Shen Wei Dance Arts "Collective Measures" e "Folding" - Teatro degli Arcimboldi (Milano)

Scritto da  Martedì, 24 Febbraio 2015 

Il 20 e il 21 febbraio la compagnia Shen Wei Dance Arts ha portato in scena al Teatro degli Arcimboldi due capolavori di suprema qualità artistica. Shen Wei è stato definito dal Washington Post «uno dei migliori artisti della nostra epoca»; Marinella Guatterini lo colloca tra i «coreografi che credono nella necessità di una nuova trasfusione di energie da un continente all’altro […] in cui il corpo danzante sia partecipe di una filosofia del dialogo e dell’incontro». Un artista che supera i confini tra oriente e occidente; tra arti figurative, video, danza contemporanea, design e musica; autore di opere site specific e di linguaggi inediti. I due atti unici presentati al pubblico milanese sono Collective Measures (2013) e Folding (2000).

 

ATER - Associazione Teatrale Emilia Romagna presenta
"FOLDING" e "COLLECTIVE MEASURES"


FOLDING
ideazione, direzione e coreografia Shen Wei
luci David Ferri
scene e costumi Shen Wei
musica John Tavener e Canti buddisti tibetani

COLLECTIVE MEASURES
ideazione e coreografia Shen Wei
video e animazioni Shen Wei e Fake Love
musica Daniel Burke
tecnici video e animazioni Josh Horowitz e Layne Braunstein
design luci Shen Wei e Matthew F. Lewandowski II
design costumi Shen Wei e Austin Scarlett
assistente tecnico video e animazioni Blair Neal

 

Collective Measures si propone di indagare le possibilità di movimento nel mondo affollato in cui viviamo e l’isolamento nella vicinanza fisica. Il sipario si apre presentando un ambiente surreale ed etereo, un blu sussurrato che avvolge per estensione sensoriale anche la sala. Sono già compresenti due dimensioni spaziali ed esistenziali che sezionano la scena in orizzontale: la parte superiore è dedicata alla proiezione di video, la parte inferiore all’esistenza effettiva dei corpi. Al centro del palcoscenico si trova un riquadro bianco. I danzatori sembrano reduci dall’incontro con uno scultore che ha rilevato il calco dei loro corpi, lasciando su di essi tracce di gesso o forse si tratta di brandelli di una pelle più umana che risale al livello evolutivo precedente l’epoca del video. Un incipit coraggioso rivela la volontà di scuotere il pubblico dalle sue abitudini confortanti, infatti gran parte di Collective Measures si svolge in silenzio, un silenzio che invita lo spettatore a far scaturire le percezioni uditive dalla correlazione dei ritmi che avverte tramite il senso della vista. Questa decisione pone immediatamente il pubblico di fronte ad una scelta: prendere le distanze da una proposta così differente da quelle a cui è abituato, oppure lasciarsi scivolare nella partecipazione emotiva e non mediata a ciò che accade. Il movimento ha origine da un danzatore, che contagia coloro che sono posti in sua prossimità fino a che tutti sono raggiunti da questo soffio vitale. Risulta molto significativa la contrapposizione tra la nitidezza della dimensione sopraelevata del video e la dimensione ovattata e quasi opaca della realtà. Una scelta registica che porta a interrogarsi su quale sia effettivamente la dimensione reale. Movimenti secchi e sferzati si alternano ossimoricamente con fluidità in una sezione albeggiante creata nel blu dall’inclinazione di due fari ambra laterali. Improvvisamente i danzatori si pietrificano rivolti verso il video nel quale il movimento non si arresta, come se si interrogassero sulle loro effettive identità. Sulla superficie sopraelevata vengono proiettati i volti dei danzatori in primo piano, probabilmente questo li autorizza a voltarsi verso il pubblico mentre la prospettiva prosegue con uno zoom indietro fino a presentare i profili dei loro corpi ad una dimensione microscopica che finisce per cadere nell’oblio.

Risvegliati a se stessi si muovono in silenzio fino a che una danzatrice pronuncia: “Zero”. In reazione a questa presa di posizione, gli altri danzatori escono di scena mentre lei si accinge ad entrare nel riquadro bianco posto al centro, alle sue spalle la sua ombra è replicata ripetutamente in orizzontale, immagine che ricorda i primi esperimenti di cronofotografia di Marey. One. A seguito di questo secondo comando il pubblico inizia a notare delle macchie color amaranto sulla sua gamba destra. La ripetizione di two dà luogo ad un ritmo che la danzatrice crea ed agisce con scatti precisi. Al susseguirsi dell’enunciazione progressiva di queste sezioni numeriche i movimenti subiscono una continua metamorfosi che attraversa estensioni, fusioni ed elementi di floor work, mentre il pubblico vede comparire sul suo corpo schizzi di blu, nero, verde. Alla ripetizione di Five la danzatrice si immobilizza alla comparsa di due riquadri laterali sul fondale nero. Six. Riprende in slow motion passando poi, grazie all’enunciazione dei numeri successivi, attraverso giochi di angoli creati con le articolazioni, movimenti accelerati e vorticanti fino all’apparentemente conclusivo Ten: lei può finalmente oltrepassare il confine del quadrato e posa in proscenio un piatto contenente del colore. Un inaspettato Eleven introduce il proseguimento della sua danza davanti al riquadro mentre su di lei e sul fondale è proiettata una sorta di interferenza visiva e sonora connessa con la sua ombra riflessa, anch’essa, sul fondale in una significativa contrapposizione del fondale in bianco e nero con la sua presenza a colori. Conclusa questa parentesi lei avanza nell’oscurità, due danzatori sollevano il riquadro che rivela un capolavoro astratto ma vissuto concretamente creato attraverso il body painting. Trovo estremamente geniale che un’arte espressiva e volatile come la danza possa essere scaturigine di un’impressione, testimonianza di ciò che il corpo ha vissuto in un hic et nunc irripetibile.

