Short Theatre West End, 11/09/2012 - La Pelanda Centro di Produzione Culturale (Roma)

Scritto da  Andrea Cova e Caterina Paolinelli Sabato, 15 Settembre 2012 
Misterman

La settima edizione di Short Theatre trasmigra nella suggestiva cornice del Centro di Produzione Culturale La Pelanda, nel cuore di Testaccio, per offrire altre cinque serate all’insegna delle più interessanti scritture sceniche contemporanee e dei più innovativi linguaggi performativi. Si inizia con il fascino oscuro del secondo studio di “Misterman” proposto dalla compagnia Capotrave con protagonista Alessandro Roja, e l’inconsueto progetto coreografico “An afternoon love” dei Pathosformel.

 

 

 

 

Compagnia CapoTrave / Alessandro Roja / Pierfrancesco Pisani presentano
MISTERMAN – secondo studio

di Enda Walsh
traduzione di Lucia Franchi
regia Luca Ricci
scene Katia Titolo
musiche originali ed effetti sonori Antonello Lanteri
voci off di Daria Deflorian, Irene Splendorini
e di Veronica Cruciani, Giordano De Plano, Andrea Di Casa, Federica Festa, Lucia Franchi, Francesco Montanari, Alessandro Riceci
disegno luci Gianni Staropoli
aiuto regia Elisa Marinoni
organizzazione Laura Caruso
produzione Capotrave e Pierfrancesco Pisani in collaborazione con Infinito srl con il sostegno della Regione Toscana

Dopo la presentazione di un primo studio nell’ambito dell’undicesima edizione della rassegna Trend dedicata alle nuove frontiere della scena anglosassone, la Compagnia toscana Capotrave approda a Short Theatre con la seconda tappa di avvicinamento alla forma compiuta del lavoro di traduzione, rivisitazione e messa in scena del testo del drammaturgo irlandese Enda Walsh. Un atto unico in costante crescendo, sottile, cerebrale e grondante inquietudine, che affonda la propria virulenta analisi in un contesto rurale imbastardito dal grigiore della lotta quotidiana per la sopravvivenza, presentandocelo dal punto di vista estremizzato e maniacale di un’anima candida corrosa dallo scherno continuo degli atti di bullismo subiti durante un’adolescenza difficile e soprattutto da un’adesione cieca ed integralista al cattolicesimo più bigotto ed intransigente, tale da trasformarsi in livida ed ostinata ossessione.

Misterman

Thomas Magill a trentatre anni vive ancora con la madre, amata sconfinatamente e curata con scrupolosa devozione; non è ancora sopito il dolore per la scomparsa del padre, di cui celebra il ricordo visitandone assiduamente la tomba e al quale ha l’abitudine di confessare accoratamente i suoi più reconditi pensieri e frustrazioni. La realtà che lo circonda, il villaggio di Inishfree immerso nel profondo della campagna ibernica e i suoi gretti ed incolti abitanti lo disgustano irrimediabilmente. Il suo unico e più autentico desiderio sarebbe quello di raggiungere il paradiso ed essere accolto nella rasserenante grazia del contatto col divino; nel frattempo, con l’intento di meritare questa ambita ricompensa, la sua fede esasperata lo induce ad auto-attribuirsi un ruolo di moralizzatore ed inflessibile castigatore dei peccati altrui, appuntati con certosina dovizia di particolari su di un taccuino: Timmy O’Leary – sporcizia (si era comportato indegnamente con la madre disseminando biancheria sudicia in giro per la casa), Danny – profanità (ubriaco, volgare e violento, lo aveva insultato e schiaffeggiato per strada), signora Clery – indecenza (la proprietaria del negozio di dolciumi aveva tentato di concupirlo durante un giro di valzer particolarmente lascivo), queste sono solamente alcune delle annotazioni di una giornata come infinite altre. Si comprenderà ben presto che un delirante percorso a tutta velocità verso la tragedia è dolorosamente e irreparabilmente innescato ed il luttuoso e sanguinoso epilogo, suggerito in realtà da indizi neanche troppo celati lungo l’intero corso della narrazione, si abbatterà sul modesto villaggio rurale e sulla semplice e misera esistenza del protagonista senza concedere appello né ritorno.

