Spell, l’amore di Alda - Teatro Palazzo Santa Chiara (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Martedì, 08 Maggio 2012 
Spell, l'amore di Alda

“Spell, l'amore di Alda” è un delizioso e significativo excursus sul “ritrovarsi” della poesia nella musica e della musica nel verso, un trovarsi e ritrovarsi, fino a confondersi l'uno nell'altra, che ha lontanissime origini storiche e letterarie.

 

 

Compagnia teatrale Sofispresenta



SPELL, L’AMORE DI ALDA

Omaggio ad Alda Merini

con Michele Balducci(voce e readings)

e Alessandro Fea (chitarra, piano, loops, synth)

diretto da Alessandro Fea



scene e costumi Carla Tagliaferri

aiuto regia Andrea Merenda

 

Nel buio dell'accogliente e suggestiva sala del Santa Chiara più volte mi stupisco del religioso silenzio di un pubblico teso ed attento all'alternarsi in voce e musica dei versi di Alda Merini, -  la grande poetessa candidata al Nobel nel 2007,  scomparsa a Milano nel 2009, - e dei testi delle canzoni italiane, da Nilla Pizzi a Luigi Tenco, entrate nella leggenda e nell'immaginario collettivo. 

Michele Balducci, voce e readings, accompagnato da Alessandro Fea alla chitarra e sintetizzatore, nonché regista della suggestiva  performance,  sarebbero in verità da applaudire ad ogni stacco, senonché il recital scorre in un'atmosfera di surreale concentrazione, mai interrotto neppure da un colpo di tosse o dalla "classica" caramella scartata a sproposito. Eppure Michele Balducci interpreta le poesie stupende della Merini con passione e convinzione, partecipazione, infondendo alle parole proprio quel senso di umana pietas con cui il Poeta si parla come davanti allo specchio in una sorta di monologo tragico, per poi interpretare le canzoni di Tenco e degli autori d'epoca senza far rimpiangere gli originali. Anzi apportando un tocco di interpretazione personale  che rende come nuove, originali, le ben conosciute strofe.

Allora perché il pubblico non applaude? E perché io stesso resto sprofondato nella poltroncina in assorta contemplazione? Mi rendo così conto che più che un recital o uno show, quello cui sto assistendo è un vero e proprio saggio su letteratura e musica contemporanea. Un'operazione, che l'autore definisce “progetto”, che ha un suo filo logico preciso da seguire con la dovuta attenzione e la necessaria suspense: non si tratta insomma di un'accorpata di brani musicali e poetici per mettere insieme una serata, ma di un percorso ben pensato che vuole giungere a precise conclusioni analitiche.

Dobbiamo essere grati ad Alessandro Fea e alla “voice” perfetta, sensuale e sensibile di Michele Balducci per la scelta di far parlare da soli i materiali lirici proposti e collegati agli esempi musicali, senza aggiunte di inutili spiegazioni o chiose. Del resto guai se  la poesia non parlasse da sola! Così  l'essay lirico - mi permetto di dare questa definizione del recital - avvalendosi di esempi e materiali di cui lo spettatore percepisce a pelle la profondità, ha bisogno proprio di quel silenzio e di quella commozione per esplicarsi e spiegarsi. Intendiamoci, l'atteggiamento “estatico” del pubblico non viene richiesto esplicitamente, ma come suggerito dai gesti schivi e precisi dell'interprete che passa da un leggio all'altro, esce dall'ombra e vi rientra per sottolineare gli stacchi che non sono pause, ma momenti in cui lo spettatore riesce a riepilogare e riconnettersi al percorso proposto. Ecco così spiegato il silenzio di un pubblico non costretto, ma guidato abilmente alla riflessione e all'analisi.

Ma per dar conto del senso del recital, o meglio dell'essay lirico di cui parlavo, devo brevemente ampliare il discorso.

