Servo di scena - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Venerdì, 23 Novembre 2012 

Dal 20 novembre al 2 dicembre. L’apertura della nuova stagione del Teatro Argentina è affidata alla commedia “Servo di scena” del drammaturgo sudafricano Ronald Harwood, opera pervasa da un potente connubio di brillante ironia e struggente emozione. Un inno viscerale al teatro e alla sua incoercibile capacità di affrontare con coraggio e dignità le contingenze più oscure e dolorose, portato in scena con magistrale carisma ed inesauribile passione dall’istrionico Franco Branciaroli, con la traduzione di Masolino d’Amico e l’affascinante allestimento scenografico di Margherita Palli.

 

 

 

 

 

 

 

CTB Teatro Stabile di Brescia | Teatro De Gli Incamminati presenta
SERVO DI SCENA
di Ronald Harwood
traduzione Masolino D’Amico
regia Franco Branciaroli
con Franco Branciaroli (Sir Ronald) e Tommaso Cardarelli (Norman, il servo di scena)
e con (in ordine di apparizione) Lisa Galantini (Milady, moglie di Sir Ronald), Melania Giglio (Madge), Daniele Griggio (Geoffrey Thornton), Giorgio Lanza (Mr.Oxenby), Valentina Violo (Irene)
scene e costumi Margherita Palli
luci Gigi Saccomandi

 

 

Un incipit di stagione all’insegna di una drammaturgia d’impostazione tradizionale, declinata però in chiave decisamente moderna, gradevolmente fruibile ed avvincente per un pubblico trasversale sia per età che per palato teatrale. “Servo di scena”, commosso omaggio al genio letterario di William Shakespeare e a un intero orizzonte culturale e performativo, quello delle compagnie capocomicali gravitanti attorno alla venerazione teocentrica del primo attore, porta la pregiata firma di Ronald Harwood. L’autore traduce in quest’opera teatrale il suo personale vissuto biografico ed in particolare l’esperienza del periodo londinese trascorso alle dipendenze di sir Donald Wolfit nelle vesti di assistente e factotum; la convivenza quotidiana con l’illustre attore ed impresario, tramutatosi ben presto in un vero e proprio mentore, ne innescò il talento drammaturgico portando alla composizione della sua prima sceneggiatura, “The Dresser” (che, nella sempre elegante ed espressiva traduzione di Masolino d’Amico, diviene appunto “Servo di scena”), riproposta anche nell’omonima pellicola diretta da Peter Yates ed interpretata da Albert Finney, candidata a cinque premi Oscar e Orso d’Oro al Festival del Cinema di Berlino. L’opera rappresentò pertanto il punto di partenza della fulgida produzione di originali sceneggiature di Harwood, destinate sia al teatro che al cinema e alla televisione, culminata esattamente vent’anni dopo, nel 2003, con il premio Oscar tributato alla sceneggiatura del film “Il pianista” di Roman Polanski.
Sin dallo schiudersi del sipario, ci troviamo proiettati con un efficace stratagemma metateatrale dietro le quinte di uno scalcinato teatrino della provincia inglese; l’atmosfera è febbrile ed inquieta, in quanto tra meno di un’ora è in programma l’ennesima replica del “Re Lear” ed il mattatore indiscusso sir Ronald (Franco Branciaroli), egocentrico anziano capocomico che costituisce il pilastro fondante della compagnia, è ricoverato in ospedale dopo aver accusato un grave malore. La sua giovane moglie Milady, che nella compagnia interpreta il ruolo di una Cordelia ormai un po’ appesantita dal trascorrere inesorabile degli anni e da qualche leccornia al cioccolato di troppo (Lisa Galantini) e l’austera ed irruente direttrice di scena Madge (Melania Giglio) appaiono sinceramente preoccupate per la sua salute e ritengono fermamente che la replica debba essere sospesa. Diametralmente dissonanti però le reali motivazioni alla base di questa risoluta presa di posizione: difatti se entrambe concordano sul fatto che l’interprete shakespeariano un tempo unanimemente osannato dalle masse, abbia ormai smarrito lucidità, energia vitale ed entusiasmo, l’apprensione di Milady è animata dal suo personale desiderio di abbandonare una vita errabonda e priva di radici, mentre ben più profondo e sincero è l’affetto mostrato da Madge, collaboratrice da oltre vent’anni inseparabilmente al fianco di sir Ronald che, dietro l’ostentata maschera di algida professionista, nasconde in realtà una tenera passione nutrita per lui ma da sempre ostinatamente nascosta. Un’unica voce si innalza però vigorosa e squillante fuori dal coro: quella del fedele e solerte servo di scena Norman (Tommaso Cardarelli), convinto che lo spettacolo si debba comunque portare avanti e che il suo amatissimo padrone si ristabilirà giusto in tempo per conquistare i consueti scroscianti applausi del pubblico pronto a gremire le vermiglie poltrone del teatro, sfidando l’incombente pericolo dei bombardamenti nazisti che fiaccano sempre più dolorosamente la resistenza inglese. In questo modo si apre improvvisamente uno squarcio nelle ovattate dinamiche fatte di contrastanti sentimenti, torbide passioni, ripicche e gelosie inestricabilmente intrecciate a coinvolgere tutti i membri della compagnia; fa la sua comparsa il drammatico contesto storico sul cui sfondo si dipanano tali umane vicissitudini, un file rouge che percorrerà in maniera discreta l’intera narrazione, scuotendo e risvegliando di tanto in tanto in maniera dirompente i personaggi dalla melassa di torpore e dubbi in cui paiono affondare.
Le aspettative del devoto servo di scena non saranno affatto disattese: di lì a poco arriverà trafelato e spaurito sir Ronald, scappato alla chetichella dalla sua camera di ospedale, pronto per calcare le assi del palcoscenico; e, sebbene le sue energie fisiche siano vacillanti, il suo equilibrio malfermo e la sua mente avvolta da una nebulosa confusione tanto da iniziare a truccarsi per interpretare Otello anziché Lear, in conclusione lo spettacolo andrà in scena sino alla conclusione, con il suo protagonista ancora una volta, miracolosamente, capace di offrire una performance sfavillante ed applauditissima dagli spettatori. Si tratterà però dell’ultimo maestoso canto del cigno, poiché ritiratosi nei camerini, mentre alla spicciolata gli attori della compagnia abbandonano il teatro, sir Ronald perfettamente consapevole che l’ora dell’epilogo sia ormai giunta, spirerà solamente pochi istanti dopo aver consegnato nelle mani dell’onnipresente Norman il proprio testamento spirituale ed artistico. Un commovente memoriale, un elogio colmo di gratitudine verso un’esistenza dedicata con totalizzante pienezza al teatro e verso tutti coloro che lo hanno accompagnato lungo questo cammino irto di sacrifici ma al contempo costellato di indimenticabili emozioni. Un ringraziamento rivolto a tutti i membri della compagnia, certosinamente passati in rassegna, ad eccezione proprio del servo di scena il quale – dilaniato da questa dimenticanza e palesemente alterato dallo stordimento dell’alcol, assunto in dosi massicce probabilmente come palliativo per sopportare le infinite vessazioni cui era sottoposto dal suo adorato maestro, nonché da tutti coloro che gli gravitavano attorno – sfogherà il dolore trattenuto per lunghi anni in un’esplosione liberatoria di grande pathos e lacerante sincerità.
L’opera di Harwood, nel suo impianto drammaturgico sostanzialmente tradizionale diviso tra reminescenze scespiriane e l’espediente meta-teatrale declinato con ritmo avvincente ed un gustoso dinamismo, sorprende e cattura lo spettatore per l’inaspettata modernità della messa in scena. Modernità frutto in primo luogo della regia accurata e scevra di fronzoli di Franco Branciaroli, che riesce a calibrare con incredibile precisione e naturalezza parola, gesto e movimento del pregiato ensemble attoriale a sua disposizione.
Particolarmente suggestivo l’apparato scenografico concepito da Margherita Palli - ed illuminato con sapienza da Gigi Saccomandi -, minuzioso nel dettaglio ed al contempo evocativo di un’ineffabile atmosfera di decadenza, strutturato in una sezione verticale a due livelli. In basso i fatiscenti camerini, tra la falsa opulenza di lussuose chaise longue, specchiere e belletti, recano gli inequivocabili segni delle devastazioni della guerra ed accolgono l’irrequieto teatrino di esseri umani alla deriva, preda di una avvilente debàcle esistenziale. Il piano superiore ritrae invece il sacrale tempio di Melpomene, il palcoscenico dove sarà rappresentata con successo l’ultima replica del “Re Lear” interpretata da sir Ronald; assisteremo alla messinscena dal retro delle malconce quinte del palcoscenico e oltre il velluto sfilacciato del vermiglio sipario intuiremo la presenza del pubblico scalpitante. Di grande effetto nel secondo atto i passaggi in cui avremo modo di spiare gli attimi più concitati dello spettacolo, in particolare la scena della tempesta in cui il rimbombante fragore dell’appressarsi del diluvio viene realisticamente riprodotto attraverso tamburi percossi con veemenza e lastre di alluminio agitate vorticosamente. Testimonianza questa di una concezione artigianale del teatro, ormai tristemente svanita nell’era digitale, in cui l’atto performativo costituiva esclusivamente un tassello di un processo creativo sorto e sviluppato in seno alla compagnia, una vera e propria famiglia. Un ritratto d’epoca vivido e struggente, che non indulge mai nel patetismo o nella stantia rievocazione d’antan, che Harwood dipinge con la delicatezza e l’amore propri di chi abbia realmente vissuto in tale contesto e voglia attraverso la drammaturgia tramandarlo e custodirne la memoria.
Memorabile l’interpretazione incredibilmente generosa di Branciaroli nei panni del mattatore sir Ronald, densa di vibranti sfumature oscillanti tra la dolente consapevolezza del suo personaggio prossimo al tramonto e un’ironia sferzante capace di fulminanti e irresistibili stilettate (da quelle indirizzate alla moglie Milady, ormai impossibile da sollevare nella scena della morte di Cordelia, e al povero servo di scena Norman costante capro espiatorio delle sue iraconde intemperanze, sino alle caustiche invettive rivolte contro gli attori suoi rivali tratteggiati come luridi e mediocri guitti privi di arte). Contraltare perfetto alla solennità imperiosa ed affascinante del sir - putativo, in quanto in realtà nessuno l’ha mai insignito del titolo nobiliare – interpretato da Branciaroli, è il suo factotum rutilante, chiassoso, giullaresco e premurosissimo, portato in scena con straripante entusiasmo dal giovane Tommaso Cardarelli; quest’ultimo ben si districa tra i virtuosistici guizzi richiesti dal suo personaggio, risultando in particolare convincente nei passaggi più brillanti e commedistici dell’intreccio narrativo. Tra i personaggi secondari che popolano la corte di Lear-Ronald una menzione particolare va riservata alla sempre ottima Melania Giglio che, con i pochi interventi riservati al suo personaggio di Madge, ne costruisce con abilità la psicologia, svelando al di sotto della sua glaciale cortina di implacabile direttrice di scena con perenni manie di controllo, un ben più complesso ed affascinante mondo interiore.
Un debutto di grande prestigio per la nuova stagione del Teatro Argentina, all’insegna dello humour inglese e di una drammaturgia tradizionale dall’indiscutibile impatto emotivo. Un testo che si interroga con originalità sul mestiere del teatrante e sul suo ruolo nella società, perfettamente congegnato per esaltare la potenza recitativa dell’istrionico protagonista, portato in scena da Franco Branciaroli con un magnetismo ed un’eleganza davvero d’altri tempi.

 

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it
Orario spettacoli: ore 21, giovedì e domenica ore 17, sabato ore 19, lunedì riposo
Biglietti: poltrona intero €27, ridotto €24; palchi platea, I e II ordine intero €22, ridotto €19; palchi III, IV e V ordine intero €16, ridotto €14; loggione €12
Durata: due ore circa con intervallo

 

 

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

 

 

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