Shylock. Io non sono come voi - Teatro Litta, La Cavallerizza (Milano)

Scritto da  Lunedì, 26 Ottobre 2015 

C'è chi con granitica certezza si è convinto che Shakespeare fosse antisemita. Ma poi c'è anche chi, come Alberto Oliva e Mino Manni, considera tale questione essenzialmente secondaria, preferendo di gran lunga soffermarsi sulla bellezza inarrivabile della sua letteratura, sulla sterminata vitalità delle sue pagine, che manterranno inalterata la freschezza nei secoli dei secoli. Shylock. Io non sono come voi - in scena al Litta, Sala Cavallerizza, fino all'1 novembre - è un atto d'amore, niente affatto scontato, verso il Bardo.

 

Produzione I Demoni presenta
SHYLOCK
IO NON SONO COME VOI
tratto da William Shakespeare
di Alberto Oliva e Mino Manni
regia Alberto Oliva
con Mino Manni
assistente regia Serena Piazza
costumi Marco Ferrara
luci Alessandro Tinelli
video Leonardo Rinella

 

Profittando del fatto che è morto da quattro secoli, e dunque non più in condizione di difendersi adeguatamente, in tanti si divertono a maneggiarlo come la plastilina, con risultati che poco hanno a che spartire con l'arte e molto col sollazzo effimero di una pratica onanistica. Shakespeare andrebbe tenuto lontano dalla portata dei bambini, e invece ce n'è parecchi di dilettanti allo sbaraglio desiderosi di far bella mostra della propria inettitudine. Non è certo il caso di Alberto e Mino. Anche loro commettono errori nella pratica quotidiana del loro mestiere, ma come direbbe l'Avvocato d'Asti, è gente che sbaglia da professionista.

Shylock, lo ricordiamo per quei molti che non lo hanno mai saputo, è il protagonista del Mercante di Venezia scespiriano. La storia, ambientata nel secolo diciassettesimo, racconta di un usuraio ebreo che gestisce i propri affari nella Serenissima. Reietto in quanto giudeo, trattato più o meno alla stregua di un topo di fogna, è comunque una figura di cui i concittadini non possono fare a meno perché garantisce, alla bisogna, danaro liquido e sonante. Antonio - che è il mercante di Venezia del titolo - necessita di 3.000 ducati per l'amico Bassanio, il quale soltanto disponendo di quella cifra potrà conquistare la mano della ricca ereditiera Porzia. Shylock odia Antonio dal profondo delle viscere, perché come tutti gli altri lo ha umiliato prendendosi gioco della sua dignità, e ora che il ricco commerciante è ridotto alla questua ne approfitta per vendicarsi. In questo modo: vada per i 3.000 ducati, ma se non sarà in grado di saldare il debito in tempo, dovrà ripagarlo con una libbra della sua carne.

Come idea, ne converremo, è abbastanza raccapricciante. Ma ancor di più lo è l'ostinazione con cui Shylock, nonostante nel seguito della trama gli venga offerta l'opportunità di risolvere il contenzioso in maniera più “civile”, si incaponisce con la libbra di carne del mercante a lui inviso. È il suo trofeo di guerra, la vendetta grandguignolesca che intende consumare a tutti i costi. Purtroppo per lui le cose andranno diversamente, e nel finale di questa dark comedy (Il mercante di Venezia non lo si può definire tragedia e nemmeno commedia) sarà costretto alla fuga. Ebreo errante.

Ecco, il lavoro di Oliva e Manni parte dal finale del Mercante per raccontarne il seguito: la disperazione errabonda di Shylock, senza un'anima viva alla quale mostrare il suo dolore. Il suo immenso e inconsolabile dolore, non lenito purtroppo dal concitato dialogo con Dio. Ma l'obiettivo dei due autori non è solo restituire a Shylock quello che è di Shylock - ovvero una sua dimensione morale molto forte, una dignità epica che lo rende così intrigante agli occhi del pubblico da sembrare quasi un eroe positivo. Tutto sommato, se si fossero limitati a questo andava benone.

Invece hanno deciso, in maniera forse un po' spericolata, di ampliare il discorso con una riflessione di respiro internazionale sull'integralismo religioso. In buona sostanza, il messaggio rivolto agli spettatori è il seguente: la sete di vendetta dello strozzino, dell'ebreo strozzino, presenta molte affinità con la rabbia dei fondamentalisti islamici. La violenza degli uni è comparabile a quella degli altri. Bene. Ma questa violenza, al tirar delle somme, è da condannare sì o no? Naturalmente sì. O meglio, naturalmente per chi conosce Alberto e Mino, e sa che sono due brave persone, oltreché due artisti talentuosi. Ma con chi non li conosce come la mettiamo? Un astante in platea, uno qualunque, vedendo sul finale Shylock col cappuccio da adepto dell'Isis, che va in giro con una libbra di carne sanguinante a mo' di testa decapitata dai tagliagole, cosa può pensare?

