Spoonface, faccia da cucchiaio - Teatro India (Roma)

Scritto da  Giovedì, 26 Maggio 2011 
Spoonface

Il significato e la bellezza dell’esistenza percepiti da un’anima speciale, dotata di una sensibilità straordinaria, di una forza morale limpida e di una sorprendente positività nell’affrontare il suo breve quanto accidentato cammino terreno. Il regista Marco Carniti porta in scena l’emozionante e profondamente poetico testo di Lee Hall, raccontandoci l’incoercibile amore per la vita della piccola Spoonface Steinberg nonostante la diversità, una famiglia che esplode in frantumi e il dramma della malattia. Ad incarnare questa creatura pura e coraggiosa, in un sottile equilibrio tra ironia e commozione, l’attrice Melania Giglio che regala al pubblico romano un’interpretazione luminosa, carismatica e di rarissima intensità.

 

Produzione Fahrenheit 451 Teatro presenta

SPOONFACE, FACCIA DA CUCCHIAIO

di Lee Hall

adattamento, regia, scena e costume Marco Carniti

con Melania Giglio

traduzione Edy Quaggio

luci Paolo Ferrari

musiche originali Davide Barittoni

consulenza musicale Adamo Lorenzetti

 

Spoonface Steinberg è una bambina a cui è stato riservato un destino estremamente particolare e doloroso: oltre ad essere nata con una malformazione al viso, di dimensioni decisamente fuori dalla norma al punto da condurre al soprannome di “faccia da cucchiaio”, questa piccola e fragile creatura, non si sa se fin dalla nascita o a seguito di un’accidentale caduta dalle braccia materne, soffre anche di un ritardo mentale, di una sindrome autistica che dischiude dinanzi ai suoi sensi una percezione inconsueta, straniante ed irripetibile del reale. Se questo suo disagio psicofisico trasforma ogni interazione con gli altri esseri umani ed anche il più semplice gesto della vita quotidiana in uno sforzo pressoché insormontabile, come contraltare prodigiosa è la sua capacità di manipolare numeri e date, eseguendo a mente con naturalezza e rapidità fulminea difficilissimi operazioni aritmetiche, tanto che verrà sottoposta a studi comportamentali per scovare il segreto di questa abilità, celato nel profondo della sua psiche. Travolta dal vortice drammatico di questi eventi e dai continui tentativi di alleviare le sofferenze della bimba, anche la sua famiglia ben presto esploderà in frantumi: il padre sfuggirà a questa opprimente situazione rifugiandosi nel consolatorio abbraccio di una giovane amante (“una bambina con le tette”, come la apostrofa con ingenuo pragmatismo la piccola protagonista di questo racconto esistenziale) mentre la madre sprofonderà inesorabilmente nella spirale dell’alcool. A far precipitare ulteriormente la situazione, sino all’inevitabile epilogo, una scoperta tragica: la debolezza che da qualche mese pervade il corpo della delicata Spoonface è solo uno dei sintomi di un cancro violentissimo che ha aggredito il suo organismo, malattia dalla selvaggia virulenza contro la quale a nulla serviranno invasivi trattamenti chemioterapici e i più sofisticati farmaci della medicina moderna.

SpoonfaceLa trama di questo atto unico, scritto nel 1997 da Lee Hall (il talentuoso autore, allora appena trentenne, divenuto celebre qualche anno dopo per la sceneggiatura del film “Billy Elliot”, per la quale fu anche candidato all’Oscar) e presentato in questa versione italiana nella traduzione di Edy Quaggio, sembrerebbe non concedere alcun margine di positività, nessun bagliore di luminosità nel descrivere l’angosciante percorso di vita di una bambina costretta ad affrontare prove colossalmente più grandi di lei. Eppure il monologo di Spoonface Steinberg, il flusso di coscienza nel corso del quale emergono la sconvolgente paura sia della malattia che la divora senza concedere tregua che delle cure invasive a cui è sottoposta, la tristezza per la separazione dei suoi genitori e le notevoli difficoltà incontrate nella sua vita di tutti i giorni di “bambina ritardata”, viene presentato al pubblico con una ironia, intelligenza e sensibilità così preziose da assumere i connotati di un vero e proprio manifesto alla vita, colmo di positività e gioia di vivere, fertile di spunti di riflessione lontani anni luce dalla banalità di uno sterile patetismo.

