Quelli del cabaret - Teatro Sistina (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Venerdì, 26 Ottobre 2012 
Cochi e Renato

Dal 23 ottobre al 4 novembre. Sempre in forma e in perfetta sintonia Cochi e Renato danno vita ad un revival - che revival in fondo non è: due ore di spettacolo che sembra scritto non ieri ma oggi, complice anche un riuscito restyling di brani e intermezzi allusivi all'attualità politica e al gossip nostrano.

 

 

 

Associazione Amici dello Spettacolo presenta
Cochi e Renato in
QUELLI DEL CABARET
regia Renato Pozzetto

 

Il cabaret è uno spettacolo composito: brevi scene dialogate, musica frizzante che spesso accompagna couplets ancor più frizzanti, mimo e sintetica coreografia. L’Italia teatrale che pure, dopo la grande fioritura della Commedia dell’Arte, si era messa a rimorchio – vittima delle vicende politiche della Penisola – delle novità d’oltre confine, non ricreò a cavallo dei due secoli l’esplosione del cabaret che aveva reso vivaci le notti della borghesia parigina e a ruota di quella delle grandi metropoli tedesche, di Praga, della Svizzera. Da noi c’era il varietà, l’avanspettacolo sorretto da magistrali interpreti che monopolizzava tutto il pubblico possibile, tanto più che eravamo scarsi anche in materia di borghesia colta, evoluta, capace di autocritica, di anticonformismo nei confronti del potere – che da sempre è stata la base del cabaret.
È quindi da nemesi storica che il cabaret italiano è improvvisamente fiorito negli anni ’60. Il clima di libertà è indispensabile alla piccola ribalta, alla cantina dissacrante: non a caso l’abolizione della censura teatrale avvenne nel 1962 e la data va presa come il giro di boa, se non proprio l’atto di nascita del cabaret di questa epoca. C’erano state ghiotte avvisaglie nell’immediato dopoguerra: all’Arlecchino di Roma dove debuttarono ingegni innovativi come Flaiano e attori tipici di cabaret come Bonucci e Caprioli. Gli stessi, affiancati da Franca Valeri, impersonarono poi il fenomeno dei Gobbi, autentica perla del cabaret nostrano dallo stile graffiante, dal dialogo rapido, dall’impertinenza ostentata. Siamo già nel 1952. I Gobbi ebbero il nulla osta del prodotto genuino dal successo parigino che verificò quello italiano. Subito dopo venne il trio Durano-Fo-Parenti che trasformò l’impertinenza in irriverenza ed ebbe traversie di ogni genere con i prefetti e i gestori di sale. Fu forse la loro odissea – il terzo spettacolo dopo Il dito nell'occhio e Sani da legare non poté essere varato per l’impossibilità di trovare spazi disponibili – che procurò il rintanarsi del cabaret nelle cantine che di lì a poco avrebbero popolato i centri storici di Roma e di Milano. La grande espansione seguita dall’interesse della critica e da crescente afflusso di pubblico si ebbe a partire dal 1964 quando era ormai in atto l’evoluzione della società civile, la maturazione delle coscienze, la voglia del nuovo e dell’irrisione. A Milano capintesta fu Franco Nebbia, seguito dal Derby Club e dall’Intra, mentre a Roma dette il via Maurizio Costanzo alle Grotte del Piccione di Piero Gabbrielli. Diciamo che il cabaret ebbe successo e classe, colpì nel segno perché poté approfittare del miglior periodo creativo di grandi autori della satira, genere italico sempre fiorente: oltre al citato Flaiano, Marcello Marchesi, forse il più grande di tutti, e poi Augusto Frassineti, Umberto Simonetta, Enrico Vaime, Saverio Vollaro, Sandro Baijni, Gianni Rodari, con apporti di poeti satirici come Gaio Fratini e con il recupero di autori e testi già noti ma su riviste letterarie ed eccentriche, prima fra tutte Il Caffè di G.B. Vicari. Da Il Caffè furono saccheggiati Antonio Delfini, Alfonso Gatto, Falzoni, Dursi.
Non è qui possibile citare tutti gli autori e gli attori di quella felice stagione rimasta poi esautorata e dissanguata più che dal riflusso e dall’involuzione degli spiriti massacrati dal consumismo, dall’irrompere drastico della tv che fece il proprio genere, arraffando autori e interpreti al primo affermarsi e svirilizzando per la naturale prepotenza dello strumento ‘familiare’. Si può dire che non c’è personaggio oggi dominante nello spettacolo di intrattenimento – e in tal genere comprendiamo anche una fetta di teatro leggero e buona parte del cinema odierno – che non sia passato per il cabaret, in specie negli anni del proprio esordio.
