Soprattutto l’anguria - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Lunedì, 22 Ottobre 2012 
Massimiliano Civica

Dopo aver diretto allestimenti shakespeariani di assoluto pregio e sfavillante originalità, come “Il mercante di Venezia” che gli valse il Premio Ubu per la miglior regia nel 2008 o il magistrale “Un sogno nella notte dell’ estate” prodotto dal Teatro Stabile dell'Umbria, Massimiliano Civica in “Soprattutto l’anguria” restituisce vividamente sul palcoscenico un testo inedito del drammaturgo contemporaneo italiano Armando Pirozzi. Attraverso un incedere monologante a tratti surreale e cinicamente stravagante, ci addentriamo tra le intricate pieghe del conflittuale rapporto tra due fratelli - magnificamente portati in scena da Diego Sepe e Luca Zacchini - segnato dalle ferite laceranti del passato e da un presente di distanza e assordante silenzio.

 

RomaEuropa Festival 2012 in corealizzazione con Teatro di Roma presenta
SOPRATTUTTO L’ANGURIA
di Armando Pirozzi

uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Diego Sepe e Luca Zacchini
impianto illuminotecnico a cura di Gianni Staropoli
luci a cura di Gianni Staropoli
si ringrazia Armunia/Festival Inequilibrio

 