E il problema, facciamo attenzione, non è la durezza del linguaggio. Anzi, ben venga il politicamente scorretto, perché se poi si esagera coi toni accondiscendenti, il rischio è quello ben enucleato dal critico Guido Almansi: «A quando il momento in cui non si potrà più leggere Moby Dick perché aggressivo contro le innocenti balene, protette dagli animalisti? O Madame Bovary che dimostra scarsa simpatia per la nobile categoria dei farmacisti?». Quindi, benissimo il lessico ruvido e le immagini shock - sempreché chi scrive un testo li consideri funzionali alla drammaturgia - ma queste scelte dovrebbero, a nostro personale avviso, apparire più chiare allo spettatore. Essendo il massimalismo religioso un tema molto delicato, forse sarebbe più prudente indirizzare il pubblico verso un messaggio meno criptico, più immediatamente decodificabile.

Questa la riflessione generale che facciamo. Per il resto, come si rimarcava in precedenza, abbiamo assistito a uno spettacolo di buon livello. Notevole l'interpretazione di Mino, che in particolare ci ha regalato una lettura ispirata del Libro di Giobbe. Sembra in cuor suo persuaso, come lo era Kierkegaard, che ogni parola di Giobbe sia “cibo, vestimento e balsamo per l'anima”, e questa sua intima convinzione la si avverte, palpabile. Silvio Orlando, che pochi mesi fa ha proposto il suo Shylock negli stessi giorni in cui lo proponeva Albertazzi, ci ha scherzato su dicendo che “io e Giorgio abbiamo una libbra di carne per due Shylock, e ce la contendiamo con il bisturi e con i denti”. Occhio, caro Silvio, che Mino è il terzo incomodo, e potrebbe fregarvi la libbra da sotto il naso, mentre voi state lì a vezzeggiarvi vicendevolmente.

Si diceva all'inizio che per tanti, ancora oggi, il presunto antisemitismo di Shakespeare è un problema insormontabile. Guido Ceronetti ad esempio, che pure va innegabilmente ascritto nell'elenco delle teste più brillanti del nostro Paese, anni fa arrivò a dire che la perdita del Mercante di Venezia «non rappresenterebbe un danno bensì un vantaggio per il teatro occidentale». A sua volta Ugo Volli, critico dotato di acume, pronunciò parole gravide di preoccupazione: «Chi mette oggi in scena il Mercante si prende una responsabilità e ha il dovere morale e perfino teatrale di porsi il problema dell'antisemitismo che è al centro di questo testo e di reagire in qualche modo». E guai a chi, come il nostro Antonio Syxty, osava fornirne una lettura personale al Teatro Romano di Verona. Per punizione, la reprimenda dello studioso: «Ha distribuito bikini, scarponcini rossi, arredi metallici, cappucci bianchi, musiche da radio commerciale ed è riuscito a non parlare di niente».

Ma al di là di queste prese di posizione ideologiche, quel che veramente conta è non smettere mai di proporre al pubblico teatrale il fascino, complesso e ambiguo, della figura di Shylock. Alberto Lionello, che nei primi anni '90 fu uno Shylock memorabile, eccedeva nel pessimismo quando affermava: «Che effetto può ormai esercitare sul pubblico il dilemma sulla libbra di carne reclamata, quando ogni telegiornale sforna calamità e fattacci a ritmo continuo». Disincanto comprensibile, e per certi versi anche giustificabile, ma evidentemente sottovalutava lo charme sempreverde e l'adattabilità in vari contesti spazio-temporali del personaggio: c'è stato lo Shylock “felliniano” di Elio De Capitani e quello americano, operante alla Borsa di New York, secondo l'intuizione del Burgtheater di Vienna. È diventato perfino un'usuraia, grazie all'estro dello scandinavo Mats Ek. Che argomentò la sua scelta in questo modo: «Pensare che l'interprete di Shylock debba essere un maschio ebreo è come pretendere che tutti recitino in italiano, anzi in dialetto veneziano».

E infine l'ultima metamorfosi, brillante, a firma Oliva-Manni. È uno Shylock diverso dagli altri e uguale agli altri. Anche lui ha occhi, mani, sentimenti e passioni. E cerca, come tutti noi del resto, un palcoscenico dove recitare la propria parte. Lo ha individuato. È il mondo.

 

Teatro Litta (Sala La Cavallerizza) - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 21, domenica 17, lunedì riposo
Biglietti: intero 14€, ridotti 10€
Durata: 1 ora

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Diana Belardinelli, Ufficio stampa Manifatture Teatrali Milanesi
Sul web: www.mtmteatro.it

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