Schiapparelli Life - Sala Assoli (Napoli)

Scritto da  Giovedì, 11 Luglio 2019 

Una narrazione che è racconto e sogno insieme, uno spettacolo teatrale - la regia è di Carlo Bruni su testo di Eleonora Mazzoni - che restituisce il senso della visione, dell’immersione emozionale pur nella densità delle informazioni. La notte agitata di una donna che si racconta, che ricorda, lungo ore insonni e tormentate: la protagonista è la stilista e artista italiana, parigina di adozione, Elsa Schiapparelli, dimenticata, rivale di Coco Chanel, una rivoluzionaria discreta, un’innovatrice non in cerca di scandali e provocazioni che provocatrice lo fu suo malgrado. Interpretata da Nunzia Antonino, che le restituisce potenza e grazia ad un tempo, il ritratto sul palcoscenico disegna un affresco che unisce la drammaturgia contemporanea al teatro di parola di tradizione. Misurato quanto incisivo viene perfino voglia di prolungarne la durata. Originale il soggetto, un’occasione per conoscere una storia singolare, riflettere, divertirsi e commuoversi.

 

SCHIAPPARELLI LIFE
regia Carlo Bruni
con Nunzia Antonino e Marco Grossi
testo Eleonora Mazzoni
scena Maurizio Agostinetto
immagini in movimento Bea Mazzone
luci Tea Primiterra, Giuseppe Pesce
consulenza/costumi Luciano Lapadula, Vito Antonio Lerario, Maria Pascale
organizzazione Nicoletta Scrivo
ufficio stampa Paola Maritan
amministrazione Franca Veltro
produzione Casa degli Alfieri - Teatro di Dioniso
con la collaborazione di Sistemagaribaldi, Asti Teatro e Linea d’onda
con la collaborazione di Rosellina Goffredo, Rossana Farinati, Massimo Marafante

 

La scena è essenziale con un letto-gabbia, quello intorno al quale ruota l’azione che si svolge in una notte agitata della protagonista; parla con il suo adorato manichino, Pascal, maggiordomo, che in certi momenti sembra animarsi, in cerca di un cuore, un nuovo Pinocchio fedele però. La gabbia ricorda quella dell’artista Giacometti, amico di Elsa Schiapparelli ed esposta al famoso atelier di Place Vendôme. Sulla scena anche una valigia, quella dei ricordi, una sorta di cassaforte della vita, nella quale, in modo metaforico, custodire l’essenziale di una lunga storia. Sul fondale scorre un video, che mette insieme con grande suggestione, un aspetto didascalico, le creazioni della stilista; i quadri che si animano rimandando all’anima artistica della Schiapparelli, alla sua creatività a volte debordante come fu quella dei surrealisti e del dadaismo, con inversioni di senso: perché una scarpa dovremmo metterla per forza ai piedi e non in testa? In scena anche il famoso abito con aragosta che destò scandalo quanto curiosità, una metafora del sesso e della voglia di vivere.

Il testo di Eleonora Mazzoni è tratto dall’autobiografia, scritta in inglese e poi tradotta e pubblicata da Donzelli, “Shocking life”, citata nel titolo dello spettacolo “Schiapparelli life" e rimando al rosa shocking creato dalla stilista che poi è diventato un simbolo della nuova moda femminile negli anni Settanta e Ottanta, una rottura con l’idea del rosa pallido legato ad una femminilità delicata e remissiva, un colore nutrito d’oriente.

Fu con Elsa Schiapparelli e Coco Chanel che le donne cominciarono ad essere vestite da donne e la moda abbandonò gli orpelli e le rigidità dei corsetti, anche se con stili completamente diversi. Elsa Schiapparelli vestì una donna dinamica, colorata, esuberante, con abiti che erano vere e proprie creazioni artistiche, dal cappello scarpa ai vestiti chiusi con le catene dei cani nei tempi duri della guerra quando non si trovavano bottoni, ai maglioni con il trompe l’oeil tessuti dalle donne rifugiate armene, e ancora l’invasione delle zip anche sugli abiti da sera, quelle proibite da Mussolini chiamate le “chiusure adulterio”, per la facilità con la quale si aprono.

Il testo è ben congeniato, denso di informazioni, frutto di una lunga ricerca documentaristica, mosso da grande leggerezza, sfruttando il canale emotivo del ricordo, dell’evocazione; restituisce la personalità complessa di questa bambina da sempre ribelle, non per presa di posizione ma per una forza interiore insopprimibile, con la struttura di un monologo-dialogo nel quale i due personaggi in scena - bravo Marco Grossi, maggiordomo manichino – parlano all’altro e al pubblico e diventano voce narrante. Un’interpretazione convincente che riesce a dosare in modo armonico le emozioni tra potenza ed eleganza, senza esibizionismo, fedelmente al personaggio di Elsa Schiapparelli che Carlo Bruni - direttore artistico del Teatro Garibaldi di Bisceglie in Puglia - e Nunzia Antonino – attrice con una formazione di danza - una coppia nella vita e sul palcoscenico, hanno riscoperto e portato alla ribalta, grazie anche ad un lavoro di studio e di ricerca complesso.

