Spettri - Teatro Vittoria (Roma)

Scritto da  Carlo Studer Sabato, 23 Febbraio 2013 

Dal 19 febbraio al 3 marzo. Una casa attanagliata da un buio perenne, buio che è essenza, buio che è velo, fosco incantesimo che come catena possente stringe e costringe l’esistenza. Una madre e un figlio separati dall’illusione della salvezza. Un destino impietoso che perpetua, attraverso il suo ritorno, il seme del dolore, del tormento, della morte. Sono gli spettri, gli insaziabili spettri che tornano dalle profondità del tempo per rivivere, immolare innocenti attraverso l’eredità del sangue, come una nemesi ineluttabile e spietata, senza perdono, senza redenzione. Il capolavoro di Ibsen rivive grazie all’affascinante, suggestiva regia di Cristina Pezzoli e all’alta interpretazione di un gruppo di attori di prim’ordine, tra cui spicca, empatica e struggente, un’immensa Patrizia Milani.

 

  

 

 

Produzione Teatro Stabile di Bolzano presenta
SPETTRI
di Henrik Ibsen
traduzione Franco Perrelli
elaborazione drammaturgica Letizia Russo
con Patrizia Milani, Carlo Simoni, Alvise Battain, Fausto Paravidino, Valentina Brusaferro
scene e luci Giacomo Andrico
costumi Rosanna Monti
videoproiezioni Mario Flandoli - Studio DueEffe
regia di Cristina Pezzoli

 

 

C’è una casa spersa nella campagna norvegese, buia, che il sole non rischiara mai, mai invade con la sua manna dorata. Una pioggia inarrestabile avvolge lo scenario, una tormentosa burrasca attanaglia gli abitanti della casa. Ma non è paragonabile a una tempesta, né al più violento uragano quel che avviluppa i loro cuori, piuttosto a nebbia, fitta, impenetrabile, fosco incantesimo che come catena possente stringe e costringe l’esistenza di chi sa, inesorabilmente soffoca, ignota ma implacabile, la vita di chi non sa, piegato a un destino già segnato dal vizio, dalla menzogna di altri, di chi ti ha messo al mondo, chi avrebbe dovuto darti, oltre alla vita, amore e riparo, non segnarti, eternamente, del marchio più gravoso e terribile che mai immaginazione possa concepire. Perché anche qui, ancora una volta, i peccati dei padri ricadono sui figli.
E’ la storia di Helene Alving e del suo segreto ammantato dallo scorrere del tempo, segreto giogo a cui non ha saputo – o potuto – ribellarsi a tempo debito e che oggi si perpetua senza pietà sull’unica cosa sacra di tutta la sua esistenza, quel figlio amato e protetto sino all’ultimo, quel figlio inconsapevole, quel figlio sacrificio che una nemesi spietata immola per colpe non sue, che paga, tutti, senza sconti e senza spiragli di salvezza, i peccati che ha ereditato col sangue, con la stessa aria che respira in quella casa senza luce. E da quel buio tornano gli spettri, in quel buio rivivono, insaziabili, famelici, eternandosi attraverso un destino marcio che non ha fine, che ancora infetta, senza pietà, le giovani viscere di un presente senza futuro. Sempre più fitte le tenebre si addensano sulla casa, sempre più inestricabile il groviglio della sua trama opprime la sorte dei suoi abitanti. Rieccoli, gli spettri, ritornano, rivivono reincarnandosi nei giovani Alving, nel loro amore incestuoso, opera più crudele di un oscuro silenzio che tutto avvolge, tutto nasconde; rieccoli, affamati, mai sazi, strappare amore e vita all’innocenza, all’inconsapevolezza, all’estraneità, rea, solo e soltanto, di aver acquisito, col sangue, la corruzione che quel sangue porta con sé. Ed il sole, come sorgente nella cocente arsura del deserto, ultima brama di un destino troppo buio.
Il capolavoro di Ibsen rivive nell’affascinante regia di Cristina Pezzoli, perfetta, rigorosa e al contempo sanguigna, che risalta la tensione profonda del testo senza particolari artifici, senza esasperazioni e senza noia; t’inchioda alla poltrona, le due ore di messa in scena volano via, vorresti non finisse mai, e quando finisce resteresti lì, per rivivere quella bellezza, ancora e ancora, ed esiti ad alzarti, ad andar via, e quando lo fai lo fai a malincuore, con le lacrime agli occhi, scosso ancora dalle profonde emozioni che ti hanno attanagliato. Emozioni portate ai massimi livelli da un’immensa Patrizia Milani, che s’inchina al pubblico piangendo, e quando ti schiodi dalla poltrona senti il bisogno di correre da lei, aspettare che si apra la porta del suo camerino per complimentarti – no, sarebbe riduttivo –, per ringraziarla della sensibilità, della vita che ha messo in ogni parola, in ogni sguardo, di quel dolore che ha vissuto veramente, che le hai colto sulla faccia, nella voce, che le traspariva possente dalla pelle. E ti accoglie così, grata delle tue parole, dei tuoi ringraziamenti, e ti trasmette la sua forza, la sua commozione autentica, pregna ancora di emozione, di sensibilità, di tutto quello che ha vissuto, veramente, intensamente, sul palcoscenico.
Patrizia Milani è l’apice di una compagnia di prim’ordine, singolare esempio, oggi, di straordinaria forza interpretativa: da Regine a Manders a Engstrand, ogni personaggio è rappresentato con preziosa maestria, ma la leggenda vuole che Spettri sia un testo maledetto, e la maledizione di questo Spettri è la presenza di Fausto Paravidino. Inaudita la capacità, si spera involontaria, di rendere Osvald Alving un essere a tratti ridicolo, spesso comico, conferendo ad uno dei personaggi più belli e vibranti della drammaturgia di tutti i tempi, un aspetto fastidioso, quasi repellente, un fluire cacofonico, irritante di parole che non riuscivi a cogliere, ad assaporare, distratto, distante, volutamente sordo: unico scotto da pagare per una pièce di rara e generosa bellezza.
Scenografia, costumi, luci esaltano il cupo tormento dei protagonisti, l’ineluttabilità del fato, le proiezioni ne avvalorano la potenza descrittiva.
Gli Spettri sono lì che covano nell’ombra, attendono pazienti il momento in cui palesarsi, aspettano una platea da ammaliare e commuovere, un pubblico che fino al 3 marzo potrà viverne lo strazio e la bellezza, la poesia e il peccato, le tenebre più fonde e il sole più accecante.
Lasciarsi avvolgere dalla grandezza della signora Milani, il suo profondo compenetrarsi col personaggio, la sua interpretazione sensibile e possente, le sue lacrime e la sua forza, i suoi occhi che, per molto tempo, porterò nei miei occhi.

 

 

Teatro Vittoria - piazza di Santa Maria Liberatrice 10, 00153 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5781960, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17.30 (martedì 26/02 e mercoledì 27/02 ore 17)
Biglietti: platea 26,00 euro - galleria 20,00 euro

 

 

Articolo di: Carlo Studer
Grazie a: Michele Lella, Ufficio stampa Teatro Vittoria
Sul web: www.teatrovittoria.it

 

 

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