Shakespea Re di Napoli - Teatro Piccolo Eliseo (Roma)

Scritto da  Domenica, 17 Marzo 2019 

Il testo di Ruggero Cappuccio, pubblicato nella Collana Classici Einaudi è interpretato da Claudio Di Palma e Ciro Damiano. La messinscena, nata al Festival di Sant’Arcangelo diretto da Leo De Berardinis nel 1994, ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. “Shakespea Re di Napoli” continua ad affascinare platee e generazioni diverse, costituendo uno dei rarissimi esempi di lunga durata nell’ambito delle produzioni private italiane.

 

Teatro Segreto presenta
SHAKESPEA RE DI NAPOLI
composto e diretto da Ruggero Cappuccio
con Claudio Di Palma e Ciro Damiano
musiche Paolo Vivaldi
scene e costumi Carlo Poggioli
luci Giovanna Venzi
aiuto regia Nadia Baldi
edizione Einaudi

 

Capita raramente che un’opera drammaturgica esprima la potenza affabulatrice di un concerto; nel caso dello “Shakespea Re di Napoli” di Ruggero Cappuccio si tratta di una musicalità assolutamente inedita, per voce umana, una sorta di grammelot partenopeo che, indipendentemente dalla stretta comprensione del dialetto o del vernacolo, riesce a comunicare emozioni profonde. Come un concerto di Pino Daniele insomma.

Ma parlare di dialetto o vernacolo in questo caso è fuorviante poiché in realtà Cappuccio è un inventore di linguaggi come scrive Carmen Lucia nella voce dell’Enciclopedia degli autori da me curata e diretta:
La sua poetica è dominata da quella che definisce come “memoria dei suoni dei sensi”, una densissima memoria di fonti letterarie - in particolare Shakespeare, Cervantes, Tomasi di Lampedusa - che ritornano in una drammaturgia ispirata al lirismo, all’elegia poetica, alle seduzioni dei sogni, al volo visionario, ma anche talvolta al controcanto comico e ironico. Attraverso l’uso della lingua letteraria, Cappuccio riesce dunque a coniugare la seduzione per la ricerca della forma, del movimento, della stilizzazione con un impasto più immediatamente popolare e dialettale: aulico e popolare sono come due pulsioni altrettanto forti e importanti del suo linguaggio, dove dominano il dialetto napoletano e siciliano in particolare, lingue marginali generate dai “flussi immarcescibili delle lingue sconfitte”.
(Carmen Lucia)

Riuscire così a comunicare rendendo comprensibili i sensi e il significato dei dialoghi pur adottando, anzi reinventando, una lingua estremamente complessa, sanguigna, popolare ma che si richiama ai modelli seicenteschi del Basile misti al vernacolo dei pescatori di Viviani, non è impresa da poco. Occorre non solo una potenza drammaturgica non comune, paragonabile ai modelli classici di un Ruzante, ma è necessario anche che questa forza espressiva trovi la sua giusta cassa di risonanza, come uno strumento capace di trasformare le vibrazioni delle corde in note musicali e quindi in emozioni.

Perciò ritengo che la straordinaria riuscita dello spettacolo scritto e diretto da Ruggero Cappuccio, che rappresenta un “classico” contemporaneo del nostro teatro (debuttò nel 1994 al festival di Sant’Arcangelo sotto la direzione di Leo de Berardinis) debba in egual misura ai due superlativi interpreti Claudio Di Palma e Ciro Damiano un contributo non meramente “esecutivo” della partitura, ma anche interpretativo dello spartito drammaturgico. Come sottolinea ancora la Lucia:
Quella di Cappuccio è una scrittura scenica, che, con una costante contaminazione, si alimenta della scena ed è legata alla sua compagnia: il testo teatrale viene considerato come una partitura che si completa solo attraverso la voce e il corpo degli attori e attraverso le grammatiche della messa in scena (luce, movimento, gesti, suoni, costumi).

Rileggendo alcune recensioni dello spettacolo non ho trovato riferimenti al Giovanni Florio di origine siciliana che alcuni storici - tesi mal digerita dalla cultura anglosassone - propongono come la vera identità di Shakespeare. L’opera di Cappuccio mi pare altresì volersi riappropriare di questa interpretazione riproponendo l’italianità, la “meridionalità” e la natura mediterranea del Bardo sulla scia della traduzione in napoletano della “Tempesta” da parte di Eduardo. Un viaggio dunque a ritroso, come sottolinea Cappuccio nelle sue note al testo, da Londra a Napoli:
Siamo nei primi anni del Seicento. Desiderio torna a Napoli dopo un avventuroso naufragio e riabbraccia il suo vecchio amico Zoroastro. A lui racconta di aver vissuto a lungo a Londra e di essere diventato il più grande interprete dei personaggi femminili del grande drammaturgo inglese.

Il conflitto e confronto del teatro elisabettiano con le forme espressive della Napoli barocca di cui parla Cappuccio è dunque la chiave di lettura di questo testo che abilmente si trasforma da partitura poetica in inchiesta sulle origini della drammaturgia scespiriana. Dopo tutto - conclude Cappuccio - l’arte somiglia alla ricerca di prove che dimostrino eventi mai accaduti.
E se fossero invece accaduti e Shakespeare fosse stato davvero Re di Napoli?

 

Teatro Piccolo Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari spettacoli: dal martedì al sabato ore 20, domenica ore 17, prima replica giovedì 21 febbraio ore 20
Biglietti: posto unico € 20

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio Stampa Teatro Eliseo; Maya Amenduni, Ufficio stampa Compagnia
Sul web: www.teatroeliseo.com

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