Rosso - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Giovedì, 21 Aprile 2016 

Torna in scena "Rosso", uno dei successi più sorprendenti del Teatro dell'Elfo, la pièce di John Logan ispirata alla biografia del pittore americano Mark Rothko: un biopic teatrale per un maestro dell'espressionismo astratto. Scritto da uno sceneggiatore del grande cinema americano, in patria era stato un caso vincendo sei Tony Award nel 2010, ma sulle scene italiane il testo e l'autore erano inediti e il tema inconsueto. Una sfida per il regista Francesco Frongia e i due protagonisti Ferdinando Bruni e Alejandro Bruni Ocaña.

 

Teatro dell’Elfo presenta
ROSSO
di John Logan
con Ferdinando Bruni e Alejandro Bruni Ocaña
regia, scene e costumi Francesco Frongia
datore luci Michele Ceglia
organizzatrice di compagnia Antonia Proto Pisani
fotografie Luca Piva

 

A volte ritornano. E per fortuna, ci verrebbe da dire. Ferdinando Bruni si ri-veste dei panni macchiati di rosso di Mark Rothko, trascinando con sé lo spettatore in un breve ma intensissimo viaggio nel suo studio.

"Rosso" è un testo corposo, che tiene con il fiato sospeso per tutti i suoi ottanta minuti. John Logan, sceneggiatore hollywoodiano prestato al teatro, ci lascia entrare dietro inconsuete quinte, quelle della creazione pittorica. Il teatro che parla di arte, l’arte che fa parlare il teatro, in un binomio riuscitissimo.

Bruni di nuovo giganteggia, in una prova intensa. Rothko, pittore al vertice della sua carriera, è intento a erigere il suo incoerente monumento a se stesso, in perpetua memoria, i magnetici Seagram Murals destinati all’opulenta sala del nuovo Four Seasons. Si tratta di un personaggio decisamente sopra le righe: è un uomo volubile, quasi capriccioso nei suoi scoppi, dalla fama e dalla personalità complessa, riesce a mantenere un feroce senso critico. Lucidissima e spietata è la sua analisi della storia dell’arte: con le sue parole la dipinge come un avvicendarsi di figli che uccidono i propri padri, di silenzi necessari di fronte alla grandezza del passato, di vecchie glorie ormai destinate al declino, alla firma dei menù nei ristoranti (come Dalì) o a incollare piastrelle per fare vasi (come Picasso).

Il rosso, direttamente impastato e steso in scena, è vibrante e sanguigno, persino tragico: la pittura si deve quasi poter toccare, l’osservatore deve poterci entrare dentro, così come lo spettatore in teatro. Lo sguardo è irrimediabilmente attratto dai quadri, dipinti dallo stesso Bruni, non può far altro che trovarsi intrappolato nella stanza. È uno spazio chiuso, claustrofobico e volutamente artificiale: la natura è un tempio, diceva Baudelaire e Rothko con lui. L’ispirazione è Michelangelo, con la sua meravigliosa e ingannevole Biblioteca Laurenziana di Firenze, solo l’ultima di una serie di citazioni colte. Il rosso è l’ossessione per “Lo studio rosso” di Matisse, che Rothko ha studiato ogni giorno, per mesi. È la vita che pulsa e che si trova in un fragile e precario equilibrio con il nero della morte: è il terrore che il nero divori il rosso, il rincorrersi continuo di apollineo e dionisiaco, intrecciati e imprescindibili nel percorso di ricerca di se stessi.

Quella di Rothko è una vita sull’orlo della disgregazione: pochi, ma inequivocabili, i riferimenti alla sua morte, dall’allusione al suicidio, alla scena in cui Rothko giace apparentemente esanime in mezzo al rosso della sua pittura/sangue, accompagnato dalla musica classica assordante. Non si può fare arte senza filosofia, grida impaziente il primo pittore a cercare di dipingere il non-essere: a far le spese di questa pedagogia quotidiana, a suon di lezioni e provocazioni, è l’aspirante pittore nonché suo assistente Ken. Alejandro Bruni Ocaña riesce perfettamente a ritrarne la trasformazione: all’inizio dello spettacolo dichiara tutta la sua acerba giovinezza con il suo non-sapere, pronto ad afferrare la conoscenza. A tratti ci sembra quasi vittima dell’affilata intelligenza di Rothko, che non esita a portare alla luce la sua paura per il bianco, che troppo da vicino gli ricorda la neve caduta il giorno tragico della morte dei suoi genitori. Due anni e infinite ore di lavoro dopo, riesce persino a contraddire i gusti del maestro: Rothko è all’apice della sua carriera, ma ormai destinato a fare i conti con i grandi barbari bianchi alle porte (i futuri maestri della Pop Art). Infine, la sua voce diventa quella di un profeta adulto: è capace di spingere l’irrequieto pittore alla riflessione decisiva sulla destinazione dei suoi capolavori. Rothko restituisce il leggendario compenso ricevuto, ricomprando le sue opere, ritrovando tutto se stesso.

 

Teatro Elfo Puccini (Sala Fassbinder) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 16.30
Biglietti: intero € 30.50, martedì posto unico € 20, ridotto <25 anni - >65 anni € 16, ridotto 6-10 anni € 11.50, scuole € 12

Articolo di: Marta Anile
Grazie a: Veronica Pitea, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini
Sul web: www.elfo.org

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP