Quasi una vita - Teatro Era (Pontedera)

Scritto da  Sabato, 21 Aprile 2018 

Fino a domenica 22 aprile, in prima nazionale al Teatro Era di Pontedera, va in scena “Quasi una vita. Scene dal Chissàdove”, ultimo lavoro del regista Roberto Bacci, che ne cura anche la drammaturgia insieme a Stefano Geraci, rinnovando la collaborazione con Giovanna Daddi e Dario Marconcini (visti di recente assieme in “L’uomo dal fiore in bocca”, senza citare il decennale sodalizio dei tre), con le interpretazioni di Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo e Tazio Torrini (tutti, eccetto la Cuppini, hanno lavorato insieme ad una regia firmata da Bacci nel “Lear”).

 

Fondazione Teatro della Toscana presenta
QUASI UNA VITA
Scene dal Chissàdove
drammaturgia Stefano Geraci, Roberto Bacci
regia, scene e costumi Roberto Bacci
con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
interventi sonori a cura di Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti
aiuto regia Silvia Tufano
assistente costumi Chiara Fontanella
allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni, Fabio Giommarelli
scenografa pittrice Chiara Occhini
foto Roberto Palermo
realizzazione costumi SabrinAtelier
si ringraziano Augusto Timperanza, Associazione Teatro di Buti, Marilù Mazzanti, Daria Castellacci

 

L’opera prende vita dai ricordi di Dario Marconcini e Giovanna Daddi, una coppia storica, nella vita, nell’intimità, nell’arte. Sessant’anni insieme, un’intera esistenza trascorsa fianco a fianco dedicata a una passione: il teatro. «Dario e Giovanna si sono offerti - afferma il regista - come amici e come colleghi per guidarci in questo viaggio che è una riflessione sull’amore, il teatro, la malattia, la vecchiaia e l’attesa della definitiva partenza per il Chissàdove».

Entrando in sala veniamo accolti da Giovanna Daddi che, come un’affettuosa padrona di casa, ci fa entrare nella sala Cieslak per prendere posto. Sin dal primo impatto la sensazione è quella di trovarsi all’interno dello spazio scenico: tutti i muri della sala sono coperti da tyvek (lo stesso tessuto utilizzato sempre da Bacci per la scenografia del “Lear” di un paio di anni fa) creando così un unico ambiente; alcuni attori sono già presenti in scena fermi nelle loro posizioni, eccezion fatta per la coppia formata da Daddi e Marconcini, che vestono i panni di Anfitrioni.

E, in un ambiente quasi familiare, ha così inizio il racconto dei due che, come dei nonni narrerebbero il loro primo incontro ai nipoti, così lo narrano anche a noi: «Ti ricordi la prima volta in cui ci siamo visti?», ma i ricordi sono confusi, differiscono «Forse un’altra vita, forse un’altra donna», e descrivono così i loro primi momenti, la prima passeggiata mano nella mano, il primo bacio, la prima volta in cui si sono sfiorati sotto i vestiti, il primo momento di intimità e di amore.

Ma non sono soli. Accanto a loro come avvoltoi che puntano la preda si muovono, danzano, corrono quattro figure in abiti chiari che annunciano lo scadere del tempo, che la sabbia nella clessidra è ormai finita. Elemento cardine dello spettacolo, che dà valore al sottotitolo “scene dal chissàdove”, è dato da un oggetto scenico di particolare valenza e di insolita fattura: una porta con due aperture e una sola anta che ogni volta che si apre da una parte si chiude dall'altra, creando una sorta di mondo ovattato, come se fosse Morfeo a tirare le corde. E così l’opera diventa metafora del teatro stesso con le sue entrate e uscite, il racconto di storie, di vite.

Tre uomini, tre donne, tre età della vita che simboleggiano il trascorrere del tempo. 

All’interno del testo sono ospitate citazioni dal mondo del teatro più classico: Silvia Pasello ed Elisa Cuppini citano il monologo shakesperariano dell’Amleto per parlare di morte «Morire, dormire. Dormire, forse sognare» proprio in una “scena del chissàdove” in cui i personaggi stanno per abbandonarsi al sonno eterno. L’altra citazione è dedicata a Pirandello ed al suo Vitangelo Moscarda, in un momento in prossimità del finale che vede Dario Marconcini seduto a terra con Tazio Torrini, di fronte a lui quasi come uno specchio di una gioventù passata: mentre Marconcini si abbandona ad una sorta di stream of consciousness interrogandosi sul perché un giorno iniziamo ad osservare il nostro viso in cerca dei segni del tempo, criticando chi, non accettandolo, si copre il viso con maschere estetiche, Torrini gli dipinge il volto creando una grottesca maschera clownesca.

Ci avviciniamo al finale con un momento ricco di pathos che vede Dario non accettare quello che i “bisbiglii” delle quattro figure gli suggeriscono: il tempo è scaduto, siamo arrivati alla fine. E vediamo ancora la coppia in un momento di affetto e cura: Giovanna lo spoglia della giacca, poi della camicia, con la delicatezza che solo la compagna di una vita può avere.

E la fine arriva nel momento in cui Giovanna, ormai stanca, si avvicina alla porta pronta ad andare oltre, porgendo così la mano al marito, per concludere insieme due vite che, ormai, sono una sola. Nello stesso momento le altre due coppie riprendono i ricordi narrati all’inizio della rappresentazione rendendoli loro, come una sorta di passaggio di testimone, un’eredità d’amore da continuare.

Uno spettacolo che ci lascia, fra risate e lacrime del pubblico entusiasta, con una sensazione di conclusione, di niente lasciato in sospeso. Come confermano le parole del drammaturgo Stefano Geraci «Forse la parola più adatta per descrivere questo lavoro è “congedo”, così come si usa nella poesia in forma di canzone: quei versi finali in cui l’autore rivolgendosi a se stesso chiede ai lettori di farsi carico dell’ombra del poeta, attraverso la vita dei suoi versi».

Meravigliosi come sempre Giovanna Daddi e Dario Marconcini che in ogni esibizione trasmettono e regalano un po’ del loro immenso amore, per loro e per il teatro: «un’attore nell’incarnare un personaggio (…) mette sempre qualcosa di sé - dichiarano - ma in questo testo non esiste filtro protettore. Parliamo di noi stessi, siamo chiamati col nostro nome, siamo lì sulla scena in prima persona, indifesi».

Un’ora e poco più di una quasi vita, di una quasi menzogna a cui vogliamo credere.

 

Teatro Era - Parco Jerzy Grotowski, via indipendenza 56025, Pontedera (PI)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 0587.55720 / 57034, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da mercoledì a sabato ore 21, domenica ore 17.30
Biglietti: intero 12 €, ridotto 10 € under 18 e over 60, soci Unicoop Firenze, CTT Nord, Arci, tessera Feltrinelli e altre associazioni convenzionate il cui elenco è disponibile presso la biglietteria del Teatro Era, studenti 8 €

Articolo di: Noemi Spasari
Grazie a: Micle Contorno, Ufficio comunicazione Fondazione Teatro della Toscana
Sul web: www.pontederateatro.it

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