Ritratto di una Capitale - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sabato, 29 Novembre 2014 

Roma raccontata dalla penna di 26 autori e portata in scena da oltre 60 interpreti per un “polittico teatrale” a più voci che, fra invettive di rabbia e dichiarazioni d’amore, ritrae la Città e la restituisce al suo Teatro. Tanti autori per tante storie. Tanti artisti per tante visioni, realtà e bellezze, a comporre sul palcoscenico le molteplici anime della città in un’unica grande, originale composizione: "Ritratto di una Capitale - Ventiquattro scene di una giornata a Roma", l’inedito spettacolo-maratona è andato in scena dal 18 al 22 novembre al Teatro Argentina.

 

Produzione Teatro di Roma in collaborazione con S.I.A.E. presenta
RITRATTO DI UNA CAPITALE
Ventiquattro scene di una giornata a Roma
un progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri
regia di Fabrizio Arcuri
colonna sonora composta e eseguita dal vivo da Mokadelic
set virtuale di Luca Brinchi, Roberta Zanardo/Santasangre e Daniele Spanò
testi di Eraldo Affinati, Ascanio Celestini, Eleonora Danco, Giancarlo De Cataldo, Anna Foa, Valerio Magrelli, Giuseppe Manfridi, Lorenzo Pavolini, Fausto Paravidino,Tommaso Pincio, Paola Ponti, Christian Raimo, Lidia Ravera, Ricci/Forte, Andrea Rivera, Letizia Russo, Elena Stancanelli, Roberto Scarpetti, Igiaba Scego, Francesco Suriano, Daniele Timpano/Elvira Frosini,Emanuele Trevi, Mariolina Venezia
e la partecipazione straordinaria di Corrado Augias, Claudio Strinati e Franca Valeri
interpretati da Daniele Amendola, Claudio Angelini, Matteo Angius, Antonella Attili, Anna Bonaiuto, Giovanna Bozzolo, Giorgio Caputo, Tiziano Caputo, Francesca Ciocchetti, Maddalena Crippa, Silvia D’Amico, Eleonora Danco, Roberto De Francesco, Anna Ferraioli, Elvira Frosini, Pieraldo Girotto, Anna Gualdo, Gamey Guilavogui, Liliana Laera, Roberto Latini, Lorenzo Lavia, Sandro Lombardi, Simon Makonnen, Giuseppe Manfridi, Vinicio Marchioni, Lucia Mascino, Francesco Montanari, Danilo Nigrelli, Filippo Nigro, Fabrizio Parenti, Constance Ponti, Alessandro Riceci, Andrea Rivera, Giovanni Scifoni, Daniele Timpano, Elodie Treccani, Josafat Vagni, Federica Zacchia, Paolo Zuccari
e con la partecipazione straordinaria di Leo Gullotta e Milena Vukotic
con gli allievi del terzo anno dell'Accademia d’Arte Drammatica Cassiopea Chiara De Concilio, Luana Locorotondo, Agnese Lorenzini, Laura Nardinocchi, Bruno Petrosino, Nicole Petruzza, Francesco Sannicandro, Federica Spinello, Pina Vergara
e gli ex allievi del Centro Internazionale La Cometa Marianna Arbia, Marco De Bella, Lorenzo La Posta, Stefano Lionetto, Benedetta Rustici, Alessio Stabile

aiuto regia Matteo Angius
assistente alla regia Francesca Zerilli con la collaborazione di Elvira Berarducci
direzione di scena Valeria Bernini
ufficio stampa Amelia Realino
capo costruttore Claudio Beccaria
capi elettricisti Massimo Munalli e Antonio Borrelli
fonici Daniele Baddaria eAngelo Longo
macchinisti Dario Ciattaglia e Massimiliano Pischedda
l’immagine di locandina è di MP5

 

Un evento senza precedenti nella storia del teatro di Roma, nella storia della cultura che avvolge questa città dai cieli inenarrabili. Una nuova pagina è stata scritta sulle sue antiche pietre, calde del suo sole, per restituire al suo popolo quell’identità carica di fascino e di mistero che sul filo talvolta si disarma, mentre si abbandona alla precarietà di un dubbio equilibrio. Il palcoscenico del Teatro Argentina diventa per l’occasione terreno di un’esperienza intima e assoluta che apre la sue porte alla città, per raccontarne la storia, le opportunità, le ferite, la ricchezza e il bisogno famelico di espressione.

