Rain, Vincere nella vita - Teatro Filodrammatici (Milano)

Scritto da  Venerdì, 12 Giugno 2015 

"Se vi dicessero che è uno spettacolo teatrale, verreste? E se non fosse uno spettacolo, ma fosse semplicemente spettacolare? Vincere nella vita è l'occasione che tutti noi meritiamo: è l'opportunità di carpire il segreto del successo. Non credere al caso: prendi in mano il tuo destino. Vivere non è sfogliare una margherita, vinci nella vita." Rain - Vincere nella vita, scritto e diretto da Michele Mariniello è andato in scena mercoledì 10 giugno al Teatro Filodrammatici di Milano.

 

Produzione Teatro Ma presenta
RAIN - VINCERE NELLA VITA
scritto e diretto da Michele Mariniello
assistente alla regia Michele Segreto
con Sara Drago, Marco Rizzo, Beppe Salmetti, Carla Stara
sound design Fabrizio Frisan
musiche Bruna di Virgilio

 

C’è una canzone di Enzo Jannacci, Musical, il cui ritornello ha messo in difficoltà generazioni di ascoltatori e di critici musicali. Non che gli altri brani del medico-cantautore siano di immediata comprensione, però in particolare la frase “è meglio il musical” non si è mai capito cosa c’entrasse. Meglio rispetto a che cosa? Rispetto a chi?

In un attimo, mentre osservavo in platea l'ouverture di Rain - Vincere nella vita, portato in scena dalla Compagnia Teatro Ma lo scorso 10 giugno al Teatro Filodrammatici, ho capito il significato di quel pensiero così sibillino. Voleva dire questo: il musical distrae, è una bolla di spensieratezza che consente di dimenticare, almeno per un’ora, il logorio della vita moderna, con tutte le meschinità e gli arrivismi che la contraddistinguono. Quindi il primo grazie all’autore e regista della pièce Michele Mariniello, e agli attori protagonisti Sara Drago, Marco Rizzo, Beppe Salmetti e Carla Stara, perché con quella canzoncina allegra a inizio spettacolo, con quella coreografia sbarazzina ispirata ai fasti della Hollywood di un tempo, inconsapevolmente hanno risolto un groviglio esegetico che si protraeva ormai da decenni.

Però non di solo musical deve vivere l’uomo. È doverosa anche la parte riflessiva, l’analisi arguta e, se necessario, spietata del mondo di oggi in cui ci è capitato di vivere. “Ci vuole orecchio” insomma, ed è il secondo insegnamento del medico-cantautore di cui sopra. Lezione pienamente assorbita dai ragazzi della Compagnia. Questo è Il secondo ringraziamento, molto più serio, che gli dobbiamo. Sono tutti sulla trentina, quindi qualche sconsiderato potrebbe commentare “oh, ma guarda, così giovani e già così lucidi”. Come se a trent’anni uno fosse un frugoletto dell’asilo, la cui massima preoccupazione è arrivare allo scivolo e all’altalena prima dei compagnetti. Bisogna dire basta, una volta e per sempre, a questa mentalità esiziale: la Compagnia Teatro Ma ha l’età giusta per imbastire una riflessione critica e nel contempo ironica sui danni della società dell’immagine. Ed è una riflessione, quella contenuta nell’ora e tre quarti di Rain, niente affatto noiosa e lontana mille miglia dalle tentazioni moralistiche. Il lavoro che hanno fatto è veramente di qualità. Stavo anche per scrivere “qualità enorme”, ma c’è il rischio poi che gli allestitori gongolino troppo. Non che sia così grave gongolare - tanto più che Gongolo è un nano simpatico, come gli altri sei - però il teatro va sempre vissuto come un ring pugilistico, e ogni forma di autocompiacimento può influire negativamente sulle performance che verranno in seguito.

La trama è abbastanza originale, ma non è tanto l’originalità il punto di forza di questa rappresentazione: è piuttosto la dinamicità dell’allestimento, la sintesi icastica delle varie “inquadrature” (e dopo spiegheremo perché utilizziamo un termine del gergo cinematografico), la capacità di riassumere in un testo il sentire comune degli spettatori ‘educati’, ovvero che si indignano per come vanno le cose nel nostro pianeta, ma la cui indignazione non sfocerebbe mai in atti di violenza.

