Ritratti di signora - Museo dell’Ara Pacis (Roma)

Scritto da  Lunedì, 23 Luglio 2012 

Ritratti di signora

Quando l’Arte si celebra in un luogo d’arte, il risultato è maestosamente emozionante e intimamente fertile. Sì, “Ritratti di Signora” è una celebrazione più che una rappresentazione, perché la scelta di portarlo in scena nei musei di Roma consacra il testo alla solennità di un’opera d’arte; il monumento si fa suo contenitore e gli conferisce quella sacralità che in un contesto diverso, di certo, non avrebbe avuto allo stesso modo. Se l’Arte moltiplica se stessa, il risultato è un “prodotto” altamente qualificato.

 

 

 

 

Produzione Associazione Comunicazione Reale presenta

RITRATTI DI SIGNORA

suite di musica e parole per museo

drammaturgia e regia Fabio Mureddu

direzione musicale Stefano Sovrani

con Giordana Morandini

flauto Alessandra Finocchioli

 

Per rappresentare la “prima” si è scelta la suggestiva cornice dell’Ara Pacis: sullo sfondo dell’altare eretto in onore dell’Imperatore Augusto nel 13 a.C., si raccontano, per voce di una donna -  interpretata dalla bravissima Giordana Morandini - episodi di vita vera.

La formula della messa in scena è la suite, un piacevole alternarsi di musica e parole, per la regia di Fabio Mureddu.

La parte musicale è affidata, con la direzione di Stefano Sovrani, alla presenza discreta, ma incisiva nello scorrere del testo, di Alessandra Finocchioli, che presenta i suoi momenti musicali come un piacevole filo conduttore, un trait d’union tra gli episodi, che sono passaggi delle fasi della vita di una donna e del suo evolversi nel tempo. Il tutto con il suo flauto, che fa anche da elemento scenico, insieme alla cornice vuota da cui esce e rientra, ad ogni fase raccontata, la protagonista.

Il testo è propriamente un racconto, non tanto un monologo, che è un qualcosa di più squisitamente interiore. Giordana Morandini, per voce di Rosa – la protagonista -  raccontando di sé dona allo spettatore la sua esperienza, lo coinvolge e lo travolge; si avvicina, lo guarda negli occhi, quasi a chiedere assenso e condivisione. C’è più esplosione che implosione, sebbene i racconti attengano a questioni intime e a uno spessore emotivo decisamente importante. Occupa lo spazio scenico nella sua interezza, a volte quasi saltellando da un lato all’altro come a voler racchiudere gli spettatori (che sono disposti di fronte e a lato dello spazio retrostante il monumento e che, ora, funge da palco)  in un simbolico abbraccio. C’è ironia e tragicità. Tutto è ridotto ad essenza e minimalismo. Non c’è bisogno di altro in uno scenario così carico di storia e di significato.

Così come carico di significato è il racconto che la Morandini, in una pregevole interpretazione, porta in scena addirittura scalza e ridotta all’essenza minimale anche nel vestiario.

Le fasi che identificano i passaggi di vita di Rosa sono sei, ognuna legata ad un particolare momento storico e sociologico. Ma il racconto non risulta mai frammentato, semmai è più un percorso, un processo che attraversa, insieme alle fasi storiche, i momenti salienti della vita intima e personale di una donna, una donna come tante, una donna del popolo.

Questa è la bellezza di Rosa, è una donna “genuina”, semplice e autentica. Intenerisce, a volte, per quel suo modo, indifeso e rassegnato, di raccontare gli episodi che la vedono vittima del pregiudizio. Rosa è una donna che ha la spontaneità e l’ingenuità di una bambina, elementi che le consentono di sorridere anche alla condizione di sottomissione e di conformismo della quale, forse, non ha neppure consapevolezza. Parla il romanesco, ma non è mai volgare, è passionale e romantica. E’ una donna che chiede scusa di esistere, è generosa, è una donna che – come tante donne sanno fare – riesce a mettere da parte se stessa pur di compiacere gli altri, è accondiscendente e remissiva. Ma sempre viva, sempre piena di entusiasmo, quell’entusiasmo per la vita che la Morandini ben interpreta ed efficacemente trasmette allo spettatore.

Si inizia con il racconto di Rosa ancora bambina, vestita a festa in attesa del passaggio - nei pressi della propria abitazione - del Duce. Le aspettative e le direttive perentorie del padre la rendono bambina ubbidiente, e vive con la leggerezza del gioco una circostanza storica di spessore non trascurabile. Anche quando, solo perché associato a una donna che si era alzata la gonna (episodio che vede il sottile compiacimento degli uomini presenti, e del Duce stesso), le viene rinnegato il suo nome.

Il secondo racconto la vede protagonista, ormai ragazza, dell’insegnamento della scrittura a un ciabattino, un bottegaio ebreo che, per amore, voleva imparare a scrivere; solo in quel modo avrebbe reso immortale il suo sentimento per quella donna così lontana. “Chi sa scrivere non muore mai” dice il ciabattino a Rosa poco prima di essere portato via dai tedeschi che fanno irruzione nella sua bottega proprio mentre lui e Rosa scrivevano lettere d’amore.

Nel terzo racconto Rosa è una donna ormai adulta. Siamo nel 1958, è l’anno dell’entrata in vigore della legge Merlin e Rosa è una moglie fiera e devota a suo marito. Una donna onesta e fedele che, solo per un equivoco, viene accusata dalla Chiesa, e da chi ne professa la parola, di essere una poco di buono, una donna di facili costumi. Giudicata indegna di frequentare quel luogo dove ella amava rifugiarsi per adorare e pregare il “suo” Cristo, viene cacciata e giudicata, ingiustamente, come una donna immorale.