Estremamente semplice l’allestimento scenografico curato da Katia Titolo: un modesto tavolo di legno dislocato al centro del palcoscenico ed un abito elegante appeso al soffitto sulla destra, il tutto immerso in una penombra che sembra riecheggiare la confusione allucinata che appanna la capacità di giudizio di Thomas. La direzione registica di Luca Ricci si rivela asciutta, efficace e sostanzialmente aderente al testo originale, qui presentato nell’incisiva ed intensa traduzione di Lucia Franchi. Il magmatico monologo richiede all’interprete calibrata energia emotiva, solida presenza scenica e una non comune capacità introspettiva finalizzata ad indagare e tradurre in azione performativa i più enigmatici recessi di un animo atrocemente tormentato; nella fattispecie questo travolgente flusso di coscienza trova un singolare mezzo espressivo nel dialogo instaurato dal giovane antieroe con delle voci morbosamente registrate su nastri – evidente il riferimento al beckettiano Ultimo nastro di Krapp -, in cui infondono carisma interpretativo e notevole realismo numerosi attori tra cui spicca una superba Daria Deflorian, capace di plasmare con incredibile forza espressiva il personaggio di una madre decisamente sopra le righe, eppure vicina con sincero e disarmante affetto allo spirito angosciato del figlio, forse l’unico, troppo debole baluardo verso l’estrema deriva della sua mente.

Convincente e densa di entusiasmo la prova recitativa di Alessandro Roja (familiare alle platee televisive per la sua partecipazione alla serie “Romanzo criminale” di Stefano Sollima nel ruolo del Dandi e di recente anche al cinema in “Magnifica presenza” di Ferzan Ozpetek, “Diaz - Don't Clean Up This Blood” di Daniele Vicari, e come protagonista in “I più grandi di tutti” di Carlo Virzì). Roja si insinua con vibrante capacità mimetica tra le pieghe più nascoste ed inconfessabili del personaggio, dall’immacolata infanzia insozzata dall’insensibile e gratuita cattiveria del mondo circostante (“essere l’unico gattino in un paese di cani è una maledizione terribile”) alla furia omicida di un cieco vendicatore; il giovane attore romano si muove con sicurezza tra registri interpretativi diametralmente opposti e cattura l’attenzione del pubblico sin dall’ingresso in sala, rannicchiato in lacrime nell’oscurità del proscenio, promessa di un viaggio sconvolto e tragico che sarà ineluttabilmente mantenuta dal testo livido e tagliente di Enda Walsh. Il progressivo sprofondare nell’incubo prende le mosse da una giornata come innumerevoli altre con i piccoli rituali del quotidiano, le preghiere innalzate all’angelo del bene affinchè redima i peccatori che lo attorniano e mondi finalmente la loro anima, il desiderio di ascendere al paradiso mentre le gambe sembrano graniticamente “intrappolate nella terra del demonio”, l’insopportabile latrare di cani assordanti come spiriti malvagi che affollano la sua mente; e poi l’incontro con Edel, creatura dalle sembianze angeliche che pare donargli un barlume di estasi celestiale, ed un diluvio scrosciante sotto il quale Thomas si denuda quasi a volersi scrollare di dosso tutte le proprie colpe e una sofferenza ormai intollerabile (“prima espiamo i nostri peccati e prima il mondo si ritroverà con la pace e l’amore” sussurra dolentemente accorato). Particolarmente virulenta e sconvolgente la scena conclusiva in cui Thomas, con il volto completamente trasfigurato dalla follia e con l’intero paese che chiacchiera malignamente con caustico sarcasmo sulle sue ossessioni ed il suo finto angelo Edel, sprofonda definitivamente nel suo inferno di pazzia sulle note accelerate del classico folk irlandese “Toss the feathers” in quello che ritiene essere “l’ultimo giorno del demonio”, sino all’atroce fade out, che cancella ogni possibilità di speranza o redenzione, “tutto è così giusto perché nessuno sta ascoltando, nessuno sta ascoltando…”.

