Short Theatre: politiche della visione…se non vedi, non credi - Day 9 (13/09/2011)

Scritto da  Lunedì, 19 Settembre 2011 
Loretta Strong

Il Teatro India spalanca le proprie porte alla sesta edizione di Short Theatre, la rassegna di teatro indipendente e dialogo culturale più ricca di stimoli di ricerca, inedite prospettive drammaturgiche e nuove proposte performative: in scena l’eclettica compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa con lo sfrenato ed esilarante viaggio intergalattico della loro eroina “Loretta Strong”, partorito dall’inconfondibile genio creativo dell’artista franco-argentino Copi; a seguire i brandelli di dolorosa e lucente emozione regalati da Teatri di Vita con “Biglietti da camere separate”, uno sguardo sensibile e commosso rivolto da Andrea Adriatico al percorso tracciato da Pier Vittorio Tondelli tra le pieghe della propria solitudine, nel deflagrante conflitto tra purezza del sentimento, silenzi, lontananze ed il dramma della malattia che non concede scampo.

 

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa presenta

LORETTA STRONG

di Copi

con Paolo Oricco

e Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Alessandra Deffacis, Stefano Re

"Astronave" di Daniela Dal Cin

regia di Marco Isidori

produzione 2011, con il sostegno di Sistema Teatro e Teatro Stabile di Torino

 

Teatri di vita presenta

BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE

uno sguardo di Andrea Adriatico su Pier Vittorio Tondelli

con Maurizio Patella in Camera 1, Mariano Arenella in Camera 2

suoni originali di Massimo Zamboni

luci, scene e costumi di Andrea Cinelli

cura artistica di Saverio Peschechera

fotografia Raffaella Cavalieri

supporto tecnico creativo di Roberto Passuti e Gianluca Tomasella

grazie per l'aiuto, lo scambio e il sostegno a Stefano Casi, Giulio Maria Corbelli, Daniela Cotti, Monica Nicoli, Simona Patti e a Francesca Ballico

Andrea Adriatico ringrazia i Teatri dell'Imbarco di Firenze per averlo spinto a considerare questa avventura

 

Loretta StrongDue spettacoli dalle atmosfere diametralmente opposte, due concezioni artistiche profondamente diverse, ma che rappresentano vivide testimonianze di come, sotto la spessa ed opprimente coltre di cenere violentemente imposta da una politica di tagli brutali e insensati e di ottuso ostracismo culturale, esplodano ancora in maniera onesta, impetuosa e appassionata talenti creativi di sorprendente nitidezza e potenza espressiva.

Dapprima ci immergiamo nel rutilante, variopinto, chiassoso ed iperbolico universo performativo della compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, fondata venticinque anni fa dal regista Marco Isidori, dalla scenografa Daniela Dal Cin e dall’attrice Maria Luisa Abate; in scena uno dei loro indiscutibili cavalli di battaglia, la reinterpretazione assolutamente personale ed incisiva del monologo “Loretta Strong”, scritto nel 1974 dal drammaturgo argentino Raúl Damonte Botana, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Copi. Quello che si dispiega dinanzi ai nostri occhi è il racconto stravagante e grottesco della spedizione nel cosmo intrapresa dalla protagonista Loretta Strong - creatura dalla sessualità difficilmente decifrabile, volitiva e coraggiosa come prescritto dal suo stesso nome - per colonizzare il remoto pianeta di Betelgeuse e seminarvi una bizzarra piantagione d’oro; il tutto complicato da mostruosi topi volanti e vermi alieni che continuamente la possiedono insinuandosi senza ritegno nel suo corpo, enormi frigoriferi pronti ad ospitare gli arti smembrati del suo compagno di viaggio defunto, il capitano Drake (riferimento storico al celebre navigatore inglese Francis Drake), forni ribollenti in procinto di esplodere col rischio di carbonizzarla e il costante dialogo telefonico unilaterale con l’amica Linda, alla quale la nostra eroina si rivolge in una parossistica richiesta di conforto umano e sostegno, nel vano quanto disperato tentativo di sfuggire alla solitudine assordante che la perseguita.

Loretta StrongLa scena è dominata dall’ingegnosa macchina rotante (realizzata da Daniela Dal Cin) che rappresenta l’astronave su cui viene compiuta la perigliosa escursione spaziale: inchiodata a questo maestoso disco la protagonista (interpretata in chiave en travesti dall’ottimo Paolo Oricco) indossa solamente un aderente pantacollant candido ed uno svolazzante gonnellino bianco a pois rossi; ad imprigionarla al suo cibernetico ed avveniristico veicolo stellare le massiccie cinghie agganciate agli imponenti stivali rosso cremisi e quelle che avvolgono il petto e le spalle nudi, mentre sulla tavola circolare dalla sagoma del suo corpo si dipanano tortuose propaggini del suo tutù dalla foggia di insidiosi serpenti bianchi a macchie rosse, dai suoi cortissimi capelli rosso fuoco si irradiano lunghe ciocche vermiglie ed il tutto è invaso da riproduzioni dei minacciosi roditori volanti che la infestano ed insidiano sessualmente.

