Settimo Cielo - TeatroLaCucina (Milano)

Scritto da  Sabato, 24 Giugno 2017 

Va in scena al TeatroLaCucina di Milano, nell’ambito della rassegna “Da vicino nessuno è normale” il primo studio di “Settimo cielo” testo della quasi sconosciuta in Italia Caryl Churchill, realizzato dal collettivo Bluemotion sotto la guida della regista e co-fondatrice dell’Angelo Mai di Roma, Giorgina Pilozzi.

 

Sardegna Teatro, Teatro Di Roma, Angelo Mai presentano
SETTIMO CIELO
1° studio
di Caryl Churchill
traduzione di Riccardo Duranti
uno spettacolo di Bluemotion
regia Giorgina Pi
con Marco Cavalcoli, Sylvia De Fanti, Agnese Fois, Tania Garribba, Lorenzo Parrotto, Alessandro Riceci, Marco Spiga
assistente alla regia Aglaia Mora
scene Sabrina Cuccu
costumi Gianluca Falaschi
luci Loic François Hamelin
musica, ambiente sonoro Valerio Vigliar
all’interno di Non normale, non rassicurante. Progetto Caryl Churchill a cura di Paola Bono

Ma procediamo con ordine!

La scena: entriamo nel suggestivo spazio del TeatroLaCucina situato all’interno dell’ex ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano. Cammini per un sentiero nel verde pieno di zanzare e venticello e arrivi a questa struttura incredibile che sembra un po’ una casa nel bosco e lì dentro accade il Teatro. Lo spazio è fumoso (c’è la macchina addetta a questo che spruzza fumo per tutta la durata dello spettacolo). Una scritta luminosa sul fondo dice: “Africa 1879”. Nel secondo atto la scritta sarà: “Londra 1979”. Ci sono nello spazio strutture in ferro che ricordano piccoli alberi che nel secondo atto diventeranno altrettanti alberi fatti stavolta con bottiglie di plastica illuminate da una luce verde. Le poltrone rosse da teatro del primo atto diventeranno invece panchine di un parco.

La storia: siamo in Africa ed è il 1879. A casa di Clive, un funzionario coloniale, che vive nella sua tenuta con la moglie Betty, i figli Victoria ed Edward e Maud sua suocera. Gli altri personaggi sono: Joshua il servitore nero, Ellen la governante (innamorata di Betty), Harry Bagley (innamorato di tutti o tutti innamorati di lui? E poi siamo proprio certi che sia amore?) e la Signora Saunders una vedova con cui Clive ha una relazione sessuale clandestina. E’ un caos. Il centro? C’è? Perché tutti fanno tutto e si riferiscono a tutti in uno scontro fra ego diversi e prepotenti, frustrazioni e pulsioni sessuali represse o a volte malamente e troppo in fretta sfogate. La stessa linea prosegue nel secondo atto per giungere al quale passano cronologicamente 100 anni: siamo a Londra ed è il 1979, ma la drammaturga si prende una licenza poetica quasi degna delle tre unità aritosteliche e ci dice che sono passati per i personaggi 25 anni. Lo apprendiamo leggendo il foglio di sala e anche immediatamente collegando che quelli che erano i bambini del primo atto, Victoria ed Edward, sono adesso gli adulti protagonisti del secondo. Edward è omosessuale, ma non vuole che si sappia perché teme di perdere il posto di lavoro. Ha una relazione malsana, di dipendenza, con un uomo molto più vecchio di lui e non riesce a sentire il minimo valore per la sua vita. Victoria cerca disperatamente di darselo questo valore, anche se non lo percepisce assolutamente. Ha un figlio piccolo, un marito saccente e psicologicamente violento, travestito da “uomo contemporaneo” che si riempie la bocca di parole e concetti all’avanguardia che paradossalmente usa per vessare ancora di più la sua fragile moglie. Fragile è anche l’identità di Victoria che si sperde in una mezza relazione omosessuale con una donna di nome Lin, gretta e insicura che puzza di senso di fallimento da un chilometro di distanza. L’unico personaggio che, all’interno del più grande conformismo, fa un vero atto rivoluzionario e diverso all’interno di tutta quella dichiarata, ma ancor più stereotipata, “diversità”, è Betty. Donna ormai anziana, arriva nel parco con le sue perle e la sua messa in piega, dichiarando che ha deciso di lasciare Clive e rifarsi una vita. Nel bel mezzo delle nevrosi ancora una volta dettate dall’ego infantile dei personaggi, eccone uno che finalmente ha capito che il solo modo per essere felici è diventare adulti e assumersi le proprie responsabilità nel mondo. Basta battere i piedi, dire a tutti quanto si sta male o si è infelici e piagnucolare alla ricerca di qualche pezzettino di felicità a destra e sinistra. “La mia felicità sono io” sembra dire questa nuova Betty. E non perché sia perfetta o abbia risolto chissà quale enigma filosofico della vita, no, semplicemente perché sta scegliendo di sottrarre se stessa da tutte quelle situazioni che cercano di distruggere il senso di se’. La fine del matrimonio con Clive è solo l’esempio di questa sua nuova rivoluzione.