Anche nel quarto racconto Rosa risulta essere vittima di un equivoco. Siamo nel 1977 al matrimonio di sua figlia, o meglio, ad una replica del rito della torta che, per un imprevisto incidente (di cui lei è “colpevole”, seppure involontaria) non si era potuto svolgere nel giorno del matrimonio. Rosa piange, piange di un pianto autentico perché ha da poco perso il padre, e il ricordo di una settimana prima in cui lui era ancora lì vivo e in salute, la commuove. Sono lì con un amico che gentilmente si è prestato ad un secondo intervento. Egli deve riprendere con la cinepresa il momento del brindisi, per suggellare - glielo ricorda con determinazione e alterigia la figlia (degno di nota il passaggio nell’interpretazione della Morandini dei due personaggi nel dialogo madre/figlia) - il momento saliente e convenzionalmente importante del matrimonio.

Rosa si commuove, e la sua emozione è funzionale all’episodio che si sta immortalando con una ripresa che durerà nel tempo. “Brava Rosa”, le dice l’operatore, si complimenta con lei, dice di considerarla “una brava attrice” per aver saputo piangere in modo convincente in un momento in cui la convenzione richiedeva di farlo.

Nel quinto racconto Rosa è una donna ormai di mezza età. Senza la consapevolezza, come oggi spesso a tante donne succede, di esserlo. Il bombardamento mediatico di stereotipi di bellezza, magrezza, tonicità, la persuade all’acquisto di videocassette che insegnano il fitness e che mirano, se non alla perfezione, al potenziale massimo miglioramento del proprio corpo. Ma Rosa è una donna già in menopausa e le sue aspettative vengono deluse; non resta che “buttarsi” nel fascino dell’acquisto via televendita. Come tante e tanti di noi che affogano il vuoto esistenziale nella paura di non stare al passo e di uscire dallo “status” del consumatore tipico, cede alla compulsione dell’acquisto e compra di tutto. Si riempie di oggetti, per la maggior parte inutili, che finiranno inevitabilmente negli inceneritori, congegni infernali dei nostri tempi, “monumenti alla nostra ricchezza”.

Il sesto, ed ultimo racconto, ha un sapore molto amaro. Rosa, per via della crisi economica e del tracollo finanziario del marito, annientato dagli strozzini, riceve in casa un uomo che ha risposto a un suo annuncio. Insomma, vuole prostituirsi. Vorrebbe, perché anche qui emerge netto il senso di generosità della donna, la sua abnegazione. Vorrebbe farlo, ma non ne è capace. E’ incerta, impacciata, indifesa. Accade che l’uomo che riceve in casa sia il suo idolo televisivo. Impaccio, emozione, senso di idolatria fanno sì che nulla succeda. Ma succede abbastanza perché, come spesso oggi si verifica, la forza e il potere mediatico amplificano ogni gesto e ogni immagine. Rosa si rivede in tv seduta sul suo divano di casa accanto al suo idolo, lo stesso uomo con il quale, per una pura coincidenza, stava per prostituirsi. Si rivede come in uno specchio, ma quegli specchi, riferendosi alle telecamere, sono “specchi che non si possono spegnere”. Quello che è ripreso da una telecamera è sancito e storicizzato: siamo arrivati ai nostri tempi, gli anni Duemila. L’uomo era andato per realizzare un servizio per la sua trasmissione/inchiesta, di cui Rosa era affezionata telespettatrice, “La vita degli altri”; questa puntata era dedicata al tema “donne che si prostituiscono”.

Il ritratto della vita di Rosa si chiude qui.

La sensazione è quella di aver assistito all’esperienza verbale e alla sua trasposizione emotiva, nel percorso scenico, di un diario di vita. Rosa prende metaforicamente le pagine del suo diario, le ritaglia, le espone e le traspone e, infine – come in un puzzle – le ricompone.

Così come anche simbolicamente raffigurato nella locandina dello spettacolo dove, per mano di Riccardo Ippolito, la grafica illustra - coerentemente con il testo - i “ritagli” di un diario simbolico, i cui pezzi, ricomposti tra loro, danno forma e voce ai “Ritratti di signora”.

Particolarmente apprezzabile si considera la scelta di coniugare il testo teatrale a più contesti d’arte museale; i “Ritratti di Signora” continueranno il loro racconto, a date alternate, anche presso la Galleria d’arte Moderna di Roma Capitale e presso il Casino Nobile di Villa Torlonia. Un’occasione imperdibile per visitare questi luoghi che meritano un’attenzione speciale soprattutto quando, come in questo caso, la coniugazione artistica si fa fondamentale elemento di coesione tra il testo e il con-testo.

 

Calendario repliche:

Sabato 21 Luglio - Museo dell’Ara Pacis – sera dalle ore 21.00

Domenica 22 Luglio - Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale - mattina dalle ore 11.00

Venerdì 27 Luglio - Casino Nobile di Villa Torlonia - sera dalle ore 21.00

Sabato 28 Luglio - Museo dell’Ara Pacis - sera dalle ore 21.00

Domenica 29 Luglio – Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale -  mattina dalle ore 11.00

Venerdì 3 Agosto - Casino Nobile di Villa Torlonia - sera dalle ore 21.00

Sabato 4 Agosto - Museo dell’Ara Pacis - sera dalle ore 21.00

Domenica 5 Agosto - Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale - mattina dalle ore 11.00

 

Articolo di: Isabella Polimanti

Grazie a: Valentina Ciriaco, Ufficio stampa Etcetera Comunicazione

 

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