In un’ora di monologo al fulmicotone il giovane attore, mantenendo un’eccellente tensione interpretativa ed una coinvolgente padronanza espressiva, si avventa in un dialogo ipotetico con la misteriosa interlocutrice Linda raccontando l’invasione di improbabili uomini scimmia, le trattative in corso con gli ostili plutoniani e l’alienazione derivante dal proprio stato di unica sopravvissuta all’esplosione del pianeta Terra, dando vita ad un vero e proprio delirante vortice affabulatorio dal grottesco fascino nonsense, che talora sconfina addirittura nel ricorso ad un grammelot di ascendenza futurista. Ad affiancare Paolo Oricco sul palcoscenico in questa impegnativa prova recitativa troviamo Maria Luisa Abate, Stefano Re, Alessandra Deffacis e Valentina Battistone, nei molteplici ruoli di topi, granchi, pappagalli, serpenti ed altro vociante ciarpame celeste; le nevrosi sessuali e le fantasie maniacali caratteristiche della produzione letteraria e drammaturgica di Copi si tramutano in straripante adrenalina scenica di certo non contenibile dai solidi legacci che assicurano il corpo di Oricco all’astronave consentendogli di ruotare a trecentosessanta gradi, un fiume in piena di cristallina follia drammaturgica che cattura lo spettatore travolgendolo in una luccicante giostra di contrastanti emozioni ed inducendolo a riflettere con una livida e provocatoria metafora sull’intima solitudine esistenziale dei nostri tempi e sull’isolamento autoreferenziale in cui troppo frequentemente ci troviamo immersi senza riuscire ad instaurare autentici rapporti umani. L’ennesima conferma dell’estrema originalità dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, capaci di imprimere il proprio marchio di fabbrica in maniera evidente e riconoscibile persino allorchè si cimentano con un microcosmo teatrale estremamente impegnativo, elaborato e personale come quello di Copi.

Biglietti da camere separateDopo essere ridiscesi, trasognati e stupefatti, dalle inospitali lande del pianeta Betelgeuse ci dirigiamo all’esterno dei padiglioni industriali del Teatro India nell’affascinante spazio esterno prospiciente un rigoglioso canneto: ci attende un viaggio di natura profondamente diversa da quello che ha caratterizzato la prima parte della nostra serata; stavolta percorreremo i recessi più intimi del’interiorità umana, la passione e le incertezze del sentimento, una solitudine che è dapprima desiderio di lontananza e vagheggiamento di un amore vissuto in maniera “consapevolmente” separata per poi trasformarsi ben presto nel lacerante senso di abbandono per una perdita definitiva, una vita strappata nel fiore degli anni da una malattia implacabile.

Il regista Andrea Adriatico, fondatore e direttore artistico della compagnia bolognese Teatri di Vita, affonda il proprio sguardo, con rispetto colmo di emozione e sincera partecipazione, nel romanzo “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, epilogo della sua parabola letteraria che traduce in pagine di incredibile umanità ed ineffabile lirismo il termine della sua esperienza terrena, stroncata a soli trentasei anni dall’Aids, flagello di un’intera generazione, piaga che ha stravolto irreparabilmente il modo di concepire l’amore, la sessualità e l’interazione tra gli individui.

La resa scenica dell’ultimo romanzo di Tondelli conferisce alle sue pagine ancora maggiore enfasi e potere suggestivo: due piattaforme realizzate con grezzi mattoni da costruzione poste ad una decina di metri di distanza simboleggiano le camere forzatamente separate che ospiteranno l’amore dei protagonisti della narrazione, ed il pubblico viene disposto ordinatamente tra queste due strutture, attorno allo spazio delimitato dal canneto e da uno dei padiglioni del teatro. Ad accoglierci i due interpreti della pièce, Maurizio Patella e Mariano Arenella, i quali consegnano a ciascuno spettatore un frammento di carta con la trascrizione di uno dei “biglietti agli amici” che compongono l’omonimo raccolta di Tondelli del 1986, lasciapassare per immergerci sin dai primi istanti nella sua tormentata spiritualità e nella sua straordinaria capacità di tradurre ricordi, emozioni, sofferenze e timori in pagine di delicato romanticismo e straziante verità.

Biglietti da camere separateIniziamo quindi a ripercorrere le tappe del legame unico e trascinante sbocciato tra l’italiano Leo, omosessuale dichiarato poco più che trentenne e scrittore di successo, ed il giovane musicista tedesco Thomas: dall’incontro casuale ad un party parigino ai primi timidi approcci, dai viaggi che li condurranno alla scoperta delle più vivaci capitali europee sino alla decisione imposta da Leo ed accettata con sofferta rassegnazione da parte di Thomas di vivere a duemila chilometri di distanza, appunto in due camere separate, per instaurare tra loro una salvifica distanza che inietti linfa vitale nel loro rapporto grazie al potere del vagheggiamento nostalgico della persona amata ed evitando di incorrere nel pericolo di una limitante e svilente routine quotidiana: avranno modo di trascorrere il loro tempo assieme quando lo desidereranno ma potranno anche all’occorrenza rifugiarsi in un’impenetrabile e confortevole solitudine. Se però Leo percepisce questa dinamica relazionale come perfettamente cucita sulle sue esigenze, ben diverso è il mondo interiore di Thomas ed il suo desiderio di condivisione e famiglia; è questo il motivo per cui instaura una relazione con Susan, ragazza che inizierà a convivere con lui, senza che questo precluda la prosecuzione del rapporto affettivo a distanza con Leo. Quest’ ultimo è stravolto dalla rivelazione e vede crollare inesorabilmente le proprie certezze; non vi sarà per lui neppure il tempo di metabolizzare questo scomodo menàge a trois poiché a Thomas viene diagnosticato un male incurabile che lo porterà via con rapidità sconcertante, dopo un silenzioso e dolente congedo dal suo amato Leo in un’austera camera d’ospedale. Da questo drammatico istante ha inizio per il giovane scrittore una seconda fase della propria esistenza, nell’angosciato tentativo di elaborare il doloroso lutto: inutile sarà tornare al proprio paese d’origine e rinchiudersi in una granitica solitudine, così come del tutto vano si rivelerà l’anestetico ricorso a torbidi incontri di sesso a pagamento e a violente pratiche bondage che donandogli piacere annientino anche il tormento della mente e del ricordo. Solo il trascorrere degli anni saprà in parte lenire la ferita e gli consentirà di aprirsi nuovamente al prossimo e alla speranza di un nuovo affetto; il tempo a sua disposizione sarà però eccessivamente breve, visto che anche su di lui incombe lo spettro della malattia.

Evidente il parallelismo tra il personaggio di Leo e l’esperienza biografica di Tondelli, anche nella conclusione dal momento che l’autore mentre terminava il romanzo era malato di Aids, sebbene non abbia mai parlato della sua malattia pubblicamente; il romanzo rappresenta piuttosto la sublimazione artistica del suo personalissimo modo di vivere il sentimento ed affrontare la morte, nonché il suo testamento umano e letterario. I due attori in scena danno voce a queste pagine, conferendo loro vita pulsante, dinamismo e palpabile forza espressiva; cambiano posizione frequentemente nel corso del racconto, si incontrano al centro dello spazio scenico costruito con gusto minimalista, interagiscono col pubblico in un dialogo di sguardi e vicinanza spirituale che accresce ulteriormente il fascino del testo di Tondelli. Si libereranno ben presto dei loro abiti, pantaloni neri e immacolate camicie bianche, rimanendo nudi, senza difese né protezioni dalla violenza del mondo esterno, per dar voce in maniera decisamente più credibile ad una storia che della più totale e cruda nudità dell’anima, priva di infingimenti e mediazioni, fa il proprio punto di forza ed il segreto della propria capacità di coinvolgimento emotivo. Ridotti al minimo gli elementi scenografici (dei lenzuoli bianchi che, se dapprima rappresentano le poche tracce di quotidianità del rapporto tra Leo e Thomas, nelle sequenze finali si tramutano in candidi sudari destinati ad accogliere le loro spoglie mortali; le corde che divengono strumenti di piacere nei giochi sadomaso a cui cede Leo nella sua spirale di devastazione conseguente alla morte del compagno), ciò che si staglia in primo piano è il testo, l’emozione, in un “teatro di parola” che colpisce profondamente lo spettatore inducendolo in numerosi passaggi ad un’autentica commozione. Questo anche grazie alle pregiate interpretazioni dei due attori protagonisti, tra i quali in particolare Maurizio Patella cattura l’anima dello spettatore grazie alla sua recitazione pulita, incisiva, ricca di sfumature emozionali e perfettamente padrona della scena, stabilendo con il suo personaggio un rapporto simbiotico notevolmente affascinante.

Quando si spengono le luci e si fa ritorno a casa, lo si fa con la consapevolezza di aver assistito ad una vera opera d’arte, con lo spirito gonfio di emozioni e il desiderio di riflettere sulle innumerevoli possibili declinazioni del sentimento d’amore, magari tornando a leggere le pagine poetiche di Tondelli, autore che meriterebbe maggiore considerazione nell’ambito della letteratura del secolo scorso e che “Biglietti da camere separate” celebra con passione, eleganza e straordinaria intensità.

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Emanuela Rea, Ufficio Stampa Short Theatre

Sul web: www.shorttheatre.org

 

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