Short Theatre 2012 West End, 06/09/2012 - Teatro India (Roma)

Scritto da  Martedì, 11 Settembre 2012 
Bis

La settima edizione di Short Theatre, ormai irrinunciabile ed accogliente microcosmo per gli artisti della scena drammaturgica e performativa contemporanea italiana, nonché per un sempre più numeroso pubblico di appassionati estimatori, indirizza il proprio orizzonte di ricerca lungo il sentiero individuato sin dal sottotitolo, “West End”. Frammenti di teatro, danza, musica, arte visiva per raccontare l’esistenza quotidiana e le aspirazioni, spesso tragicamente frustrate, di tutti noi, occidentali ormai giunti inesorabilmente alla fine. La fine infinita dell’occidente che, appunto, non finisce mai. In scena al Teatro India, nella seconda giornata del festival, Ambra Senatore e Antonio Tagliarini con “Bis”, Teatro della Tosse con “Generazioni componibili” e Teatri di Vita con “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”.

 

Produzione Aldes/Planet 3 presenta

Ambra Senatore e Antonio Tagliarini in

BIS

di e con Ambra Senatore e Antonio Tagliarini

musiche David Bowie, Domenico Scarlatti

luci Leonardo Bucalossi

un ringraziamento per la collaborazione a Filipe Viegas

20.30 / sala B / teatro / 1h25’

Teatro della Tosse presenta

GENERAZIONI COMPONIBILI

di Alessandro Bergallo, Emanuele Conte e Andrea Pugliese

tratto daPeople from Ikea” di Andrea Pugliese

con Alessandro Bergallo, video ideati e diretti da Andrea Linke

luci e colonna sonora a cura di Tiziano Scali

con la partecipazione in video di Silvia Bottini e Simonetta Guarino, Simona Fasano, Paola Lattanzi, Falou Niang, Andrea Possa, Alice Rota

22.15 / esterno canneto / teatro / 1h

Teatri di Vita presenta

L’OMOSESSUALE O LA DIFFICOLTA’ DI ESPRIMERSI

uno spettacolo di Andrea Adriatico

di Copi

con Anna Amadori, Olga Durano, Eva Robin's

e Maurizio Patella, Saverio Peschechera, Alberto Sarti

cura Saverio Peschechera, Daniela Cotti

scenotecnica e luci Carlo Quartararo

costumi Valentina Sanna

scene e costumi Andrea Cinelli

organizzazione Monica Nicoli

grazie a Stefano Casi

 

Un appuntamento unico, effervescente, impetuoso e fieramente indipendente: Short Theatre nel corso degli anni ha sempre maggiormente confermato questi suoi connotati, conquistando senza riserve spettatori ed operatori del settore e spalancando le porte di location altamente suggestive come il Teatro India ed il Macro Testaccio La Pelanda a registi, attori e performer sia italiani che internazionali uniti dal comun denominatore di un’indagine rigorosamente libera e di una consapevole disamina critica del contemporaneo, attraverso molteplici punti di vista e linguaggi espressivi. Il focus di quest’anno, al di là delle naturali differenze generazionali, geografiche e socioculturali degli artisti coinvolti, si concentra inevitabilmente sulla crisi che ottunde il nostro sistema economico e politico, ripercuotendosi istantaneamente sulle possibilità offerte al singolo individuo e con altrettanto impeto sull’ambito artistico. La rassegna che ormai inaugura ufficialmente la stagione teatrale romana diviene pertanto preziosa occasione per interrogarsi sullo stato attuale della rappresentazione, sugli strumenti a nostra disposizione per opporci alla massificazione e al conformismo imperanti, al depauperamento della nostra identità culturale, all’annichilimento delle prospettive per il futuro. Ecco quindi che Short Theatre si trasforma in terreno fecondo per condividere nuovi linguaggi, esperienze drammaturgiche e scritture sceniche a cavallo tra tradizione e innovazione, offrendo altresì l’occasione di uno scambio di opinioni e vissuto tra spettatore, attore e regista, non più entità tra loro separate da una cortina invalicabile ma al contrario suscettibili di incontro, confronto ed arricchimento reciproco.

