Re Lear - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Sabato, 20 Ottobre 2012 

Re Lear

La stagione del Teatro Quirino di Roma si apre con un capolavoro della drammaturgia shakespeariana, il “Re Lear” nella versione diretta da Michele Placido e Francesco Manetti, presentato la scorsa estate in quattro memorabili serate al Teatro Romano di Verona. Fino al 28 ottobre calcherà il palco del Quirino dove alla prima, andata in scena il 16 ottobre, il pubblico ha assistito numeroso. Volti noti in sala: il direttore artistico del teatro Geppy Gleijeses con Mariano Rigillo, Ugo Pagliai e Paola Gassman, Fausto Bertinotti, Paola Pitagora, Maria Rosaria Omaggio, Enrico Brignano e molti altri si sono uniti in un tributo generoso all’estro creativo di Michele Placido, per la prima volta regista di un’opera del celeberrimo drammaturgo inglese.

 

Ercole Palmieri per Ghione produzioni
in collaborazione con Goldenart production srl presenta
Michele Placido in
RE LEAR
di William Shakespeare
traduzione e adattamento Michele Placido e Marica Gungui
con Gigi Angelillo, Margherita Di Rauso, Federica Vincenti, Francesco Bonomo, Francesco Biscione, Linda Gennari, Giulio Forges Davanzati, Brenno Placido, Alessandro Parise, Peppe Bisogno, Giorgio Regali, Gerardo D’Angelo, Riccardo Morgante
scene Carmelo Giammello
musiche originali Luca D’Alberto
costumi Daniele Gelsi
disegno luci Giuseppe Filipponio
regia Michele Placido e Francesco Manetti

 

