Ritratto di Dora M. - Teatro Filodrammatici (Milano)

Scritto da  Domenica, 17 Febbraio 2019 

Ferdinando Bruni e Francesco Frongia sono stati affascinati dalla donna di successo prima, la donna spezzata da un amore poi e, infine, la mistica raffinata, tre figure in una, Dora Maar, in scena dal 12 al 17 febbraio al Teatro Filodrammatici di Milano. Una soluzione scenica di grande fruibilità che racconta la biografia di un’artista, lo specchio di una Parigi effervescente e crudele e un amore malato, intreccio di cinema e teatro con video che rievocano le atmosfere di “Un chien andalou” di Luis Bunuel. Un’interpretazione convincente.

 

Produzione Bruni/Frongia presenta
RITRATTO DI DORA M.
progetto a cura di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
parole di Fabrizio Sinisi
regia Francesco Frongia
con Ginestra Paladino
musiche originali Carlo Boccadoro
scene e costumi Erika Carretta
disegno luci Sarah Chiarcos
suono Silvia Laureti
assistente alla regia Michele Basile
direttore dell’allestimento Silvia Laureti
la maschera del Minotauro è di Mimmo Paladino
produzione Teatro Filodrammatici di Milano
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival - Napoli Teatro Festival Italia
diretto da Ruggero Cappuccio
prima milanese

 

Dora Maar, all’anagrafe Henriette Theodora Markovitc (1907-1997), fu la musa dei surrealisti nella Parigi spumeggiante del tempo, apprezzata fotografa fino all’incontro, nel 1937, con Pablo Picasso, al celebre caffè i Deux Magots, che la convinse a lasciare la fotografia, per dedicarsi alla pittura, che intraprese con scarsi risultati. La relazione con l’artista, che durò cinque anni, la portò sull’orlo della follia: giorno per giorno si ripiegò sempre più su se stessa tra meditazione e preghiera, in una sorte di clausura, fino alla morte. Nessuno fu ammesso. Lei stessa dopo l’abbandono umiliante di Picasso che, dopo averle acquistato una casa, un rudere contro il vento, in Provenza, la recluse lì e vi portò una giovanissima attrice, consumando senza pudore la sua passione, dichiarò: “Dopo Picasso solo Dio”. Dora Maar fu l’unica compagna di Picasso, vorace distruttore delle donne dalle quali era terribilmente attratto senza riuscire ad amarle, a non dargli un figlio. La parabola discendente di una donna erosa da un amore egocentrico, malato e vampirizzante che la consumò annientandola tanto che, dopo la fine tragica della storia, approdò a una conversione che non pare le abbia portato serenità.

La scrittura è leggera e non appesantisce la vicenda, dalla quale si è catturati grazie anche ad un allestimento scenico coinvolgente: mobili rovesciati come pezzi della vita di Dora Maar che viene smembrata, mentre il fondale è lo schermo di un film anni Trenta che, come in uno spettacolo muto, racconta i cambi di scena, lo scorrere del tempo, scandendo gli anni che passano.

Dora Maar appare come una vestale e la scena inizia con la descrizione dell’elettrochoc che le viene somministrato puntualmente alle cinque del pomeriggio tre volte a settimana e che fa male perché le ruba i ricordi e quindi tutto quello che resta. Non è importante solo ricordare Picasso ma riviverlo, sebbene solo in sogno, per continuare a vivere. Il tempo scorre a ritroso e il nastro, riavvolto rapidamente, torna al fatidico primo incontro, per poi ricongiungersi con le immagini che segnano la fine di Dora Maar, lei che non si accontentava di essere la sola ma voleva essere unica, che era stata pura vita e che rinuncia a vivere. Un’occasione per rileggere un mondo dove arte e vita sono stati confusi e nei quali il paradiso promesso dall’arte è diventato un inferno.

Dora Maar sarebbe stata apprezzata e ammirata se non fosse stata l’amante di Picasso? E le sue fotografie sarebbero passate alla storia? Sì, non c’è dubbio. Ma Dora Maar è stata vittima di un cliché: essere, secondo lo stesso Picasso, “La donna che piange”.” Così Victoria Combalìa, nell’introduzione al catalogo della mostra “Nonostante Picasso” da lei curata a Palazzo Fortuny a Venezia nel 2014.

Dora Maar in effetti ha attraversato tutto il ‘900 e nella prima metà della sua vita è stata sempre vicina al cuore della Parigi artistica e culturale dell’epoca, in quel momento magico e irripetibile in cui la città era il centro del mondo e i nomi che vengono rievocati sul palcoscenico sono clamorosi, da Apollinaire, a Cocteau, Bréton, Renoir e Georges Bataille, il suo primo amore. La sua carriera fotografica fu breve, ma intensa e incredibile per una donna in quegli anni nei quali nasceva la pubblicità: si colloca fra il 1931 e il 1937, anno in cui, spinta da Picasso, abbandonò la fotografia per la pittura, dopo aver testimoniato, con una serie di storici scatti, la creazione di “Guernica”. E c’è un passaggio nello spettacolo che rivela l’amore, l’ironia e l’inutilità della vicinanza intima di una donna al ‘Maestro’, perché Dora dichiara di conoscere la storia del dipinto e quindi la falla del grande artista: nata come una corrida, l’opera non ebbe successo ma fu ripresentata all’esposizione universale del 1937 e la tauromachia divenne il simbolo della guerra civile spagnola.

Questo passaggio dalla fotografia, un’arte che Dora padroneggiava con maestria, alla pittura, in cui non arriverà mai a superare una faticosa mediocrità, è uno dei momenti che segnano un percorso esistenziale con brusche cesure e dolorosi cambi di rotta. Al momento dell’incontro con Pablo, Dora è una donna realizzata, disinibita, che si presenta come una femme fatale, capace di giocare e di mettersi in gioco: quando vede Picasso che polarizza l’attenzione di tutti gli avventori, si mette a giocare con un coltello come lanciatrice, ferendosi in più punti. Il gioco è riuscito perché attrae l’attenzione dell’artista che le chiede di sfilarsi il guanto tagliuzzato e spruzzato di sangue e ne ammira il fascino di un ‘bel sangue’. Cinque anni dopo, alla fine della sua relazione con Picasso, Dora è una donna spezzata, che si aggira nuda nell’androne di casa sua, in preda a una crisi psicotica.

Dopo un breve periodo “mondano”, Dora Maar infatti poco a poco si chiude in un’esistenza fatta di meditazione, preghiera e solitudine, una clausura misteriosa che durò quasi cinquant’anni e in cui nessuno fu mai ammesso. Sono queste tre immagini di donna così lontane fra loro che affascinano. Dora è annientata progressivamente da un artista malato che non la vuole ritrarre, se non rendendola un oggetto di suo gradimento con i capelli alla spagnola, per poi dipingerla a guisa di cane con dietro delle sbarre, la testa piccola piccola e un corpo smisurato.

 

Teatro Filodrammatici - Via Filodrammatici 1 (ingresso Piazza Paolo Ferrari 6), 20121 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/36727550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì e sabato ore 21; mercoledì e venerdì ore 19.30; domenica ore 16
Biglietti: intero 22€, ridotto convenzionati 18€, ridotto under 30 16€, ridotto over 65 e under 18 11€, online con prezzo dinamico da 11€
Durata spettacolo: 60 minuti

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Antonietta Magli, Ufficio stampa Teatro Filodrammatici
Sul web: www.teatrofilodrammatici.eu

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