La trama, si diceva. Perché poi ci si perde in mille rivoli e ci si scorda che, in fin dei conti, il lettore del pezzo è interessato soprattutto a capire di cosa parla lo spettacolo. La storia è ambientata in una metropoli italiana qualunque. Potrebbe essere Milano o l'hinterland, ma uno dei regali più belli della globalizzazione è che la società dell’apparire si è estesa ormai a buona parte dell’Italia, quindi alcuni dei personaggi sinistri che si muovono sul palco potremmo ritrovarli pure a Montemignaio, provincia di Arezzo, come anche a Santa Caterina Villarmosa, nei pressi di Caltanissetta. Un certo Alex Marchese conduce una rubrica radiofonica in cui si propone nella veste di life coach, uno di quei santoni che recitano la parte dei salvatori dell’umanità, dispensando consigli generici su come gestire la propria vita. Appena terminata la diretta del suo programma, già si intuisce che porta avanti una esistenza grama, piena di piccole miserie e di insicurezze non risolte. La sua “capa” molto avvenente vorrebbe sedurlo, ma per un motivo segretissimo, che lui rivela solo alla fine dello spettacolo in un drammatico sfogo pubblico, non cede alle lusinghe di cotanta bella donna. C’è poi una storia parallela, che si incrocia con quella del coach: una giovane coppia, che ha un passato di grande amore e viaggi in moto stile Easy rider, si ritrova a fare i conti col contrasto tra le ambizioni letterarie frustrate di lui e il realismo di lei, che prova quantomeno a raggranellare qualche soldino. È una trama bella densa, quindi ci scusiamo segnatamente coi lettori perché meriterebbe qualche riga esplicativa in più. Non possiamo però non segnalare che il momento della cena a casa di Alex Marchese, cuore della vicenda, è un fuoco di fila di trovate brillanti, commedia degli equivoci allo stato puro che strapperebbe più di una risata anche a un maestro del genere come Neil Simon.

Si parlava di inquadrature qualche riga fa, se non ricordiamo male. Ecco, questi ragazzi sono visibilmente cresciuti a pane e cinema di qualità, e si intravede subito questo culto pagano per la celluloide. Il life coach fa tornare alla mente il predicatore millenarista interpretato da Tom Cruise in Magnolia. Il quale, tra l’altro, aveva come motto “rispetta il cazzo!”: dell’organo genitale maschile si parla anche durante lo spettacolo, e viene chiesto esplicitamente di portargli rispetto, qualunque sia la sua dimensione. La pioggia poi è il leitmotiv di tutta la storia, e tutti ci ricordiamo, sempre in Magnolia, le rane che piovono dal cielo nel finale di quella pellicola. Una pioggia, quella di Rain, declinata con toni differenti nel corso della recita: allegra e spensierata all’inizio, struggente come una canzone di Amália Rodrigues verso i “titoli di coda”.

Lunghetto questo spettacolo, un’ora e tre quarti senza sosta può indurre facilmente alla distrazione . Ma è un merito. Bisogna piantarla, una volta per tutte, con questa mania della rapidità. Sergio Leone, quando qualcuno faceva smorfie di disappunto per la durata di C’era una volta in America, replicava giustamente che un film è bello indipendentemente da quanto dura. Piuttosto, sarà il caso di introdurre una nuova figura professionale: un tizio che dia le bacchettate sulle mani appena lo spettatore si perde nei suoi pensieri, tra mutui da pagare e fidanzate che lo hanno mollato senza preavviso. Un po’ di ritorno a una sana disciplina non guasta mica.

Questo lavoro ha delle potenzialità notevoli. Ricorda molto, come stile, Va tutto bene, che è stato uno degli eventi teatrali milanesi del recente passato. Forse Va tutto bene è un tantino più “paraculetto” (mi rendo conto che è un aggettivo non simpaticissimo, ma non credo che gli Óyes leggeranno mai questo articolo, quindi possiamo tutti dormire sonni tranquilli), ha un linguaggio più semplice e immediato. Però la verità è che nell’arte, come nella vita, ci vuole soprattutto il “Fattore C”. E la fortuna, si sa, dipende o dal destino o dagli dei. Altresì vero che, come dicevano i latini, la fortuna aiuta gli audaci, quindi l’unico suggerimento da dare alla Compagnia Teatro Ma è dateci sotto!

Degna di lode anche la presenza di arie d’opera, spalmate qui e là. Casta Diva in particolare è fuori dalla…norma (bello questo gioco di parole, che capiranno in due o tre..), perché la castità, in un’epoca ipersessualizzata, è una virtù che ormai appartiene al Pleistocene. E non esistono nemmeno più le dive, ma qui si aprirebbe un capitolo infinito.

“Ma” è la congiunzione del dubbio per antonomasia. Finché questa Compagnia coltiverà il dubbio riguardo alla panglossiana certezza che viviamo nel migliore dei mondi possibili, avrà tutta la simpatia del modesto cronista che ha scritto questo pezzo, del portale SaltinAria e dei tanti - perché fortunatamente sono rimasti ancora in tanti - che al posto dei lustrini e delle paillettes preferirebbero, possibilmente, qualche battito del cuore in più.

P.S. Il jingle “Datemi un cinque”, che richiama quello degli anni ’80 del Biscione, è un tuffo al cuore per tutti quelli nati nell'82 e dintorni.

 

Teatro Filodrammatici - via Filodrammatici 1, 20121 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/36727550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: mercoledì 10 giugno ore 20.30
Biglietti: ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Antonietta Magli, Ufficio stampa Teatro Filodrammatici
Sul web: www.teatrofilodrammatici.eu

 

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