Re Lear

Le note di regia che Michele Placido e Francesco Manetti hanno scritto per presentare la messa in scena di quel capolavoro drammaturgico shakespeariano che è il “Re Lear”, si concludono con l’auspicio che “gli spettatori non dimentichino mai di trovarsi a teatro, che non cadano nell’illusione di un altro mondo, che sempre vedano il muro dietro la scena di cartone”.
L’allestimento scenografico, infatti, non prevede un fondale tra il palcoscenico e le quinte. La scena è aperta, davanti e dietro. Non c’è il sipario che segna il confine tra il palco e la platea, non c’è il fondale che delimita e circoscrive lo spazio in cui si celebra l’opera. Quando gli attori escono di scena restano visibili, e appaiono uomini presi dalle stesse inquietudini dei personaggi che hanno appena rappresentato. Uomini fuori dallo spazio scenico che guardano ai personaggi che si muovono in un allestimento scenografico più che originale. Lo stesso effetto che l’idea scenografica sortisce nello spettatore appena entrato in sala. L’imponente scenografia di Carmelo Giammello, carica di elementi simbolici, maestosa e complessa, attrae fin da subito lo spettatore a volerne cogliere il significato, a stimolarne pensieri e ragioni. Un allestimento scenografico che, a guardarlo, ci fa sentire avvolti e sperduti allo stesso tempo. Opulenza e miseria, ricostruzioni e macerie, degrado e rinascita coesistono in un insieme di elementi fortemente rappresentativi di una realtà sociale ed esistenziale controversa e mai uguale a se stessa.
Macerie, rifiuti, immagini simboliche e una gigantesca corona che domina maestosa e imperante - pur essendo rovesciata a terra - la scena del dissesto esistenziale e del declino verso l’ineluttabile fine del sovrano. Al suo interno immagini dei volti di personaggi storici, i “potenti decaduti” che hanno fatto storia - Kennedy, Bin Laden, Hitler, Mussolini, Gheddafi…- insieme a “personaggi-mito” del carisma di Marylin Monroe, Elvis Presley, Pasolini, esistenze rappresentate come emblema di declino, parabole discendenti consegnate alla storia.
Entrano in scena gli attori, già intravisti prima di salire sul palco, azione scenica che rafforza l’intento realistico di inglobare ciò che si rappresenta in consapevolezze di vita vera. Anche la scelta di accogliere nel cast persone di famiglia, suo figlio Brenno e sua moglie Federica Vincenti, appare come una evidente e intenzionale assonanza al testo drammaturgico che Placido ha voluto consacrare perché, in fondo, questa tragedia è la rappresentazione di una famiglia e delle dinamiche esistenziali e sentimentali insite in essa.
“Re Lear” è un’opera sulla condizione umana: la ricerca e il bisogno di amore, il senso del dovere, il potere e la sua inesorabile perdita, la contrapposizione tra bene e male, il turbamento dell’uomo rispetto alle leggi dell’universo. E’ la storia, rappresentata anche sotto forma di metafora, della precarietà della condizione umana in un processo in cui il potere si fonda sui resti di un altro potere, in un gioco altalenante e ciclico in cui distruzione e ricostruzione, siano esse materiali o spirituali, si alternano connotando esistenze ora di potenti, ora di deboli e soccombenti. Dinamiche solo apparentemente antitetiche, in realtà complementari all’alternanza del processo storico (l’uomo come elemento del contesto sociale e politico) ed esistenziale (l’uomo inteso nella sua essenza più intima e individuale).
Così Lear, le sue figlie, i suoi servitori, i suoi oppositori subiscono e agiscono il ribaltamento di ruoli e il cambiamento esistenziale e comportamentale che ne deriva, in un sottile ma logorante scambio di forze e giochi di potere, in un’ inversione cadenzata di funzioni che rende i padri-bambini e i figli-genitori.
Re LearAlla base di tutto questo c’è, nella pura e ancestrale caratteristica della condizione umana, il bisogno atavico di sentirsi amati. E la tragedia scespiriana si apre proprio con questo viscerale e primordiale bisogno inevitabilmente avvertito dall’uomo, più facilmente, nella condizione di infante. Lear, uomo in declino verso la vecchiaia, e dunque regredito ad uno stato infantile e bisognoso, esprime la sua richiesta d’amore alle tre figlie prima di dividere tra loro le terre del suo regno.
Goneril (Margherita di Rauso) e Regan (Linda Gennari) si mostrano adulatrici false e sfacciate, mentre la minore Cordelia (Federica Vincenti), poco incline alla falsità e alle menzogne, alla richiesta del padre di dire qualcosa per guadagnarsi il terzo più opulento del regno risponde “Niente, mio signore”. Lear, furioso, cerca di convincere Cordelia a rivedere la sua risposta, esortandola a considerare che “Dal niente non nasce niente”. Tentativo senza esito perché Cordelia ribadisce che il suo è amore e dovere di figlia, e che lo ama ”tanto quanto una figlia può amare un padre, avendo sulle labbra ciò che ha in cuore, non di più, non di meno”.
Lear collerico e furioso la disereda. E’ da questo equivoco di fondo, il confondere l’amore con le parole, che si sostanzia il cammino di Lear verso la follia, perché con il tempo scoprirà la vera natura, perfida e maliziosa, di Goneril e Regan.
Come in un percorso al contrario Lear, da personaggio imponente e potente, attraverserà percorsi esistenziali di regressione, diventerà lentamente e inesorabilmente fragile, vulnerabile, bisognoso di amore e di attenzione come un bambino. Non a caso definisce il suo avvicinarsi alla fine un “gattonare verso la morte” (e lo vedremo davvero, sublime, gattonare in scena!). 
La stessa dinamica si rispecchia in quella che l’impianto drammaturgico pone come trama secondaria. Il Conte di Gloucester (Gigi Angelillo) sarà tradito dal figlio illegittimo Edmund (Giulio Forges Davanzati) deciso a vendicarsi contro suo fratello, figlio legittimo, Edgar (Francesco Bonomo) che sarà costretto a trasformarsi in un folle mendicante. Così come Gloucester, dapprima incapace di una visione matura dell’animo umano, arriverà a vedere e capire attraverso la sua cecità, allo stesso modo sarà proprio la follia che consentirà a Lear di vedere chiaro e capire l’essenza vera della natura umana. In questo percorso comune saranno accompagnati entrambi dai figli la cui onestà fu dapprima da loro stessi disconosciuta.
Figura di spicco, rappresentata in chiave moderna stile “rapper”, è il Matto (Brenno Placido) che è la raffigurazione concreta, e non sembri un paradosso, della saggezza. Segue e affianca Lear pronunciando, a mo’ di filastrocche, perle di saggezza, lampi di filosofia semplici ma efficaci. E’ una sorta di grillo parlante, la coscienza e la consapevolezza che accompagnano il sovrano in caduta: “Succede perché delle tue figlie hai fatto le tue madri” gli dirà quando Lear userà criteri da bambino per assegnare le sue terre.
Nel tardivo ravvedimento espresso nel dolore commosso per la morte della prediletta Cordelia, Lear è un uomo tradito da se stesso: “Colpa della vecchiaia arrivata prima della saggezza” ammonisce impietoso e burlone, il Matto.
La tragedia è un tessuto sottile e resistente di relazioni d’amore: quello autentico e non pronunciato di Cordelia per suo padre, quello tenero ma impietoso del Matto verso Lear, quello sensuale ed erotico di Goneril per Edmund, quello sacrificale di Edgar verso il padre Gloucester.
Re LearIn questa tragedia è il gioco paradossale del rapporto tra ragione e pazzia che assurge a ruolo di protagonista spirituale. La consapevolezza che il messaggio drammaturgico attribuisce alla battuta finale di Edgar è che l’universo morale è più contraddittorio di quanto la condizione umana possa arrivare a credere. Riemerso faticosamente dalle macerie, dopo aver attraversato dolori e prove insuperabili, pronuncia parole di speranza e di aspettativa autentica: “Bisogna dire ciò che sentiamo, non ciò che dobbiamo”.
L’angoscia e la disperazione che permeano le personalità dei personaggi, sono efficacemente sottolineate da urla inquietanti (Placido ha voluto inserire le grida disperate delle vittime delle Torri Gemelle), da azioni violente, dall’ostentazione di corpi nudi, da atti sessuali e sensuali, dal sangue che zampilla vivo e visibile.
Sublime Michele Placido nell’attraversare, interpretandolo con forza ed efficacia, il percorso esistenziale del suo personaggio: dall’indiscusso dominio al lento decadimento. E’ folle, arrogante, disperato. I suoi movimenti si fanno via via deboli, affaticati, e nell’epilogo assumono contorni che inteneriscono, tanto somigliano a quelli di un bambino indifeso (suggestivo e quasi commovente anche nel comparire in scena in parte svestito).
Plauso meritato a tutto il cast. Sorprendente e accattivante, nella sua ironia e sagacia, Brenno Placido nel ruolo del Matto; ottimo Gigi Angelillo nell’interpretazione di un furente Gloucester; convincente, nella sua spietata amoralità, Giulio Forges Davanzati nel ruolo di Edmund; bravissimo e istrionico, nell’interpretazione di un ruolo impegnativo anche dal punto di vista fisico, Francesco Bonomo che interpreta Edgar; delicata e misuratamente angelica Federica Vincenti nel ruolo di Cordelia, bravissima nell’esecuzione canora dell’Halleluja di Jeff Buckley, momento di pura commozione. E poi ancora Francesco Biscione nel ruolo di Kent, convincente nell’interpretazione del fedele seguace del re. Adulatrice e lasciva Linda Gennari nel ruolo di Regan. Degna di particolare nota l’interpretazione vigorosa ed energica di Margherita di Rauso nel ruolo di Goneril, efficace nel rappresentare perfidia e avidità, sensualità ed erotismo. “Eliminare il pericolo piuttosto che temere di essere eliminati”, ammonisce pragmatica e spietata; talentuosa e apprezzabile per l’ottima presenza scenica e per la capacità vocale, una performance di grande forza espressiva.
Il disegno luci (di Giuseppe Filipponio) gioca un ruolo peculiare nella contemporaneità delle azioni - su un palcoscenico che diventa non un luogo ma tanti - negli effetti speciali (la scena della tempesta), nell’accompagnare movimenti scenici che altrimenti non avrebbero avuto la stessa potenza espressiva. Suggestiva la proiezione dell’ombra, ampliata in un sapiente gioco di luci nella parte opposta a quella in cui si consuma la scena, di Edgar che si denuda completamente e che si lega, in un’azione che si fa maldestra, uno straccio intorno alla vita: il suo abito da mendicante.
E’ una lettura svolta in chiave moderna la messinscena di Placido che, nell’adattamento e nella traduzione realizzati con Marica Gungui, non offusca il senso e la pienezza del significato drammaturgico originale, ma al contrario riesce a coniugare il tema universale della precarietà dell’esistenza umana rispetto alle leggi del cosmo e rispetto alla condizione umana più intima, con la leggerezza - intesa come caratteristica di godibile fruizione - connaturata all’intenzione artistica di riuscire a trasferire il messaggio, denso di significato, che l’opera da tempi immemorabili ci racconta.

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, Roma
Per informazioni e prenotazioni:
numero verde 800013616, biglietteria 06/6790616, mail
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Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, giovedì 18, mercoledì 24 e sabato 27 ottobre ore 16.45, tutte le domeniche ore 16.45
Biglietti: platea € 32 (ridotto € 28,50), I balconata € 26 (ridotto € 22), II balconata € 21 (ridotto € 18), galleria € 15 (ridotto € 12)

 

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Paola Rotunno e Francesca Melucci, Ufficio Stampa Teatro Quirino
Sul web:
www.teatroquirino.it

 

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