Saccarina - Spazio Tertulliano (Milano)

Scritto da  Giovedì, 24 Maggio 2012 
Saccarina

Milano. Due attori poco capaci e un produttore poco raccomandabile, seguendo le indicazioni di un autore poco presente, preparano la registrazione della puntata pilota di una fiction per la tv. Credendo ancora in un lavoro giustamente retribuito, sognano una città migliore e una vita decente, ma tutto questo resta, appunto, solo un sogno. Il testo di Davide Carnevali, finalista al premio Riccione 2007, rappresenta la vita e il percorso di due giovani come tanti, corrotti e decisi ad affermarsi a ogni costo.

 

 

Produzione Associazione Culturale PianoInBilico presenta
SACCARINA

testo di Davide Carnevali

diretto e interpretato da Fabrizio Martorelli, Alberto Onofrietti, Silvia Giulia Mendola

musiche originali Zibba

 

I sogni son desideri, eccome, ma anche menzogne, corruzione e compromessi. Lo sanno bene i due attori protagonisti della candida Saccarina, ovvero la voglia (mai così attuale) di sfondare a tutti i costi in questo mondo di arte e cultura decisamente pieno di spine. A Milano poi, città della moda e delle apparenze, delle partite su Sky nei bar o delle panchine di altissimo design in giro per i parchi, dell’edilizia e dell’Expo che sta per arrivare, di spietati autori o produttori che promettono ma se e solo se… Insomma, in una città in cui non vale la pena nemmeno invecchiare.

I dialoghi al bar dei due attori sono il pane quotidiano di tutti quelli che credono nella creatività, sinonimo di capacità, fatica e duro lavoro, così tanto da associarla troppo facilmente (forse inconsapevolmente) alla parola spettacolo. A quel verbo, ‘sfondare’, che poi diventa un ‘farsi sentire’ da qualcuno, una prestigiosa convinzione che, a giudicare dalle cronache di oggi, a Milano in particolare, si trasforma in ‘occupazione’ per non far morire l’arte e la cultura. Tutto questo porta davvero a qualcosa?

Il testo convincente di Saccarina mette la realtà nero su bianco. Ci sono le idee e le capacità, c’è la voglia di fare, ma tutto quello che sta attorno ci sovrasta. Non solo la moda e l’edilizia sotto il cielo frenetico e violento della Madonnina, ma anche la situazione in cui viviamo.

Per i lavoratori dello spettacolo, tutti, su e giù dal palco, non ci sono fondi e tantomeno effettive realizzazioni, insomma la realtà di tutti i giorni: il precariato, l’impossibilità, l’idea di rivalutare un quartiere per renderlo culturalmente più appetibile, pensiero costantemente in bilico tra qualcosa di concreto (e forse rivestito solo di apparenza) e un buco nell’acqua. Dall’altra parte, invece, l’altra realtà, quella piena di sotterfugi, quella secondo cui il posto in una fiction dev’essere mio a tutti costi e si diventa spietati, ci si costruisce una maschera e si mente a chiunque, si è bugiardi fino al midollo, con tutti. Chi è dentro forse capisce – anche involontariamente – che questa corruzione è il prezzo da pagare pur di realizzare un sogno che è la vita, chi è fuori invece rischia di intravedere quell’invasione mentale per arrivare a quei famosi cinque minuti di celebrità. Che poi magari non è così, ma si deve fingere, non si può ammettere che non si riesce ad arrivare alla fine del mese, si deve far vedere di essere inseriti.

Seduti in quel caffè, con un cane immaginario, si ascoltano vite di ordinaria amministrazione e colpisce tanto la volontà di riuscirci quanto la depravazione o la stanchezza (che si fatica ad ammettere) perché in fondo si sa che, se si vuole rimanere puri, farcela è così difficile. Allora ogni scusa è buona per rallentare anche solo il momento in cui si decide a tavolino quel piano per sfondare.

La drammaturgia – che non a caso ha trionfato nel 2007 al prestigioso Premio Riccione – è ricca di spunti, modernissima (tanto da citare persone, fatti, luoghi della Milano del momento) e assolutamente vera. Come se un registratore avesse riportato in scena quello che si dicono due giovani ragazzi al bar che vogliono fare gli attori: credo, impazienze, lodevoli scosse perché si deve pur fare qualcosa, finzioni, cedimenti. In un linguaggio assolutamente normale, a volte incerto, che rende il tutto ricco di fascino perché davvero sembra di essere lì seduti.

Già, ma, purtroppo, solo questo. L’originalità del testo non è bastata a rendere abbastanza vivo Saccarina, che spesso si perde in una recitazione troppo calcata ed esuberante per qualcuno o in una regia un po’ troppo spenta. È la realtà di oggi, è la televisione, è la decomposizione del sistema artistico di ora. Ci si aspetta qualcosa di più delle semplici parole statiche che spengono un po’ troppo spesso i concetti.

Divertentissimo il momento in cui i tre, in un cambio di scena, improvvisano un ballettino, una trovata nonsense al posto di un sipario che si chiude e poi si riapre. Un piccolo momento pop e dinamico che, se solo ripetuto più spesso, avrebbe aggiunto alla ricetta quella dose di adrenalina in più, sicuramente necessaria.

 

Spazio Tertulliano - via Tertulliano 70, 20137 Milano

Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/49472369, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Durata: 1 ora e 30 minuti

 

Articolo di: Andrea Dispenza

Sul web: www.spaziotertulliano.it

 

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