Un progetto fortemente voluto dal nuovo direttore del Teatro di Roma, Antonio Calbi, che in “Ritratto di una Capitale” identifica un titolo e una sfida. Una sfida a tutto tondo che ha visto scendere in campo oltre 60 attori, a raccontare le meraviglie e le ombre della città eterna, attraverso la penna di 26 drammaturghi dei nostri giorni che con mescolanza di cifre stilistiche hanno restituito 24 spaccati di una qualsiasi giornata a Roma, articolati nell’arco di 24 ore vissute tra 24 luoghi urbani.

L’allestimento del palco, privato delle sue quinte, a tratti disegna una realtà industriale, una città cantiere colma di suggestioni e scorci. Il set virtuale a cui si assiste nel passaggio da un quadro all’altro è sensazionale e porta la firma di Luca Brinchi, Roberta Zanardo/Santasangre e Daniele Spanò.

Il sipario apre sull’intramontabile Franca Valeri. Accanto a uno scrittoio ripercorre i passi mossi in questa città inarrivabile. Per storia, per leggenda, per bellezza. Una città dagli anni buffi, felici. Una città percossa dalla paura. “Cosa hai pensato quando hanno ucciso Cesare? Ti avrà attraversata un brivido! Aveva portato sulle tue strade tanti trionfi. Ti aveva portato anche Cleopatra. Pensa, non ti ha resistito neanche lei!

Come in una lettera densa di intimità, si rivolge a lei, con i suoi fedeli sudditi, i suoi papi in viaggio tra le strade arse dal sole, i vestiti sontuosi, la sua storia copiosa raccontata da ogni sua antichissima pietra. “Roma borghese, Roma schiacciata dal ridicolo del fascismo, Roma della piccola politica. Roma Capitale però è una vostra ambizione. Roma vuole essere una capitale di cultura, di gioventù piena di speranze. Roma con le sue bestioline, tante bestioline felici nella sua natura gattara. A questa Roma ridate splendore e bellezza secolare!

Ma Roma è anche Roma acida di periferia, come la descrive Giancarlo De Cataldo. Vivere ai margini di una vita da diversi, dentro un paesaggio di violenza urbana che si consuma nella notte, mentre si arranca, si sgomita, si sballa, e alla fine si cade. Senza arrendersi mai davvero, come quella stella caduta che non voleva morire.

Roma è un incontro, e ancora un altro, di mondi all’apparenza enormemente lontani che si sorprendono così vicini da finire per appartenersi. Una riflessione di Eraldo Affinati su quanto riconoscere se stessi nel passato degli altri sia meno raro di quanto si immagini.

Roma è tante, troppe cose. Impossibile passarle in rassegna, tutte, una ad una. C’è la Roma di San Lorenzo, com’era e come non è più, squisitamente scritta e interpretata da Eleonora Danco. “Shottini, Kebab, Porca vacca griglieria. Volevano fa n’altra Trastevere. Non ci so riusciti!

Piazza dei caduti. Me ne fotto di te. Pure che ci metti le giostre, rimani sempre un alcolizzato dentro i giardini di San Lorenzo. Vi ho visti camminare, l’ho sentito l’odore. L’intonaco cade, le scarpe sono vecchie, le famiglie sono vecchie. Di spalle facciamo pena. C’era gente di paese qui una volta. Aveva carretti pieni di frutta e verdura. La casa te la sei venduta? Eravate sedici figli? Ti ritrovi alle mura del quartiere a vivere con tua moglie in un monolocale e non te lo meriti? E’ così, stacci!

L’Ama gli lava i denti a San Lorenzo. In via dei Marsi, fuori a Psicologia, i ragazzi si fanno. Cadaveri stesi, narcotizzati all’alba. Ti taglio la faccia, te la spacco. Forse il gruppo, la massa. Roma e tutti i suoi fuori sede che non ce la fanno a mangiarsi tutto quel sole al tramonto. Piove. La melma si scioglie sul marciapiede. Mi metto nel mucchio, mi voglio salvare.