Il cast: siamo di fronte a un collettivo artistico di grande valore. Gli attori sono veramente preparati sotto tutti i punti di vista e manifestano una grande sapienza scenica. Siamo ovviamente di fronte ad un gruppo di professionisti navigati. Spicca su tutti la forza vulcanica di Sylvia De Fanti che interpreta Ellen la governante e la Signora Saunders nel primo atto e Betty da anziana nel secondo. Ed è senza dubbio in questo secondo atto che l’attrice emerge in tutto il suo splendore. Precisa, ironica, molto specifica in questo ruolo della signora borghese che facilmente avrebbe potuto scadere nel più banale cliché. La De Fanti invece, fine artigiana delle sue doti sceniche, riesce a dare a questa sua Betty un’anima sincera e una tridimensionalità. Il lavoro che fa è raro e meraviglioso perché si ha la chiara sensazione di assistere ad una creazione unica. Per intenderci: solo lei può dare vita a questa precisa Betty, con quei colori e quei profumi. Il personaggio di Betty in mano a lei diventa vero, reale. La stessa cosa è quasi raggiunta da Alessandro Riceci nel primo atto, sempre nel ruolo di Betty. Ancora più ardua del resto la prova “verso il personaggio” per Riceci che senza trucco né parrucco, ma solo con un abitino bianco sotto al quale si vede chiaramente il suo corpo maschile, riesce a darci la sensazione della femminilità. Evidentemente personaggio fortunato quello di Betty, fin dalla sua stesura, del quale i due interpreti sopra citati hanno colto intimamente l’essenza e capito il cuore. La scelta di far interpretare ruoli femminili a uomini e viceversa, è una scelta che parte dall’autrice stessa. Come si dice in gergo: da copione.

La regia: è fantastica! Non si dovrebbero mai usare superlativi di questo genere, forse possono apparire slanci entusiastici poco seri e analitici, ma cosa si può dire? Funziona tutto e sempre. Giorgina Pilozzi ha saputo davvero trarre fuori l’oro dai suoi attori in un rispetto dell’unicità di ognuno che quasi fa commuovere. Si sentono, che quasi si riescono a toccare, l’amore e l’energia di questo gruppo diretto dalla Pilozzi che ha goduto, nel senso più alto del termine, a creare e sviluppare insieme questo lavoro.

Il testo: Caryl Churchill, come si accennava all’inizio, è un’autrice inglese molto poco conosciuta in Italia. Vuoi per la fama da “femminista” che si è fatta che l’ha forse relegata ad un teatro più marginale, di nicchia e di “sinistra”. In realtà le tematiche che affronta riguardano l’essere umano in tutte le sue faccettature. Assistiamo oggi al progressivo liquefarsi dei modelli rigidi dettati dalla morale sociale, si parla sempre più infatti di concetti quali: società liquida, amore liquido, identità liquida. E pare che la Churchill colga un po’ lo spaesamento di questi esseri umani, questi personaggi che non sanno più dire niente di sè. Chi sono? Cosa posso fare? Cosa desidero? Sono tutte domande che assillano ad esempio la fragile Victoria che è in preda alla più grande confusione del mondo. E la confusione è un po’ la resa del tutto. In mondi fatti di certezze finte, la Churchill sembra dire che l’unica certezza vera è che siamo qui adesso. Nel momento presente. Esiste solo questo. Ognuno ha diritto di essere se stesso. Non è giusto prevaricare. Non dobbiamo permettere di essere prevaricati. La ricerca di un equilibrio che non c’è in un mare di malessere generale, è la sola azione possibile. E infine scoprire se stessi e non vergognarsi delle proprie personali idee e convinzioni, anche in un mondo che ci dice tutto il contrario, perché sono proprio quelle che fanno sì che noi siamo proprio noi e non uno stereotipo di qualcosa che ci renderà ancora più convenzionali e prigionieri.

La versione presentata al TeatroLaCucina di Milano era il primo studio. Il testo è stato messo in scena in forma parziale. Il lavoro completo andrà in scena a novembre al Teatro India di Roma.

 

TeatroLaCucina - ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02 66200646, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì 20 e mercoledì 21 giugno ore 21.45
Biglietti: 13 euro intero, 10 euro ridotto

Articolo di: Caterina Paolinelli
Grazie a: Rosita Volani e Lucia Piemontesi, ufficio stampa “Da vicino nessuno è normale”
Sul web: www.olinda.org

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