La serata si apre con l’ironico, creativo ed originale dialogo coreografico tra Ambra Senatore ed Antonio Tagliarini, che in “Bis” hanno rivisitato a distanza di tre anni il loro precedente lavoro “L'ottavo giorno”; una rielaborazione sostanziata dal percorso umano ed artistico nel frattempo intrapreso dai due interpreti, che preserva però intatti lo spirito originario di questo progetto inconsueto e la palpabile sintonia che si traduce in movimento perfettamente armonico e naturale. Uno spazio neutro, ostinatamente bianco e vuoto, fatta eccezione per l’elegante abito rosso carminio della danzatrice, uno scampolo di prato artificiale verde smeraldo e tre lussureggianti piante plastificate proprio come i desideri che albergano nell’intimo di ogni essere umano. Aspirazioni che, anche qualora trovassero una improbabile realizzazione, si tramuterebbero pochi istanti dopo in un’asfittica sensazione di noia ed insoddisfazione.

E’ questa la cornice in cui si incastona l’irresistibile nonsense dell’opera, che vede dapprima i due performer rivolgersi vezzosamente al pubblico ad accoglierne gli applausi conclusivi, per poi iniziare ad accennare gesti minimali, dapprima non riconducibili ad un disegno razionalmente comprensibile ma che progressivamente si schiudono in una continua alternanza di costruzione e decostruzione, quasi a voler tracciare una perfezione impossibile. Tra maldestre cadute, parossistici spostamenti delle minimali suppellettili a loro disposizione ed improvvise interruzioni del loro impegno certosino – accompagnate da un bizzarro siparietto sonoro a rassicurare che lo spettacolo riprenderà tra breve – in conclusione il loro obiettivo diventerà finalmente intelleggibile, nella scena finale di matrice più chiaramente descrittiva: novelli Adamo ed Eva alla ricerca del loro paradiso terrestre si spoglieranno degli inutili e soffocanti orpelli, dagli abiti alle convenzioni sociali, e nel loro rigoglioso eden sintetico scoveranno una parentesi di pienezza e felicità. Una parentesi che però ben presto scoprirà il fianco al tedio, alla ripetitività, al bisogno di nuovi stimoli, ad una cocente delusione, sino all’inevitabile abbandono del paradiso terrestre che ritenevano fermamente avrebbe placato la loro insopprimibile ed umanissima urgenza. Compreso che il tendere costantemente verso la perfezione non può condurre a null’altro se non alla disillusione, non rimarrà altro che la distruzione e la fuga, chiudendo il circolo di questo coinvolgente divertissement coreografico. Un lavoro tecnicamente ricercato ed al contempo divertente grazie alla sua delicata carica irrisoria delle nostre rassicuranti ma probabilmente irrealizzabili certezze; magistrale l’interpretazione di Ambra Senatore e Antonio Tagliarini, capace di coniugare perfetto equilibrio formale ed un’espressività singolare ed accattivante.

Generazioni componibili

Si prosegue poi con “Generazioni componibili” della compagine genovese del Teatro della Tosse. Indubbiamente interessante l’assunto iniziale di questo esperimento drammaturgico: le nostre esistenze, tra le faticose asperità del quotidiano, i sogni che sembrano sempre più sfumare nel miraggio e la necessità di trovare conforto in un’omologazione che ci avvicini il più possibile al nostro prossimo, trovano un simbolo perfetto nello scintillante universo parallelo Ikea, sempre pronto a soddisfare tutti i nostri desideri. Emanuele Conte e Alessandro Bergallo attingono pertanto alle schegge impazzite di dolorosa vita vissuta annoverate nella raccolta “People from Ikea” di Andrea Pugliese, racconti composti dall’autore trascorrendo tre mesi interi in un punto vendita del colosso svedese al fine di analizzare le dinamiche comportamentali dei clienti in cerca dell’oggetto dei loro sogni, in un empireo fatto di mensole, divani, tappeti e coloratissimi gingilli che campeggeranno identici in milioni di altre case disseminate nei cinque continenti. L’atto unico si prefigge di tradurre questo mosaico di esperienze biografiche in drammaturgia ricorrendo ad un linguaggio il più possibile moderno, che prevede il massiccio utilizzo di contributi video (un plauso ai suggestivi cortometraggi realizzati dal videomaker genovese Andrea Linke) che divengano parte integrante della tessitura scenica. Sul palcoscenico solamente l’istrionico Bergallo diviso tra rutilanti monologhi, proiezioni di filmati su di un telo bianco che campeggia nel proscenio e l’interazione sia con i personaggi di tali cortometraggi che con il pubblico. Peccato che le iniziali premesse non vengano supportate da una messa in scena altrettanto convincente: se la prima parte dello spettacolo conserva un equilibrio godibile, nel secondo segmento viene gradualmente meno il supporto di una struttura drammaturgica solida e l’insieme sembra percorrere un sentiero forzato. Peraltro gli ultimi episodi narrati sconfinano drammaticamente nel grottesco ed il fil rouge dello spirito originario dell’opera diviene flebile se non impercettibile: a titolo d’esempio le divagazioni sull’affair sentimentale tra due acari annidati tra le fibre di un variopinto tappeto Ikea, gli accurati studi compiuti da un uomo primitivo con velleità da arredatore di interni o l’improbabile dialogo tra disperati clienti di un avvocato divorzista costituiscono scene non propriamente memorabili, che hanno suscitato non poche perplessità nella platea romana.