Non si tratta del primo incontro tra la scrittura teatrale di Pirozzi e la direzione registica di Civica: solamente pochi mesi fa difatti, nello spettacolo “Attraverso il furore”, tre brevi quadri del giovane drammaturgo napoletano si intrecciavano a tre sermoni del predicatore domenicano tedesco Meister Eckhart, con un risultato straniante ma al contempo denso di tensione spirituale e vibrante carica emozionale.
In occasione del RomaEuropa Festival, con il supporto produttivo del Teatro di Roma ed il sostegno di Armunia/Festival Inequilibrio, Massimiliano Civica presenta il nuovo progetto “Soprattutto l’anguria”, concentrando con decisione il focus sul testo drammaturgico, alla riscoperta di un teatro di parola che sappia coniugare un linguaggio espressivo assolutamente moderno, un’interpretazione attoriale onesta ed empatica e la capacità di indagare i sentimenti umani con sincerità, sfrontatezza e la giusta dose di contagiosa ironia.
La trama, paradossale e soprendente, si sostanzia dell’incontro-scontro tra due fratelli da lungo tempo lontani e diametralmente diversi per carattere, retaggio culturale, abitudini ed approccio all’esistenza; l’occasione per questo momentaneo ricongiungimento è innescata da una situazione quanto meno bislacca: il padre, da lungo tempo ritiratosi in India per intraprendere una vita dedita all’ascetismo e alla speculazione filosofica, è stato ritrovato sotto un albero immerso in uno stato di trance metapsichico irreversibile, una sorta di morte apparente che ha indotto le autorità locali a rintracciare i suoi familiari al fine di spedirgli per direttissima a caro prezzo un congelatore contenente le spoglie dormienti del caro estinto. Così il fratello maggiore, egregiamente interpretato da Luca Zacchini in un soliloquio che impone una solidità interpretativa e una padronanza scenica di rara potenza, intraprende un periglioso viaggio per annunciare la triste novella ai suoi familiari sparpagliati ai quattro angoli del globo: dalla madre riconvertitasi in suora laica ed impegnata in improbabili missioni umanitarie in Africa alla sorella minore che dopo un travagliato divorzio ora trascorre i propri giorni in un lussuoso igloo agli estremi confini dei ghiacci antartici, sino al fratello minore rifugiatosi, irraggiungibile e solitario, nel cuore della giungla tropicale incontaminata, impenetrabile e proprio per questo ai suoi occhi rassicurante.
E’ proprio nell’ambiente ovattato, hi-tech e confortevole di questo buen retiro incastonato nella lussureggiante foresta vergine che i due fratelli tornano ad incontrarsi dopo anni, con il pretesto delle tragiche disavventure paterne, motivazione che con il procedere della narrazione scopriremo essere forse del tutto inventata, peraltro senza che l’epilogo fornisca in proposito risposte esaurienti o conclusive. Mentre il fratello maggiore prorompe in un magmatico eloquio sulle sue peregrinazioni, i suoi tormenti esistenziali ed i complessi legami e contraddizioni che hanno da sempre contraddistinto il loro nucleo familiare, il fratello minore (interpretato da Diego Sepe con carisma indiscutibile ed una mimica facciale e corporea che sopperisce in pieno all’assenza delle parole) risponde con un ostinato, granitico, invalicabile silenzio.
Mentre quest’ultimo rimane immobile sulla sua comoda poltrona rossa, attorniato dai suoi profumati incensi, dalla lampada di design che rischiara le sue avvincenti e solitarie letture, dalla musica d’atmosfera che accompagna le sue malinconiche serate, l’imprevisto e scomodo ospite disserta sui massimi sistemi, sul difficile rapporto tra Dio e gli uomini, sulla moda dilagante dei sofà dalle bizzarre sembianze di morbidi e materni seni femminili, sul paradosso che chi si impegna pervicacemente per fare i soldi non ci riesce e chi non li agogna ne guadagna invece a palate.
Quel silenzio in cui il fratello minore si è barricato ormai da tempo immemore, apparentemente senza cause che giustifichino il suo totale isolamento, forse però affonda le proprie radici nel passato, in un episodio violento e traumatico di cui il testo di Pirozzi tratteggerà solamente alcuni inquietanti chiaroscuri, lasciandolo volutamente avvolto dalle nebbie del ricordo rimosso e sprofondato nei recessi della psiche. Inutili saranno gli ostinati tentativi di forzare le sue difese, di ristabilire una parvenza di sereno rapporto di affetto e condivisione fraterna; l’immobilismo di questa situazione di beckettiana attesa verrà solamente incrinato dall’impegno profuso con tanto slancio e disperato entusiasmo.
L’atto unico conquista senza riserve per la sapiente fusione tra l’ironia acuminata ed il travolgente divertissement dell’alienata divagazione esistenziale da un lato e il sottotesto tragico, raggelante e doloroso che fa da sostrato alla narrazione dall’altro. Qualità pregiate insite nel testo di Armando Pirozzi che vengono ulteriormente esaltate dalla regia asciutta e particolarmente attenta ai dettagli di Massimiliano Civica, sullo sfondo una scenografia volutamente altrettanto essenziale e spoglia, composta di pochi elementi di arredo dalla valenza fantasiosamente polimorfica, visto che una lampada ed una poltrona possono tramutarsi in un batter di ciglia nel volante e nel sedile di un’automobile.
Indubbiamente azzeccata la scelta di ospitare la messa in scena sullo Spazio Pandolfi (la propaggine con cui il palcoscenico del Teatro Argentina si insinua nella platea), in modo tale da consentire una maggiore vicinanza tra interpreti e spettatori, elemento chiave di una rappresentazione che costruisce la propria potenza espressiva proprio su di una ben congegnata intelaiatura di sguardi, gesti, movimenti impercettibili e posizioni corporee, di cui altrimenti si perderebbero ovviamente le più preziose sfumature.
Un plauso infine alla generosa prova attoriale offerta dai due protagonisti, estremamente lucidi e vigorosi nel plasmare i personaggi secondo la peculiare cifra comunicativa che li contraddistingue, la logorrea esuberante e fiorita per Luca Zacchini, un silenzio incastonato di occhiate ironicamente perplesse ed una mimica gestuale maniacalmente misurata per Diego Sepe.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line
www.helloticket.it
Orario spettacoli: sabato 13 ottobre ore 21, domenica 14 ottobre ore 17
Durata: 70 minuti senza intervallo

 

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Matteo Antonaci, Ufficio stampa RomaEuropa Festival
Sul web:
http://romaeuropa.net - www.teatrodiroma.net

 

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