Un tempo solo osterie. Ne ricordo una: abbacchio e pasta e fagioli. In strada piedi nell’acqua inquinata. Non riesco ad andarmene da qui. Questa luce mi risucchia. Non avere sesso, non avere cose da dire. Appesa ad un niente, a una goccia di pioggia alla finestra. Tornare nel letto ogni sera, sdraiata verso destra vedrò la finestra, sdraiata a sinistra la mia immagine riflessa.”

C’è la Roma di Piazza Vittorio, i suoi pilastri indiscussi. MAS su tutti. E tra i suoi giardini corpi stesi, barboni a terra, mentre i ragazzi si allenano nel Tai Chi, qualcun altro fa acrobazie. “E io che la volevo capire Roma. Per questo ero venuta qui. Qui dove ci sono pugliesi, casertani, indiani, pakistani, dove c’è gente di Livorno, di Trento. E ti ritrovi a dover capire Roma con dentro tutto un mondo.”

Abitiamo la città del turbamento, delle rovine, dei sogni infranti, della vita che scricchiola come un vecchio pavimento calpestato a lungo. Ce la racconta Mariolina Venezia, in un colloquio a due che cerca negli occhi dell’altro ancora qualcosa da vedere.

A Roma si muore. Come si muore oggi, avrà pensato Christian Raimo nella stesura. Con scarsa poesia, dentro il letto di un ospedale pubblico in cui non ti dimeni più, dove sei il punto di un elenco da cui presto qualcuno ti depennerà, mentre tuo figlio cerca di assisterti, nella miseria della disperazione. Ti racconta la città, i lavori sulla Nomentana, le bollette dell’Acea...pensa di aiutare, pensa di distrarti. Ma tu non ci sei già più.

Roma città di smarriti, di angeli. Come Victor e Leroy, poeta uno e ballerino l’altro, presenze indefinite tra sogno e realtà, ovunque e da nessuna parte, nell’omaggio di Elena Stancanelli.

E c’è la Roma di via Giulia, quella raccontata dalla penna di Ascanio Celestini. Ci imprime dentro storie di club, di gente che si spoglia per altra gente che conta. Storie di bordelli romani, favori, lavoro, denaro, ragazze pulite, cene di lusso, dove tutti hanno qualcosa da prendere e da restituire. Storie di minorenni e prostituzione borghese. Storie di dolore e di oscena miseria. Storie di chi è stato incastrato, di liti, perversioni, denunce a carico. Storie di chi arriva a rompere un salvadanaio per una sveltina. Con una che voleva, non per amore. Per povertà.

Roma è “La capitale mancata” di Corrado Augias, che con un profilo storico-culturale disegna una città priva di geometrie, colma di frastuono, ricca di polvere. Questa città che non sarà mai una capitale perché essa, in tutti i sensi eterna, è nello stesso tempo molto più e molto meno di una capitale.

E’ la città dei miti nostrani, contemporanei. Come quello narrato da Domenico Deianira, interpretato da uno straordinario Leo Gullotta, un calabro romano trapiantato su quella banchina del Tevere nei pressi di Ponte Marconi da oltre 25 anni. “Uno di quelli che non s’è ancora scocciato. Uno che è stato felice. Nel caldo di agosto vedeva l’acqua ribollire, i romani in costume. Perché questa città ad agosto cambia faccia.” Ricorda su tutti quell’agosto quando due fratelli americani giunsero lì a farsi casa, con i loro occhi, le braccia lunghe lunghe, la loro ghirlanda sulla fronte e la folta parrucca rasta in testa. Mangiavano alla mensa di Trastevere, quei fratelli, gemelli, votati alla vita. Cercavano di fare i ballerini con quelle loro gambe. Cercavano di mangiare, di divertirsi. Fino al loro ritrovamento, a Fiumicino. Annegati. “E io qua come un sercio de la vecchia Roma. Questo è il posto mio e da qui non mi muovo. Io sto qui che non piango ma mi dispiace. Io che volevo piangere, riverso su questa banchina. Alzare lo sguardo, vedere le stelle.”