Questa prima serata trascorsa alla scoperta del West End si conclude con Teatri di Vita nel canneto posto alle spalle del complesso dell’India, tra l’altro la medesima ambientazione che lo scorso anno aveva ospitato la vibrante e commovente rivisitazione dell’opera di Tondelli “Biglietti da camere separate” proposta dalla compagnia bolognese. Diametralmente distante dalle atmosfere che caratterizzavano quell’esperienza, il lavoro teatrale presentato quest’anno attinge all’universo letterario caleidoscopico, delirante, immaginifico ed orgogliosamente camp del drammaturgo e vignettista argentino Copi (al secolo Raúl Damonte Botana).

“L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” rappresenta uno dei testi più straripanti, originali e intrisi di trascinante ironia partoriti dall’inesauribile fantasia dell’autore, summa del suo mondo esplosivo popolato da creature che travalicano ogni decisiva definizione di identità e sesso e del suo interrogarsi sull’intrinseca difficoltà del comunicare la propria reale essenza al prossimo, al di là delle ottuse barriere frapposte dalla società borghese benpensante e delle naturali intime reticenze connaturate all’individuo.

Sulle note di “Melocoton” di Colette Magny - brano che accompagnerà come un’affascinante intelaiatura sonora diversi passaggi della narrazione ed esprime alla perfezione, con la malinconia del suo incedere cadenzato, l’assenza di certezze e la bruciante necessità di vicinanza e calore umano che trasuda dal testo di Copi - con piglio militaresco entrano in scena Irina (Anna Amadori) e Madame Simpson (Olga Durano) inoltrandosi nella gelida ed inospitale steppa siberiana per catturare qualche agognato raggio di sole. Sin dalle prime battute il rapporto tra le due donne ci appare ambiguo e difficilmente definibile: la prima, giovane ragazza immatura e continuamente bisognosa di sostegno e aiuto; la seconda al contrario determinata, severa, perentoria nell’affrontare i pericoli del mondo esterno, ma allo stesso tempo incredibilmente generosa e sempre maternamente disponibile ad accudire la sua compagna di vita. Madre e figlia? Decisamente no. Amanti? Probabilmente, ma non solo. Amiche con un legame madre-figlia che deborda frequentemente nell’incestuoso? Sì, forse questa definizione si avvicina maggiormente al loro menage “familiare”. L’unica certezza è che il loro incontro sarebbe avvenuto alcuni anni prima a Casablanca in occasione dell’operazione chirurgica del loro cambiamento di sesso.

Teatri di VitaDopo appena pochi istanti trascorsi a godere del tepore dei raggi solari, Madame Simpson redarguisce con veemenza Irina per aver trascurato le lezioni di pianoforte finanziate dal loro mecenate, lo zio Pierre (Guai ad indisporlo! Se si interrompessero le sue sovvenzioni, loro due finirebbero direttamente nel cuore della steppa a mendicare), tenute dalla conturbante signora Garbo (Eva Robin’s). L’irriverente ragazza ha piuttosto preferito trascorrere i pomeriggi in infuocati incontri di sesso promiscuo nei bagni della stazione, seducendo ruvidi cosacchi, un bizzarro parrucchiere e persino l’ufficiale Garbenko, marito della sua insegnante di musica. Si scoprirà ben presto che queste infuocate intemperanze adolescenziali hanno prodotto il loro frutto: Irina è incinta, senza poter immaginare neanche lontanamente chi sia il padre; il feto verrà però prontamente evacuato in un secchiello da spiaggia, proprio mentre sopraggiunge, torbidamente sinuosa su tacchi vertiginosi ed adornata da un abito che ben poco lascia all’immaginazione disvelando una bellezza esuberante, la premurosa signora Garbo. Preoccupata dalla sparizione della sua allieva, giunge a sincerarsi delle sue condizioni e, ennesimo colpo di scena, a dichiararle perdutamente il suo amore! Irina confessa a questo punto che il padre del nascituro sino a pochi istanti prima custodito nel suo grembo era proprio la sua zelante istitutrice, anche lei transgender dal sensuale corpo femminile ma avente attributi sessuali maschili.