La grande poesia italiana, fin dalle origini duecentesche, era lirica d'amore: dalla scuola siciliana a Dante e Petrarca, si può dire che la nostra lingua e la nostra letteratura siano nate dalla sublimazione amorosa-sentimentale che anticipa di quasi un millennio la poesia romantica. Ed era, quella dei nostri primordi, poesia ritmica, portata musicalmente da menestrelli e cantari per piazze e mercati, fino alla nascita del dramma lirico che sfiorò nella musicalità dei versi di Metastasio, prima, e di Da Ponte (anche grazie a Mozart) poi, l'assoluto. Successivamente nell'Ottocento le cose si sono complicate: la poesia lirica, penso ad Arrigo Boito o a Vincenzo Monti, si è fatta più pesante e pensante, come se la lingua del poeta, fino ad allora espressione diretta del sentimento e del cuore, si fosse impastata con la ragione rendendosi in parte retorica - e in parte incomprensibile perché sempre più distante dalla lingua “parlata”: insomma volutamente ricercata,  anche sullo sfondo di un'ideologia e di un'estetica borghese che aveva poco da dire e, in un secolo tempestoso e pericoloso (nato dalla rivoluzione francese e finito con la rivoluzione russa), molto da temere.

Bisogna così aspettare il primo Novecento affinché  la poesia con Pascoli, Corazzini, Gozzano, Palazzeschi riprenda il filo della semplicità del linguaggio poetico e del poeta-bambino che parla alle e delle cose e persone comuni. Così anche il percorso  esistenziale ed ermeneutico della grande poesia novecentesca  di Ungaretti e Quasimodo, destinata al Nobel in entrambi i casi, pur nella complessità filosofica ed interpretativa, non è ricaduta nella retorica, ma rendendosi essenziale (e non semplice) è riuscita e riesce a parlare al cuore di ciascuno. Come è inutile sottolineare nel caso del famoso verso unico ungarettiano “M'illumino d'immenso” che dice “tutto” senza bisogno di vocabolario e postilla.

Ma, come accennavo, per rendere “pop” cioè popolare quel tipo di verso che sta alla poesia come la formula <M=MC^2> sta alla fisica,  bisogna aspettare la fine della retorica, anche linguistica, fascista e l'esalazione della spinta innovativa - dai primi del Novecento fino agli anni Venti - del Futurismo. Così nel dopoguerra è nata un'altra generazione di poeti come Alfonso Gatto e, tra gli altri che non cito per ragioni di spazio, appunto Alda Merini. La quale, mi piace ricordare, fu scoperta e lanciata da un grande critico, Giacinto Spagnoletti, il cui figlio Luca è, non a caso, un valente musicista.

Perché dico non a caso? Ma perché è proprio con la generazione dei poeti come Alda Merini e Alfonso Gatto che si venne a ristabilire l'antico rapporto tra poesia e musica popolare che l'ottocento di Verdi e Boito, nella retorica della lingua aulica, aveva  reso elitario, anzi addirittura comprensibile solo per gli studiosi e gli appassionati (di qui l'esigenza di Verdi di far “recitare” i cantanti, per trasmettere i sentimenti di cui i versi non davano più il brivido).

Su queste basi poetiche, di cui la Merini è una delle più salde radici, è nata la tradizione dei cantautori da Tenco a Paolo Conte, i quali hanno come raffinato ed elevato, attraverso l'elemento poetico e l'ispirazione lirica che si sono trovati finalmente pronta a partire dai primi anni Sessanta, la cosiddetta “canzonetta”  che era rimasta viva per tutto il Novecento anche grazie ad autori dialettali come Di Giacomo e Russo a Napoli, le stornellate romane fino a Petrolini, la canzone milanese erede del Porta, o alle “poesiole musicate” di Schipa, Rabagliati e Nilla Pizzi.

“Spell, l'amore di Alda”, come recita il titolo di questo "omaggio ad Alda Merini",  è dunque un delizioso e significativo excursus sul “ritrovarsi” della poesia nella musica e della musica nel verso: un trovarsi e ritrovarsi, fino a confondersi l'uno nell'altra, che ha lontanissime origini storiche e letterarie.

 

Palazzo Santa Chiara - piazza di Santa Chiara 14, Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875579

Orario spettacoli: venerdì e sabato ore 21, domenica ore 18    

Biglietti: da 15€ a 12€

 

Articolo di: Enrico Bernard

Grazie a: Ufficio stampa Silvia Signorelli

Sul web: www.palazzosantachiara.it

 

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