Scusate se non siamo morti in mare - Teatro India (Roma)

Scritto da  Domenica, 19 Marzo 2017 

All’interno della settimana in sostegno del Teatro dell’Orologio, il Centro Teatrale MaMiMò ha portato a Roma il lavoro “Scusate se non siamo morti in mare”. Andato in scena al Teatro India, il testo di Emanuele Aldrovandi con la regia di Pablo Solari si interroga sulla migrazione, sia come fenomeno politico che come evento naturale.

 

SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE
di Emanuele Aldrovandi
con Luz Beatriz Lattanzi, Marcello Mocchi, Matthieu Pastore, Daniele Pitari
regia Pablo Solari
produzione Ass. Centro Teatrale MaMiMò


“Scusate se non siamo morti in mare”: da questo cartello esposto da alcuni immigrati durante una manifestazione a Lampedusa trae - consapevolmente con l'inganno - spunto il testo di Emanuele Aldrovandi, in cui s’immagina che, col perdurare della crisi economica, in un imprecisato ma prossimo futuro l’Europa non sia più mèta, ma terra di partenza di nuovi migranti in cerca di un futuro migliore altrove. Chiuse quasi tutte le frontiere, il metodo più diffuso per compiere questi viaggi della speranza è chiudersi in un container e lasciarsi trasportare come una merce qualsiasi. Mille euro alla partenza, mille all’arrivo, fiducia nell’organizzatore per mancanza d’alternative, sospetti e timori reciproci tra i compagni di viaggio, costretti a condividere per qualche giorno i quattro angoli metallici del container, uno dei quali da dedicare ai bisogni corporali di ogni genere.

Tutto sembrerebbe ricalcare quanto le cronache hanno purtroppo reso familiare, se non fosse per l’identità dei tre clandestini - il Robusto, la Bella e l’Alto -, personaggi volutamente estranei ai contesti che di solito vengono associati ai viaggi della speranza: uno speculatore, che aiuta le aziende a fare bancarotta fraudolenta per consentire loro di riaprire in paesi in via di sviluppo (anche se i suoi modi sono tali da far sorgere il dubbio che la sua sia una storia inventata e che sia una persona più incline alla violenza che alla truffa); una ragazza nordafricana venuta in Europa da bambina e ora costretta a emigrare di nuovo dopo aver studiato medicina; un giornalista privo di prospettive in patria, alla ricerca di una storia per lanciare la propria carriera e guadagnarsi così l’indipendenza dai genitori benestanti (una figura nella quale molti giovani italiani potrebbero identificarsi, se non fosse per la sua scelta estrema).

Come mai profili tanto insoliti? Aldrovandi pare suggerirci che la migrazione è un fenomeno più naturale e comune di quanto non si voglia pensare. Sempre nel testo, il gruppo, finito alla deriva dopo una tempesta, incrocia un’ondata migratoria di balene, anch’esse in viaggio alla ricerca di zone più ricche di cibo. Lo stato migratorio sembra cioè intrinseco alla natura degli esseri viventi, un macro-fenomeno che tocca ogni specie, uomo compreso. Nel testo vero e proprio questa conclusione è sostenuta dalla scelta di trasfigurare i tre nelle balene, di cui interpretano il canto. Nella messa in scena buona parte di questo messaggio si perde. Le balene arrivano, sì, ma l'attenzione si sposta sulla quarta figura, quella del trafficante di uomini (presente sin dall'inizio), che sembra impazzire alla prospettiva di partecipare a una migrazione - un rimaneggiamento che senz'altro toglie poeticità all'opera, facendo poco opportunamente sorgere molte nuove e inaspettate domande negli ultimissimi istanti di uno spettacolo che, fino a quel momento, nonostante qualche (voluta) stranezza, sembrava incanalato su binari mai del tutto prevedibili ma comunque consequenziali.

Al'incontro dei quattro al porto poco prima della partenza, in cui vengono spiegate le regole del viaggio, infatti, segue la parte del viaggio all'interno del container, intervallata da alcuni interventi del Morbido, il trafficante di uomini, nei panni di una sorta di imbonitore wikipediano intento a sciorinare dati su argomenti attinenti al viaggio in questione. Dopo il naufragio, grazie al fatto che il container aveva un'anima in legno, i tre rimangono vivi ma dispersi nell'oceano. Ricalcando In alto mare di Mrozek, dopo qualche tempo scatta - sebbene in modo meno perfido rispetto al testo del drammaturgo ceco - la discussione su chi dei tre debba sacrificarsi ed essere mangiato per permettere agli altri di vivere. Infine, avvistate le balene, si vira sul piano onirico con esiti, come detto, traballanti. Rimane tuttavia il guizzo e, per certi versi, il coraggio poetico di affrontare un argomento trito da un punto di vista più ambizioso della mera cronaca.


Teatro India (Sala A) - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi), 00146 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/87752210, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietti: Intero 15€ - Ridotto 12€ - Gruppi superiori 5 persone 10€ - Under25 e universitari 8€ - Abbonati Teatro di Roma 10€
Orario spettacoli: ore 19 - Biglietteria aperta un'ora prima dello spettacolo

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Gertrude Cestiè, Ufficio stampa Teatro dell’Orologio
Sul web: www.teatrodiroma.net - www.teatroorologio.com

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