Un ruolo importante è giocato anche dalla musica, in certi momenti quasi un altro personaggio a testimonianza che Elsa Schiapparelli era un’artista che faceva vestiti, come ebbe a dire con disprezzo Coco Chanel, l’italiana che faceva vestiti, e che per lei l’arte non aveva confini. In effetti si avvicinò alla moda perché questo fu il modo per esprimere la propria creatività con l’intuizione che questa sua attitudine avesse un mercato. Nel 1935, quando apre il suo primo atelier, era un personaggio già noto e soprattutto aveva bisogno di un lavoro per mantenere una figlia poliomielitica, Gogo, da sola, abbandonata incinta dal marito, un conte inglese, squattrinato, donnaiolo e alcolista.

Come racconta nello spettacolo il taglio non ammette ripensamenti, un’espressione che si adatta bene al suo mestiere come alla sua filosofia di vita, al coraggio di fare scelte e di rimettersi in discussione. A tal proposito - e lo spettacolo riesce a trasferire bene questa duplicità del personaggio, passione e senso pratico ad un tempo - Elsa Schiapparelli fu una donna attenta alla realtà che cambiava, consapevole che un vestito ha senso solo nel momento in cui viene indossato e, come un figlio, una volta venduto non appartiene più allo stilista ma prende una nuova vita e non può restare appeso ad una parete come un quadro. Per questo dopo la guerra, periodo nel quale riesce a dar vita ad abiti pratici e poco costosi, reinventando la sua linea, tra il 1953 e il 1954, decide di concludere il proprio itinerario artistico e professionale, perché non c’era più un pubblico adatto alla sua moda, diventati tutti, come afferma con disprezzo, mangiatori di burro, uova e formaggio.

Una vita coraggiosa, incredibile pensando al fatto che fosse nata nell’ultimo decennio dell’Ottocento, piena di successo e dolore allo stesso tempo ma inflessibile, lei che sosteneva che si dovesse scegliere tra la seta e la farfalla, tra la produzione e la necessità di nutrire la crisalide, e rinunciare a qualcosa per poter volare. Lei scelse di essere farfalla e non sembra se ne sia pentita, così come voleva essere madre ma non solo madre, anche se di questo forse alla fine della vita si pentì, di aver cercato di dare tutto il possibile alla figlia, le migliori cure e le migliori scuole, ma di averla lasciata molto sola.

Donna mondana, internazionale per eccellenza, arrivò ad impiegare 600 persone tra Parigi, Londra e New York, grande viaggiatrice in tempi nei quali era raro muoversi anche per un uomo, con una famiglia borghese alle spalle che le andò sempre stretta nei costumi: nello spettacolo dice che di sesso non si parlava non perché fosse censurabile ma semplicemente perché per i suoi non esisteva, amando suo padre più i suoi libri che gli esseri umani. Certamente in famiglia ebbe l’opportunità di respirare una grande e singolare cultura, soprattutto pensando all’epoca, e lo spettacolo ne fa cenno inserendo alcune espressioni in francese e in arabo, essendo il padre docente di lingua araba. Nata a Roma il 10 settembre 1890 a Palazzo Corsini da una famiglia di intellettuali piemontesi trasferiti nella Capitale, la piccola Elsa sognava di diventare attrice, ma i genitori ritennero più conveniente farle studiare filosofia e lettere. Suo zio Giovanni era stato famosissimo astronomo, scopritore dei canali su Marte che portano il suo cognome; suo cugino, fra i fondatori del museo Egizio di Torino, frequentava la sponda sud del Mediterraneo; mentre suo padre Celestino era uno stimato intellettuale che insegnava lingua e letteratura araba, profondo conoscitore dell’oriente, che influenzerà indirettamente Elsa che conoscerà questo mondo dai colori e disegni delle stoffe riportate da viaggi. La mamma, invece, vantava ascendenze medicee. In Tunisia il padre, da adolescente, l'aveva condotta in viaggio, dove un pretendente nell'occasione l'aveva corteggiata e da grande lei aveva scelto quella terra come rifugio: un intermezzo lento, lontano dalla frenesia di Parigi, Londra e New York.

 

Sala Assoli - Vico Lungo Teatro Nuovo 110, 80134 Napoli
Per informazioni e prenotazioni: telefono 081/18199179, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: 8 luglio ore 19, 9 luglio ore 21
Durata: 1 ora e 15 minuti

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Renata Savo, Ufficio stampa Napoli Teatro Festival
Sul web: www.napoliteatrofestival.it - www.associazioneassoli.it

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