La fioritura durò un decennio ed offrì all’autore italiano un piccolo mercato vivo e vitale in grado di dimostrare che, quando c’è lo spazio, c’è anche l’autore capace. L’inasprirsi delle contese politiche (gli anni di piombo del terrorismo) nocquero al cabaret che perse smalto e capacità di graffiare mentre lo spirito, i modi, i tempi della sua particolare espressione artistica invasero ogni altro settore: dal giornalismo al cinema stesso.
Tra i grandi interpreti del cabaret ci sono ovviamente Cochi e Renato attivi fin dai primi anni '60 nella Milano caratterizzata soprattutto dagli esordi di Enzo Jannacci e Dario Fo in questo genere teatral\musicale, il cabaret, che visse molte straordinarie stagioni prima di arrendersi strozzato e inglobato dal cinema e dalla televisione. Jannacci e Dario Fo peraltro, data la genialità che li caratterizza, proseguirono su strade parallele: la canzone del grande Enzo che giunse con le sue ballate ad una dimensione di personaggio nazionale, e Dario Fo che sulla strada del teatro e della drammaturgia ha segnato la cultura contemporanea fino al raggiungimento del Premio Nobel. Così, mentre i compagni di strada di Cochi e Renato riuscirono a caratterizzarsi sfruttando anche le loro abilità cabarettistiche e teatrali, il duo  milanese PP Ponzoni-Pozzetto, nonostante il successo di ballate intramontabili, e l'ascesa a loro volta nelle trasmissioni nazional-popolari entrò in crisi. Ciò avvenne vuoi perché Renato non seppe, non volle o non poté resistere alle tentazioni del cinema e della tivvù commerciali, che comunque ne sfruttò la potente vis comica, vuoi perché Cochi, che tra i due tendeva più al sentimento del tragico-ridicolo, impersonando la triste marionetta dei tempi moderni, non poteva da solo trovare un'alternativa drammatica o drammaturgica.
A distanza di numerosi anni, o piuttosto decenni, Cochi e Renato si ripresentano sul palcoscenico del Sistina ricominciando da dove si erano, anzi ci eravamo, lasciati. La prima sorpresa è che, nonostante il tempo passato, non ci sia "ruggine" né nel loro repertorio né nel modo di interpretarlo: sempre in forma e in perfetta sintonia Cochi e Renato danno vita ad un revival che revival in fondo non è: due ore di spettacolo che sembra scritto non ieri ma oggi, complice anche un restyling di brani e intermezzi allusivi all'attualità politica e al gossip nostrano.
La prima parte dello spettacolo funge un po' da apripista sul genere del “dove eravamo rimasti?”, forse un po' scontato, mentre il secondo tempo si arricchisce anche teatralmente di spunti che accompagnano e cuciono gli interventi canori, fino all'apice e all'apoteosi dello spettacolo naturalmente scatenata da "la vità l'è bela - basta avere l'ombrela". Uno spettacolo, allora, maggiormente godibile se si tiene conto della “storia” che c'è dietro e che in questa breve nota ho provato a riassumere.
Ottima la scelta della "band" che dietro il velatino, in trasparenza sulle immagini della "gallina non è un animale intelligente" o del mitico "ombrela", accompagna ma non solo, con un paio di aggiunte di belle canzoni fresche di conio, l'esibizione-spettacolo che diverte, come ha sempre divertito, il pubblico. Un divertimento che Cochi e Renato cercano abilmente di sfruttare anche per far passare contenuti "engaged", impegnati: come il discorso sulla povertà in margine alla ballata "Povero Re" che, in tempi di crisi, assume una valenza farsesca, leggera. Ma proprio perché comica e non "ideologizzata" risulta coinvolgente e convincente. Un back-ground politico, nel senso buono di questo termine nobile ahimé decaduto, che segue come un'ombra lo spettacolo, e molti potrebbero esserne gli esempi, rendendolo più denso e "drammatico", serio come la triste comicità chapliniana di Cochi e Renato, al di là della necessaria leggerezza.

 

Teatro Sistina - via Sistina 129, Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/4200711, mail
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Orario spettacoli: feriali ore 21, sabato ore 17 e ore 21, festivi ore 17, lunedì riposo
Biglietti: da martedì a venerdì poltronissima € 38, poltrona € 35, I galleria € 35, II galleria € 30, III galleria € 24; sabato e domenica poltronissima € 40, poltrona € 37, I galleria € 37, II galleria € 32, III galleria € 26; sabato ore 17.00 poltronissima € 31, poltrona € 28, I galleria € 28, II galleria € 24, III galleria € 19 (ridotti dal martedì al giovedì per cral, over 65, under 21, studenti universitari under 26)


 
Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Massimo Natale, Ufficio stampa Teatro Sistina
Sul web:
www.ilsistina.com

 

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