare scalpore, e al quale Stefano Ricci e Gianni Forte hanno dedicato questo appassionato e sincero lavoro teatrale di denuncia. Il loro ricordo viene eternato scolpendolo in una parola che divenga granitica testimonianza ed assunzione di responsabilità in un contesto storico e civile che non ammette più posizioni interlocutorie, divagazioni filosofiche o le sterili afflizioni di massa tipiche dei social network. "E' giunto il momento di incazzarsi, pensi davvero che basti mostrare una foto su Facebook e indignarsi con citazioni copia e incolla? Per loro va risvegliato un paese, dissotterrato dai dogmi dei capodogli. Il suicidio è una sconfitta per tutti."


Sul proscenio fa la sua comparsa un cartellone di un bianco candido e le vibranti atmosfere elegiache dei Muse di "Blackout" accompagnano una processione, dapprima lenta e timorosa, poi sempre più impetuosa e difficile da arginare: quella degli spettatori invitati a salire sul palcoscenico e a ricordare il nome di una persona cara caduta vittima della violenza di genere; vite prematuramente spezzate sono celebrate condividendone la memoria in un rito collettivo straziante, per far sì che non anneghino nell'oblio e divengano imperituro memento affinchè tutti noi quotidianamente ci impegnamo per combattere lo status quo ed evitare altri scempi di giovani vite interrotte.


"Still Life (2013)" è un lavoro drammaturgico onesto e potente, capace di coniugare con calibrato equilibrio fiera battaglia politica e ricercata sperimentazione teatrale, mantenendosi lontano anni luce dalle paludi della retorica o del sensazionalismo e toccando con decisione nervi scoperti dell'interiorità di ogni singolo spettatore. Nella sontuosa cornice del Teatro Argentina si è ricostruito un senso di comunità civile che dovrebbe da qui irradiarsi nelle strade del nostro Paese e nelle menti di chi le percorre ogni giorno; la reazione calorosissima del pubblico al calare del sipario è innegabile prova della personalissima capacità di ricci/forte di scuotere in profondità intimi nodi nevralgici, costringendo a un atto di riflessione e ad una presa di coscienza che continueranno ben dopo aver abbandonato il velluto cremisi delle proprie comode poltroncine. Il cammino di "Still Life (2013)" assolutamente non deve arrestarsi qui, al contrario deve proseguire con la fierezza di alzare prepotentemente la voce e scompaginare gli equilibri di un sistema che con troppa leggerezza dimentica coloro i quali non aderiscono a modelli rigidamente precostituiti; speriamo quindi di tornare ad applaudire lo spettacolo sul palcoscenico di una rassegna del "Garofano Verde" al più presto restituita alla cittadinanza e che abbia anche la possibilità di circuitare nel resto della nostra martoriata penisola, che ora come mai ha proprio bisogno di essere scossa dal proprio sonnolento e connivente torpore.

 

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it
Orario spettacolo: martedì 25 giugno ore 21

 

 

Articolo di: Andrea Cova
Foto di: Daniele + Virginia Antonelli
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net - www.ricciforte.com

 

 

 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP