Slot Machine - TeatroLaCucina, Olinda (Milano)

Scritto da  Sabato, 07 Novembre 2015 

Dal 30 ottobre all’8 novembre debutta in prima nazionale, negli spazi del TeatroLaCucina di Olinda - presso l’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano - "Slot Machine", ultimo lavoro di Marco Martinelli.

 

Teatro delle Albe presenta
SLOT MACHINE
ideazione Marco Martinelli ed Ermanna Montanari
regia Marco Martinelli
con Alessandro Argnani
musica Cristian Carrara
spazio scenico e costumi Ermanna Montanari
luci e fonica Fabio Ceroni, Enrico Isola, Luca Pagliano
allestimento scenico squadra tecnica del Teatro delle Albe
organizzazione e promozione Silvia Pagliano e Francesca Venturi
ufficio stampa Rosalba Ruggeri
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
in collaborazione con Olinda

 

“L’abisso c’ha fame, c’ha sempre fame”. L’abisso borbotta, tira giù, ride. E’ il luogo dell’Altro, di quella creatura informe e barbuta che se ne sta “là in basso”, risucchiando tutto come un vortice, un buco nero. E’ “una bocca sdentata che grida”.

Ride l’abisso, ride nel buio della scena che apre lo spettacolo di Martinelli; ride prima che si possa vedere il corpo di colui che ha invaso, del burattino che muove. Subdolamente, si è impossessato di lui, giorno dopo giorno, senza nemmeno dargli il tempo di accorgersene. Lui, eccolo, si chiama Doriano - interpretato, o meglio, visceralmente incarnato dal bravissimo Alessandro Argnani.

Per il mondo, però, Doriano è solo un senza nome, uno sfigato che si è giocato tutto, persino l’amato trattore New Holland rosso fiammante, quello con cui arava i campi dei genitori, una terra buona e feconda. Quella terra, quella vita contadina, che Doriano non sopporta più, che contrasta con il luccichio sfavillante della vita moderna, delle serate in discoteca, dei soldi e delle belle donne. Quel mondo fatato in cui vorrebbe stare senza portarsi sempre dietro quella puzza di terra e di sudore che non riesce a coprire, che insozza tutto, anche i soldi. Quell’universo lindo e profumato che sogna di sterminare, alle grida “Doriano è impazzito!” - unico punto di tutto il monologo in cui compare il suo nome, associato alla pazzia di cui immaginariamente si autocondanna.

E allora inizia la sua scommessa, una scommessa contro se stesso, l’attesa di una vittoria che non ha più importanza, perché non si gioca per vincere, ma per perdersi, per annullare il tempo e la memoria, per cancellare nomi e legami, per svuotarsi le tasche dalla terra. Come quando Doriano lancia l’ennesima sfida, cercando nei pantaloni il denaro da puntare ed estraendone solo un grumo di terriccio, un’origine, un passato, che gli cade lentamente dalle dita.

Dalle corse dei cavalli, alla Tomba del Faraone, alle Slot. Nei giorni pari “Romagna mia”, in quelli dispari “Pin Up”. Non si sgarra, ci vogliono regole anche per perdersi, per dipingersi intorno un mondo alienato di cui essere il re, l’unico e solo - davvero solo - signore del proprio vuoto.

Questo riflettono gli specchi in cui Doriano si guarda - due laterali e uno centrale, sopra l’abisso - si racconta, si vede visto e si parla parlato, tra musica e silenzi. Ologrammi di un involucro che incarna l’automaton della propria ripetizione, “come un cane che torna al suo vomito”, incessantemente. Una reiterazione ossessiva di quell’abisso, di quell’orrendo e al tempo stesso bellissimo abisso, creato da Doriano contro Doriano; una tomba da scavarsi a mani nude, giù, in quella terra rifiutata, dove tutto è cominciato e dove tutto, inevitabilmente, ritornerà.

In questo lavoro - ideato insieme a Ermanna Montanari - Marco Martinelli spoglia la scena dal luccichio delle Slot che ci si aspetterebbe da uno spettacolo sul gioco d’azzardo. Lo spazio scenico è ridotto all’essenziale: qualche alberello, specchi e buio - il buio, materico, è l’elemento principale. E poi Doriano, soprattutto c’è Doriano. C’è la rabbia di Doriano, la paura, le bugie, la compulsività, la solitudine. C’è un uomo, sfigato e “cretinetti”, che Martinelli ci mostra come dallo spioncino di una porta, da una crepa, da una fessura sottile.

Umano, troppo umano, Doriano potremmo essere noi, il nostro vicino di casa, una di quelle migliaia di persone che, silenziosamente, ogni giorno spariscono, inghiottite nelle sale da gioco, ennesimo regalo dello Stato all’alienazione contemporanea.

Senza caricature né forzature, con un linguaggio chiaro e diretto, Martinelli riesce a mostrarci l’intimità del dolore di un uomo che scompare dietro un eterno gesto ripetuto. Senza soluzioni, senza moralismi, lo spoglia davanti a noi, nella sua nudità ferita senza sangue, nelle sue bugie, nelle sue paure, nelle sue compulsioni e convulsioni; nel suo doppio gioco di vittoria e di perdita, che si sovrappongono fino a sostituirsi, fino a diventare una la conferma dell’altra, rendendo Doriano vincitore del vuoto e perdente di sé.

Fino a cancellarlo - lui, Doriano, il suo nome e la sua storia - trasformandolo in staticità marmorea, meccanica come un gesto ripetuto all’infinito, ghiacciata come i campi là fuori, ricoperti da uno spesso strato di brina che tutto si divora.

E fa freddo - davvero freddo - in questa fossa.

 

TeatroLaCucina (Olinda) - via Ippocrate 45, Milano (M3 fermata Affori FN uscita via Ciccotti)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/66200646 - mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. (prenotazione necessaria)
Orario spettacoli: 30 ottobre, 3-4-5-6-7 novembre ore 20.30; 31 ottobre ore 18; domenica 1 e 8 novembre ore 16.30
Dal 3 al 7 novembre al termine dello spettacolo La città gioca d’azzardo a cura di Marco Dotti
Biglietti: ingresso 15 euro
Dopo Milano la tournée toccherà Bologna (dal 17 al 19 novembre), Foligno (27 novembre), Rimini (gennaio 2016), Ravenna (febbraio 2016), Firenze (marzo 2016), Lugano (aprile 2016).

Articolo di: Francesca Ruina
Grazie a: Rosalba Ruggeri, Ufficio stampa Olinda
Sul web: www.teatrodellealbe.com - www.olinda.org

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