Un panorama lievemente verde e quasi nebbioso lascia intravedere figure separate da un telo semi-trasparente che divide orizzontalmente la scena, sia i danzatori nella sezione prossima al fondale sia quelli nella sezione prossima al pubblico giacciono sul dorso, solo gli arti inferiori sono sollevati dal suolo. Sul fondale è proiettato un video che coinvolge tre gruppi di tre danzatori ciascuno riproponendo nuovamente l’interrogativo riguardante l’indagine di quale sia la realtà preponderante. Alcune coppie di danzatori danno vita ad un dialogo silenzioso che si intuisce essere carico di significato. Separati dal telo alcuni interpreti sono ancora al suolo, altri si muovono come se i loro piedi fossero ancorati al terreno, solo una danzatrice danza liberamente nello spazio coinvolgendo in seguito altri elementi.

A seguito di rumori profusi in modalità stereo, provenienti alternatamente da destra e da sinistra, una luce configura un quadrato luminoso al suolo, riflesso ancora una volta sul fondale. I suoni reiterati ricordano il rumore prodotto quando si scollega ad esempio un microfono acceso dalla corrente. Gradualmente questo perimetro viene popolato da esseri femminili e maschili: i primi, evidentemente in comunicazione profonda con il terreno, si muovono senza mai staccare mani e piedi e senza appoggiare altre porzioni del corpo; i secondi si muovono lateralmente lungo il perimetro e in avanti, sezionando a metà ogni lato. Nessuno esce mai dal perimetro sempre più affollato, le danzatrici si arrampicano sul corpo verticale dei danzatori mantenendo la loro orizzontalità. Il movimento dei corpi fluisce ininterrotto ma viene evidenziata la profonda connessione femminile con l’energia proveniente dal terreno: nel momento in cui le danzatrici sono sollevate si cristallizzano, come quando si solleva un apparecchio elettronico dalla sua base di ricarica. Il pavimento musicale è composto da differenti binari sonori: un suono continuo interrotto da interferenze e scandito da una traccia in 4/4, una miscela che conduce il pubblico in una sorta di trance e profonda presenza.

I corpi dei danzatori in proscenio, illuminati dai grandi pannelli laterali della sala, assumono una plasticità che evidenzia la loro umanità. Quest’ultima sezione cala lo spettatore nell’alienazione di un ambiente metropolitano in cui i corpi condividono lo spazio senza interagire tra loro. In conclusione questi vanno a formare una sorta di catena di montaggio, una struttura ricamata di corpi che si estende grazie allo spostamento di un pezzo per volta. Sullo schermo è proiettato un frammento in scala di grigi di questi corpi che costituiscono una sorta di ingranaggio de-umanizzato in forte contrasto con il reticolo umano effettivamente in scena. Tredici corpi che vanno infine a costituire un unico organismo posizionandosi uno dietro l’altro e creando una diagonale progressiva con le altezze. Tutti guardano nella stessa direzione senza vedere i corpi aderenti al proprio.

Folding esamina invece l’azione del piegare: carta, stoffa, carne. Una composizione musicale d’eccezione associa canti buddisti e campane tibetane alle melodie di John Tavener. Lo stesso Shen Wei ha dipinto a mano il fondale, che riproduce un acquarello di Ba Dan San Ren del XVIII secolo.

Un suono primordiale che ricorda il mantra Om, avvolge la sala mentre coppie di corpi bianchi dalle teste lunghe e strette e avvolti per metà in una lunga stoffa rossa si susseguono scivolando su due larghi nastri di luce, procedendo dal proscenio al fondo del palco. I corpi quasi immobili si muovono come su un nastro trasportatore creando suggestioni di ineffabile bellezza. Seguendo questi esseri misteriosi siamo accompagnati in una dimensione tanto surreale quanto iper-reale in cui i danzatori si avvicinano e allontanano lateralmente con movimenti ellittici, seguendo solchi invisibili nel suolo, traiettorie ondulate che fanno supporre che questi esseri non siano stati creati per seguire linee rette. Anche nelle cadute a terra mantengono immobile la parte superiore del corpo.