Roma città di cronaca, città dalle storie metropolitane, dense di razzismo. Figlia di un tempo sbagliato, vile. “Lista di cose da fare per salvarti: ritrovare gli odori del posto in cui sei cresciuta, non reagire alla provocazione, fermare ogni piccolo istante di felicità nella tua mente, imparare una nuova lingua, dare a tuo figlio una vita migliore, fotografare ogni cicatrice, conservare cose inutili, metterti un giardino in casa, guardare le stelle cadenti e desiderare cose che non sapevi di desiderare, sperare che tuo figlio si ricordi di te, dare l’ultimo saluto a tua nonna. Vedere tutto, sentire tutto, ESSERE TUTTO.”, come racconta il bel testo di Roberto Scarpetti nella calda interpretazione di Lucia Mascino.

Roma che incrocia le vite, i destini. Roma che tesse le sue trame tra storie ordinarie di quartiere, frammenti di esistenze, spaccati di emarginazione come quelli da cui prende forma "Crossroads" di Letizia Russo.

Roma è la città ritrovata di chi ritorna. Di chi vi si era avvicinato per poco, per poi fermarsi 20 anni. Lidia Ravera ci porta tra i vicoli di Trastevere, i suoi affacci, gli scorci di luce. Ero sempre felice, entusiasta, mi sentivo come in vacanza. Perché Roma ha il senso e il ritmo della vacanza. Ci ero venuta per una pausa di riflessione. A questo servono le capitali. Un volto che si perde tra la folla. La bulimia emotiva dei giovani. Uscire in pantofole e sentire tua la città. Poterla calpestare. Adoravo quell’economia di sillabe che emanava tutta Trastevere. Ci amavamo io ed io. Capita a quell’età. Amarsi a Roma, amare se stessi.

Chiusi dentro una città che sembra il set di un kolossal, dove ti picchiano nel cuore della notte per una banalità, ai piedi di Ponte Sisto, nel freddo di novembre. Quello del San Callisto, della piazzetta con gli amici di sempre, la birretta sui motorini. Ne ricordi il rumore delle bottiglie che rotolano sui sampietrini, che poi è il rumore di un amore che hai vissuto, del bacio che non hai dimenticato. “In questa città che è tutta un set, dove è sempre tutto troppo grande, troppo vecchio, troppo bello. E fa sentire i suoi abitanti tanto minuscoli che forse questa sera il film era proprio quello sbagliato", nell’ottima interpretazione di Vinicio Marchioni.

Roma con i suoi sogni, la musica, lo spaccio. Roma di un Altrove quella di Paola Ponti, della possibilità di scegliere ancora una volta tra degrado e salvezza.

Roma che accoglie l’alba fuori dalla sala d’attesa dell’Ospedale Santo Spirito e in essa si consuma, mentre divora un incontro brillante tra generazioni e costumi raccontato dalla straordinarietà di Milena Vukotic e dalla capacità di Lorenzo Lavia.

Roma città cinta dalle vie consolari, quella della Flaminia Bloccata. Roma città recinto con il suo Ghetto. Simbolo di un affollamento incredibile per uno spazio ristretto, tre ettari appena, un trapezio che scende fino al Tevere. Ne custodisce gli angoli più segreti, i più remoti. Uscirne, urlare il rifiuto di quella separazione. Di quel ghetto che, posto nel cuore della città, tra via della Reginella e via del Portico di Ottavia, è dentro ed è fuori. Uno spazio carico di suggestione, memoria di una reclusione, di un divorzio. Quella memoria che si fa forse più forte quand’è di sangue, quando racconta non la vita ma la caccia all’uomo.

Roma in cui dissipare la vita e ritrovarla. Toccare lo smarrimento e ricostruire. Vivere i giorni della perdita e della cura, tra gli angoli di una Borgo Pio immersa nel trambusto dei pellegrini verso San Pietro. E’ la Roma in seno a Giuseppe Manfridi che si fa Epifania.

E’ l’omaggio a Pierpaolo Pasolini del divertente Andrea Rivera, la visione di una città baldracca firmata da ricci/forte, la storia di un’amicizia nata in un condominio multirazziale di Igiaba Scego, e ancora le voci dalle viscere della terra a una città morta, quella di Daniele Timpano/Elvira Frosini, o l’emblematico viaggio raccontato da Claudio Strinati, prima di aprirsi alle Opinioni di una zanzara tigre che “manco più il sangue è quello di una volta”.

Roma è una città raccontata a più voci, nel silenzio, nell’incanto di un tempo che la ferma alle porte dell’eternità e la consacra a una vita immortale.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it

Articolo di: Chiara Di Pietro
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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