Se io fossi come te, tu non mi vorresti - Teatro Tertulliano (Milano)

Scritto da  Francesco Mattana Lunedì, 24 Giugno 2013 

Ci vedeva lungo il Carlo Dossi, quando nell’Ottocento scriveva: “Le donne sono tante serrature in cerca di una chiave”. Due secoli dopo siamo al Tertulliano a discutere di un problema antico come il mondo, tuttora irrisolto: la ricerca della chiave d’accesso per inoltrarsi nel cuore della persona amata. Per un uomo, ieri come oggi, la chiave di volta è la conquista, l’amore vissuto come lotta gladiatoria per certificare la propria virilità agli occhi del mondo intero. Per una donna, come sempre, la faccenda è più cerebrale. L’esclamazione ‘Parliamone’ non è un intercalare fine a se stesso, bensì un Mayday; un grido belluino che spesso rimane strozzato a mezza strada, ma solo perché le convenzioni sociali impongono di darsi un contegno e perseguire il quieto vivere. Ci volevano tre donne per raccontare una storia che scandaglia i segreti dell’animo femminile.

 

 

 

 

 

 

Produzione Fondazione Egri per la Danza
in collaborazione con PianoinBilico presenta
SE IO FOSSI COME TE, TU NON MI VORRESTI
testo di Serena Sinigaglia
con Silvia Giulia Mendola, Elena Rolla, Pasquale Di Filippo
coreografie Elena Rolla
regia Silvia Giulia Mendola e Elena Rolla
assistente alla regia Alessandro Loi

 

 

Ma non basta: ci volevano tre artiste consapevoli che, nonostante il tema sia stato già trattato in mille salse, si presta sempre e comunque a una rilettura originale, ancora una volta coinvolgente per il pubblico. Ci volevano, insomma, la scrittura prolifica di Serena Sinigaglia, l’inconfondibile mano registica di Silvia Giulia Mendola (già apprezzata in Pioniere, gioiellino andato in scena nei mesi scorsi al Tieffe) e i passi di danza declinati in forma di poesia di Elena Rolla.
Sono anni ormai che la Sinigaglia si affaccia sul panorama della realtà dalla Ringhiera: la periferia è un punto di osservazione fondamentale, per chi ha occhi e cuore per guardare. Questo testo è la conferma di un talento corroborato negli anni: l’arte di cesellare, di incastrare la battuta giusta in quel punto lì non la improvvisi certo da un giorno all’altro. Tutto questo, però, a patto che la Ringhiera di cui sopra si regga su un equilibrio instabile: il motore dell’arte, dell’attività creativa è lo spaesamento, la fertile inquietudine viene tutta da lì.
Ecco come si spiega il matrimonio riuscito con una compagnia che di nome fa Pianoinbilico: la precarietà è l’input irrinunciabile, il soffio vitale da cui scaturisce qualsivoglia opera d’arte degna di questo nome. Avercene di oggetti precari come Se io fossi come te, tu non mi vorresti: un’ora di spettacolo che è come una seduta di autocoscienza collettiva. Ma di quelle interessanti, che lasciano una sensazione di appagamento interiore in chi le frequenta.
L’acutezza delle riflessioni junghiane riassunta nei due personaggi interpretati da Silvia e Elena: sono la stessa persona, la stessa donna, ma la prima rappresenta l’Io e la seconda il Sé. L’Io della donna cerca di scendere a patti con l’uomo che ama, si sforza di mettere in pratica un’etica del dialogo; il Sé di contro, che rappresenta l’inconscio personale e collettivo, è un fuoco di fila di emozioni incontrollabili, movimenti convulsi, espressività ai massimi livelli - e qui, davvero tanto di cappello al talento di Elena che dà corpo, proprio il caso di dirlo, alle angosce di una donna disperata per amore, senza mai rinunciare a un grammo della sua eleganza naturale da étoile di classe.
Non ci siamo ancora soffermati sulla presenza maschile, deuteragonista della pièce. Tutta la nostra solidarietà a Pasquale Di Filippo, bravo attore chiamato a interpretare una tipologia maschile verso la quale, ne siamo certi, prova in cuor suo un senso di distacco totale: statico, brutale nel radere al suolo tutto ciò che non rientra nelle sue caselle mentali precostituite.
Questo è Se io fossi come te, tu non mi vorresti: festa per gli occhi, spettacolo pirotecnico di corpi che si muovono tenendo sempre desta l’attenzione dello spettatore; calice amaro da ingoiare per ciascuno di noi, perché l’inconscio di Elena/Sé è il nostro inconscio collettivo, verso il quale scatta un’identificazione immediata. Qualcuno piange a fine spettacolo: buon segno, significa che il teatro fa ancora il suo dovere, ovvero smuovere le corde del cuore.
Non piange però Umberto Veronesi, in sala tra gli spettatori: il Professore ne ha viste tante, ha imparato dopo una vita a stretto contatto con la sofferenza che il male va affrontato con lucidità distaccata. Certamente la visione di questo spettacolo ha confermato un pensiero che lo accompagna da molti anni: l’idea che quel ‘brutto male’ di cui si occupa da una vita può avere anche radici psicosomatiche. Il suo consiglio da medico - ma anche il consiglio di tutti noi, che cerchiamo di praticare il buon senso nella vita di ogni giorno - è di evitare i contrasti spiacevoli raccontati nel palco del Tertulliano. Come vedete il teatro, quando è fatto bene, ha anche una funzione preventiva da non sottovalutare.

 

 

Spazio Tertulliano - via Tertulliano 70, 20137 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/49472369, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.



Articolo di: Francesco Mattana
Sul web: www.spaziotertulliano.it

 

 

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