Tra un’ipotesi di fuga in Cina sulla Transiberiana, rocambolesche cadute, un parapiglia di accuse e recriminazione reciproche e il contrappunto di alcuni grotteschi personaggi maschili che irrompono dal retro del canneto facendo esplodere petardi, arrampicandosi su grate ed indossando eccentrici costumini dalla foggia quantomeno kitsch (come non rivolgere un elogio alla grande ironia e destrezza dei tre baldi comprimari maschili della pièce, interpretati da Saverio Peschechera, Alberto Sarti e Maurizio Patella), si può agevolmente immaginare come questo glitterato tourbillon di abbacinante nonsense, spietato sarcasmo, dialoghi taglienti come affilatissimi rasoi alternati a palpiti di incredibile tenerezza, non condurrà ad un epilogo in alcun modo risolutivo. Le tre battagliere protagoniste riceveranno la visita a sorpresa del dottor Feydau (sferzante il parallelismo del suo nome con quello del padre del teatro comico francese, che concluse la sua instancabile opera di autore di farse e vaudeville internato in un ospedale psichiatrico), il cui intervento terapeutico era stato da loro sovente evocato e al contempo atrocemente temuto: il medico scaglierà su di loro una infinita valanga di finocchi tramortendole, per poi raccogliere in un telo-sudario i loro corpi e tutti gli arredi di scena, quasi a voler sottolineare un senso di compiutezza della loro esperienza terrena, ormai liberata dai vincoli del dover essere, del dover trasformare il proprio corpo e la propria anima per inseguire la felicità, del dover comunicare il proprio mondo interiore superando quotidianamente insormontabili ostacoli.

Lo spettacolo conquista senza riserve lo spettatore grazie ad una miscela sapientemente dosata tra la follia irrefrenabile della drammaturgia di Copi, la riconoscibile ed ineccepibile cifra registica di Andrea Adriatico ed il coinvolgente lavoro d’ensemble dei talentuosi interpreti in scena che innescano un esplosivo meccanismo ad orologeria dai tempi comici squisitamente calibrati. Davvero trascinante la prova recitativa di Olga Durano, capace di plasmare con sorprendente ricchezza il suo complesso personaggio: furibonda ed irrequieta sotto la sua scarmigliata parrucca nero corvino ed un paio di vistosi occhiali da sole, elargisce perle di dissacrante ironia con un ritmo incalzante, un’energia poderosa ed una solidissima presenza scenica. Suo perfetto contraltare Anna Amadori, abilissima nel dar vita ad una creatura stralunata e fragile, insofferente, nevrotica e frustrata che cerca sfogo in pulsioni sessuali incontrollabili e passioni dilanianti, avendo ormai irrimediabilmente smarrito la bussola della propria esistenza; pregevole la poliedricità di accenti della sua interpretazione e la brillante alchimia instaurata sul palcoscenico con la sua madre-amica-carceriera. Infine come non rimanere catturati dal carisma ammiccante, dalla profondità dolente e dai luminosi guizzi di imprevedibili trovate umoristiche, concentrati nell’intensa e ricercata prova di Eva Robin’s, al suo secondo Copi dopo “Il Frigo” (diretto dallo stesso Adriatico) e reduce dal successo di “Tutto su mia madre” e “Otto donne e un mistero”. La Robin’s, ora che può dirsi finalmente archiviato il sensazionalismo da cui era stata avvolta ad inizio carriera grazie al gretto provincialismo italico, si conferma attrice teatrale a tutto tondo, versatile ed appassionata, riuscendo a catalizzare con spontaneità e fascino l’attenzione del pubblico.

“L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” è un piccolo gioiello teatrale visivamente magnifico, sorprendentemente divertente nella sua sconsiderata irrazionalità e allo stesso tempo denso di significativi spunti di riflessione, uno spettacolo a cui auguriamo assolutamente una circuitazione il più ampia possibile e che conferma la particolare sensibilità, intelligenza e originalità degli artisti di Teatri di Vita.

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Emanuela Rea, Ufficio stampa Short Theatre

Sul web: www.shorttheatre.org - www.ambrasenatore.com - www.antoniotagliarini.com - www.teatrodellatosse.it - www.teatridivita.it

 

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