Spoonface ascolta, con un walkman da cui non si separa mai, la sua musica preferita, ovvero le romanze d’opera della tradizione lirica in cui spesso le eroine vanno con coraggio incontro ad un’ineluttabile fine; se avesse avuto l’opportunità di diventare grande, il suo sogno sarebbe stato proprio quello di diventare un soprano lirico, per interpretare queste immortali storie di amore e morte con passione e intensità. Nell’avvolgente – e a tratti claustrofobica - culla amniotica rappresentata da un palcoscenico volutamente spoglio ed asettico, la bambina dipinge la sua storia con i colori sgargianti e limpidi che sarebbero stati tipici dell’infanzia spensierata che le è stata negata: accanto a lei una miriade di bambole, sue uniche compagne di viaggio lungo le tappe del suo destino avverso, che dispone con geometrica precisione sino a costituire un vero e proprio, minaccioso, plotone. Sprofondata in un’avvolgente salopette di un giallo morbido ed acceso che sembra imprigionarla e rende goffi e insicuri i suoi movimenti, con la testa stretta da una cuffia (che se da un lato accentua la rotondità della sua “faccia da cucchiaio” dall’altra simboleggia i venefici effetti delle cure antitumorali) Spoonface conquista la nostra compassione, il nostro affetto, la nostra più totale e sincera sintonia con il suo istinto vitale e la sua genuina filosofia di vita: il più importante significato del vivere è “ricercare la scintilla” che fa brillare ogni frammento delle nostre giornate rendendolo unico ed irripetibile, collega gli esseri umani in un’intelaiatura di fratellanza e comprensione reciproca e fa risaltare l’essenza profonda dei sentimenti e dei piccoli gesti quotidiani, spogliandoli delle inutili sovrastrutture imposte dalla società e dalle convenzioni. Solo al termine del monologo la nostra protagonista si libererà della sua ingombrante salopette-sacco, a simboleggiare l’abbandono delle sue spoglie mortali, rimanendo davanti al pubblico con indosso solamente una veste candida, leggera e delicata come la sua anima cristallina.

SpoonfaceAd impreziosire il testo teatrale di Hall contribuisce, con sublime gusto ed un equilibrio capace di coniugare dirompente potenza espressiva ed ineffabile eleganza, l’eccellente regia di Marco Carniti; a caratterizzare il coloratissimo mondo di giochi e ostinata solarità in cui vive Spoonface pochissimi elementi sul palcoscenico e calibrati effetti di luce, curati con maestria da Paolo Ferrari, che sottolineano efficacemente i diversi stati d’animo della narrazione. Di particolare pregio anche l’accompagnamento musicale che fa da contrappunto sonoro al flusso di coscienza della speciale creatura che ci sta raccontando il suo cammino e le sue drammatiche esperienze: la raffinata selezione musicale di brani del repertorio lirico condotta da Adamo Lorenzetti attingendo ai Lieder di Strauss, all’Italiana in Algeri di Rossini, ai Racconti di Hoffman di Offenbach e alla Messa in Si Minore di Bach si arricchisce degli inserti di assordante e violenta elettronica di Davide Barittoni che evidenziano gli istanti di sconforto, paura ed aggressività che nei passaggi più oscuri del racconto offuscano il cielo sereno di Spoonface. Un connubio originalissimo che graffia l’anima senza concedere alcun balsamo lenitivo per curare le ferite.

Infine, unica e indiscussa protagonista in scena, la straordinariamente talentuosa Melania Giglio che torna a lavorare al fianco di Marco Carniti dopo l’esperienza shakespeariana al Globe Theatre. E’ l’interpretazione superba, ricca di sfumature ed accenti e capace di far vibrare con vigore le corde dello spirito alternando momenti di più cupa e lacerante drammaticità ad altri decisamente più colorati ed ironici, la vera forza trainante della pièce. Solida preparazione tecnica, un’interiorizzazione profonda del personaggio ed una sconvolgente generosità nel regalarsi al pubblico (che al termine della rappresentazione ricambia con applausi fragorosi) sono le armi vincenti della performance della Giglio che si conferma una delle attrici più preparate, sensibili e versatili della nuova generazione teatrale italiana.

Al calare del sipario una dedica commossa viene tributata da parte di regista ed attrice protagonista alla memoria di Giovanni Bollea, padre della moderna neuropsichiatria infantile nonché fondatore dell’Istituto di Neuropsichiatria infantile di Via dei Sabelli a Roma, scomparso nello scorso mese di febbraio: un’esistenza intera dedicata al tentativo di alleviare le sofferenze dei malati psichici, con la ferma convinzione che la diversità costituisce una ricchezza e non un limite invalicabile, che l’entrare in contatto con la disabilità rappresenta un’opportunità preziosa per cogliere il reale significato dell’esistenza.

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già lungotevere dei Papareschi) 1, 00146 Roma

Per informazioni: telefono 06/684000314

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 22.30

Biglietti: posto unico intero €16 (+ €2 di prevendita), ridotto €14 (+ €1 di prevendita)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Melania Giglio

Sul web: www.teatrodiroma.net

 

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