Stazione Pirandello, Nuntereggae più - Teatro Sala Uno (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Domenica, 13 Novembre 2011 
Stazione Pirandello

Dall’8 al 27 novembre. “Stazione Pirandello” è uno spettacolo giocato quasi esclusivamente sulle parole, con un’inserzione originale e suggestiva delle musiche di Rino Gaetano. Un viaggio che attraversa l’immaginario del drammaturgo siciliano, di opera in opera, costruendo una nuova pièce che è sintesi creativa del pensiero pirandelliano. Ci sono tutti i temi: l’incomunicabilità, la pazzia come interpretazione discrezionale e come soluzione, la scissione tra corpo e io, e ancora lo sdoppiamento fusionale tra persona e personaggio e il teatro nel teatro metafora dell’io.

 

 

STAZIONE PIRANDELLO Nuntereggae più

con Sabrina Dodaro, Tony Allotta, Irma Ciaramella, Gabriele Linari

regia Gino Aurioso

aiuto regia Eduardo Ricciardelli

assistente Nicole Calligaris

scene e costumi M. Francesca Serpe

musiche di Rino Gaetano

 

“Stazione Pirandello” è un testo certamente originale quale antologia dell’opera pirandelliana che diventa altro e sintesi a sua volta, senza nessuna affezione didascalica. La scena è pressoché nuda e i personaggi giocano con i pochi oggetti, i loro abiti e i propri corpi come bambini che creano un mondo parallelo di fantasia: è il tempo del gioco che è sì finzione ma per il bambino è altrettanto autentico della quotidianità e certamente più importante in termini di valore. La donna, che a mio parere incarna la coscienza e anche la razionalità, cerca di ricondurre uno dei personaggi alla logica e afferma, verso la fine dello spettacolo, che noi non siamo più bambini. Ma la risposta è emblematica: se lo siamo stati una volta potremmo anche tornare ad esserlo.

E’ qui a mio parere la chiave di tutto per leggere in modo nuovo la follia di Pirandello, non tanto e solo drammaticamente alla luce dell’incomunicabilità come separazione affettiva tra gli esseri umani. La follia può essere pazzia e malattia per i più – i cosiddetti normali – ma per chi la vive può essere una via di fuga o anche un livello profondo per riappropriarsi del proprio corpo e quindi dell’unità con se stessi. Non è detto che il solo parametro di interpretazione della vita sia la logica, che sia il più corretto e, soprattutto, che ci sia una sola logica. Spesso chi viene considerato pazzo è piuttosto un visionario che fa comodo rinchiudere per non sentirlo parlare, perché forse spaventa chi teme il confronto con il sé nascosto.

Quanto emerge si sviluppa attraverso il gioco un po’ allucinato che consente di passare da un personaggio all’altro. Si parte con l’osservazione della moglie che una mattina si accorge che Gengé, Vitangelo Moscarda (protagonista di “Uno, Nessuno e Centomila”) ha il naso leggermente storto: la percezione improvvisa del proprio corpo come estranea lo porterà ad accettare il fallimento per accogliere una nuova maschera. Segue la finzione dell’Enrico IV, dopo aver constatato che nulla è rimasto della sua gioventù, del suo amore e alla fine non si capisce se sono pazzi coloro che seguono e obbediscono al pazzo (il re nello specifico li definisce ‘pecore’) o chi ha perso o finge di aver perso la memoria. La pazzia è l’unico mezzo di verità da parte di Ciampa; e ancora la dimensione sognatrice e fanciullesca di Cotrone fa da contrasto alla piccolezza dei Giganti della montagna, che in una sfida improba sono diventati muscoli senza cervello, gonfi di orgoglio e pertanto facilmente attaccabili. Da ultimo è il fischio del treno che dà a Belluca la consapevolezza della sua condizione e la follia diventa anche liberazione perché in fondo ai pazzi tutto è permesso.

I quattro attori, due uomini e due donne, sono vestiti con i colori del pongo - giallo, verde, rosso e blu - e ci si chiede se siano bambini o pupazzi o attori che possono essere l’uno e l’altro e ancora nuove figure, nei loro abiti morbidi di panno. Sulla scena, praticamente nuda, con luci calde e mirate a dar risalto ai personaggi, fanno da cornice le musiche di Rino Gaetano che aiutano a creare immagini paradossali e improbabili, personaggi folli, allampanati, innamorati, con i loro nonsense e le loro raffinate e sottili denunce. Un clima da sogno che è peraltro molto vicino a quello che capita ogni giorno. “Le parole possono schiacciare le persone”, come dice uno dei personaggi e ancora siamo come gli altri ci vedono e ognuno interpreta la realtà trasformandola e deformandola nel racconto, nella propria emozione e nel pettegolezzo con effetti deformanti per gli altri. Quanto di più attuale ci sia. La soggettività è il prezzo della libertà ed è il volto oscuro della comunicazione ma anche il suo senso. La follia? E’ semplicemente il prezzo che paghiamo per essere uomini fino in fondo e non macchine.

Ultima nota, sugli attori, che lavorano come un corpo unico affiatato, avendo metabolizzato che molto della loro interpretazione è nella voce perché sono le parole protagoniste in scena e non rischiano mai, grazie alla regia accorta, di andare sopra le righe con un testo che pur si presta per contenuto e forma allo strillo, al gesto sgangherato.

 

Teatro Sala Uno - piazza di Porta San Giovanni 10, Roma

Info Botteghino: 06 88976626 - Info 345 6956719

Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21, sabato ore 17.30 ed ore 21, domenica ore 18, lunedì riposo

Biglietti: 15 € intero, 10 € ridotto (studenti – pensionati), 8 € promozione gruppi superiori a 5 persone (Tesseramento Annuale 2 €)

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni

Grazie a: Chiara Crupi, Ufficio Stampa Artinconnessione

Sul web: www.salauno.it

 

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