Un testo drammaturgico di notevole originalità ed impatto, indubbiamente significativo e di attualità in un mondo ancora tristemente martoriato dai fondamentalismi religiosi, portato in scena con convinzione ed eleganza dalla compagnia Capotrave e da Alessandro Roja; attendiamo pertanto con curiosità l’esito dell’ultimo stadio di evoluzione che condurrà alla forma performativa compiuta di questo già più che convincente progetto teatrale.

(Andrea Cova)

 

Pathosformel presenta
AN AFTERNOON LOVE

di Daniel Blanga Gubbay, Paola Villani
con Joseph Kusendila
e con la collaborazione di Andrea Corsi
produzione Pathosformel
coproduzione Centrale Fies, Workspace Brussels
in collaborazione con Contemporanea Festival / Teatro Metastasio della Toscana
Residenze artistiche Workspace Brussels@Kaaitheater, Workspace Brussels@Les Brittines, Tanzfabrik (Berlin)
Con il supporto di APAP network – Culture Programme of the European Union
Si ringrazia CANGO Cantieri Goldonetta Firenze
Pathosformel fa parte del progetto Fies Factory

Pathosformel

Entrando nello spazio si sente il rumore di un pallone che rimbalza sul pavimento. A terra un tappeto di linoleum. Una panchina di legno. Uno stereo portatile stile anni ’90. Una bottiglia d’acqua di plastica. Un ragazzo di colore in tuta che gioca a basket. Ci sediamo a semicerchio e per 40 minuti guardiamo lui che gioca. Si siede. Passeggia. Si sdraia. Poi: accende la radio e noi sentiamo Mahler. La prima volta è pura poesia. Non te lo aspetti perché ti senti sul balcone di casa tua ad osservare un ragazzotto che gioca in cortile e poi quella musica... è un istante, poetico. Subito dopo, anche questo stacco sull’eternità entra in una routine. E’ il gioco di un sorta di eroe metropolitano che tormenta la palla, la odia, la tiene stretta, la abbandona, ci gioca, la osserva. E’ la storia di una persona sola, avvolta nei suoi pensieri e noi la stiamo spiando. Siamo spettatori consapevoli del momento privato di un ragazzo che non sa che fare e sta lì e fa quel che gli viene spontaneo. Joseph Kusendila, ottimo performer, è semplice, credibile in ogni istante (anche perché è un vero giocatore di basket), piacevole sulla scena e molto bravo a calibrare l’energia. Io che guardo miracolosamente non mi annoio. Capisco il suo stare, fare, passeggiare e giocare. Lo capiamo tutti perché probabilmente è stato di tutti passare un pomeriggio così. Che altro dire? Semplice. Comunicazione chiara. Immagini pulite. Gioco facile. Mi chiedo cosa mi ha lasciato, cosa ho pensato e provato, se mi ha arricchito. Forse si. Fra tanto frastuono, c’è stato un momento che mi ha confermato ciò in cui spesso credo: quando il messaggio è forte, non serve gridare per trasmetterlo.

Phatosformel nasce a Venezia nel 2004 riunendo elementi provenienti da differenti discipline nell’intento di ripensare la presenza del corpo umano in scena. Riceve il Premio Ubu Speciale nel 2009. Dal 2007 fa parte di Fies Factory, un progetto Centrale Fies.

(Caterina Paolinelli)

 

 

Articolo di: Andrea Cova e Caterina Paolinelli

Grazie a: Emanuela Rea, Ufficio stampa Short Theatre

Sul web: www.shorttheatre.orgwww.capotrave.com - www.pathosformel.org

 

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