Una profonda inquietudine accompagna l’ingresso epifanico di una figura spaventosa nella sua sublime grandezza composta da due interpreti sovrapposti e avvolti nella medesima stoffa nera. Una figura quasi mitologica che fa pensare all’unione primordiale dell’elemento maschile con quello femminile, che si muove galleggiando nello spazio all’interno di un’estrema dilatazione del tempo. La figura in nero riversa indietro si ferma al centro, contrapposta all’inclinazione in avanti delle figure in rosso. Sopraggiunge un altro essere in nero che guadagna il proscenio stendendosi sul dorso: è l’unico essere di cui vediamo gli arti inferiori, come se la parte inferiore della figura al centro emergesse in una diversa dimensione adiacente ed invertita. La figura al centro crea un movimento dalla qualità davvero unica, muovendo la danzatrice come se fosse una sirena che emerge dalla superficie e si immerge nuovamente con una traiettoria trasversale a girandola. I due elementi che compongono questa figura vengono successivamente risucchiati a terra dalla gonna nera rimpicciolendosi e ripiegandosi ruotando sul terreno, sembra che la metà inferiore rappresentata dalle gambe li stia trascinando nell’altra dimensione. Solo nel momento in cui questo essere misterioso si scinde richiamando l’immagine di due gemelli siamesi, le gambe in proscenio vengono coperte mentre sul fondo una figura rivestita di nero dal viso ai piedi attraversa il palcoscenico con movimenti angolari al suolo, mossa dall’intenzione della figura in rosso che incede dietro di lei. Il pubblico è completamente assorbito in questo incanto terrificante e meraviglioso, alla cui ipnosi contribuisce una sorta di esca che ondeggia appesa a un filo. Si ha l’impressione di trovarsi in un tempio sommerso, i cui abitanti scivolano sul terreno come se fossero mossi da calamite poste sotto le assi del palcoscenico. Gli arti dei danzatori si piegano seguendo articolazioni impensabili, tanto da chiedersi se siano stati montati al contrario. Queste forme di vita si muovono in uno spazio suddiviso da diverse correnti, quando raggiungono una zona differente, l’inclinazione dei loro corpi si modifica sensibilmente.

Un danzatore in rosso raggiunge un lato del proscenio differenziandosi dal gruppo, attratto al contrario da una luce che sembra provenire dalla superficie acquatica in alto, quindi consapevole dell’esistenza di altre dimensioni. Il danzatore ripete uno schema di gesti probabilmente appartenenti ad un rituale dimenticato o non ancora esistente, avvolto da una luce fredda contrapposta alla luce calda che avvolge il gruppo, il quale ripete in differita e a canone i gesti del singolo. I suoi movimenti principiano da un punto e hanno ripercussioni sull’intero corpo: una torsione del dorso potrebbe essere l’origine del movimento delle dita; si muove comunicando con gli elementi, manipola l’aria e l’energia arrivando quasi a muovere anche il pubblico. In scena sopraggiunge l’oscurità, sono visibili solo i busti bianchi del “branco” spaventosamente sopraelevato. Lui striscia al suolo verso di loro come se ora fosse il gruppo ad attirarlo a sé.

In entrambe le performance è evidente l’estrema cura del movimento e la connessione energetica tra i componenti di questa straordinaria compagnia. I danzatori non producono alcun rumore umano sul palcoscenico, come se fossero esseri puramente visivi o come se al nostro udito mancasse qualcosa per intercettare la dimensione in cui stanno agendo. Tra le eccezionali qualità tecniche va lodata la capacità di variare la velocità di movimenti già in atto che diviene sbalorditiva se si considera ad esempio che nella seconda fase di un salto non esistono basi d’appoggio che possano agevolare un’operazione di questo genere.

La ricerca dell’autore vuole catturare e indagare «i momenti di trasferimento… per rivelare il viaggio del creare danza e creare arte, dal vivo in ogni performance».

Affermare che le sue performance sono imperdibili e che il nostro paese ha urgente necessità di confrontarsi con artisti di questo calibro (nonché di valorizzare anche i nostri grandi Maestri di danza contemporanea presenti sul territorio) mi sembra riduttivo.

Le uniche parole con cui mi sento di concludere sono: torni presto Maestro!

 

Teatro degli Arcimboldi - viale dell’Innovazione 20, 20126 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02-641142212/214
Biglietteria: telefono 02 641142212/214, da lunedì a venerdì dalle 14.00 alle 18.00 e un’ora prima dell’inizio degli spettacoli
Orario spettacoli: venerdì 20 e sabato 21 febbraio ore 21.00
Biglietti: 17,45/46,00 euro; sono disponibili sconti per Under 25, Over 65, Gruppi di almeno 10 presenze e Scuole Danza; titolo all'interno della promozione Carnet Danza (Platea 20/25 € +pv a spettacolo)

Articolo di: Sara Gaia Chiara Tagliagambe
Grazie a: Alessio Ramerino, Ufficio stampa Teatro degli Arcimboldi
Sul web: www.teatroarcimboldi.it

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