Quale droga fa per me? - Teatro Franco Parenti (Milano)

Scritto da  Andrea Dispenza Domenica, 24 Ottobre 2010 
Anna Galiena

Dal 19 al 30 ottobre. In prima nazionale un monologo simile a una conferenza, con tanto di schermo e diapositive. Ma anche alcool, pastiglie, cocaina e insoddisfazioni: in una parola sola, droghe. A portarle sulla scena è la brava Anna Galiena per la puntigliosa regia di Andrée Ruth Shammah, mentre ad abusarne è una madre depressa e nevrotica che ci parla – e ci illumina – in maniera graffiante e agitata. Già dal volantino che promuove lo spettacolo compare la prima frase-verità: “impossibile restare indifferenti”.

 

 

Produzione Teatro Franco Parenti presenta

QUALE DROGA FA PER ME?

Di Kai Hensel

Regia Andrée Ruth Shammah

Con Anna Galiena

 

Vuoi dimagrire senza nessuna fatica? Lo SPEED è quello che fa per te: meno tre chili in una settimana, ma contemporaneamente si raccomanda di bere molta acqua.

Vuoi aumentare la tua dose di amore e tenerezza nei confronti del marito che proprio non riesce a fare la parte del dolce compagno e del perfetto uomo di casa? Assumi dell’ecstasy, 1 giorno si e 2 no, non bisogna esagerare.

Vuoi trovare il coraggio di fraternizzare con la vicina antipatica per il quieto vivere? Prima di andare a bussare alla sua porta, un po’ di cocaina. Ma occhio: l’effetto dura solo un’ora, quindi avresti il tempo di un caffè e basta. Poi ricorda di mettere una pomata e di pulirti il naso, bisogna prendersi cura del proprio corpo.

Alla coca, tanto, ci si abitua in fretta. Lo dice Hanna al suo pubblico mentre lo ascolta, travolto. La coca la si può mettere anche sulle gengive, non la si deve tirare su per forza. E se proprio lo si fa, “vi prego, non fate come nei film che usano le banconote arrotolate: non sono igieniche e ne resta sempre un pochino, comprate una cannuccia, è pratica, comoda, va in lavastoviglie e la si trova a meno di 7 euro”.

Anna Galiena si muove attorno alla gente seduta nello stesso palco in cui cammina frenetica, poi si rivolge a quelli della platea, alle comparse appoggiate al muro che stanno sullo sfondo. La scenografia è quella fredda e grigia di una fabbrica dimessa, di un vecchio bar abbandonato, forse di un vecchio autogrill dove tempo fa il suo personaggio incontrò un algerino che prima le ha venduto della droga, poi l’ha frequentato, infine l’ha messa incinta. Oppure un’aula, di quelle che hanno la muffa alle pareti, dove con un video proiettore tenta di raccontare la sua esperienza con grafici, disegni, termini tecnici, rassegnazione.

Una cosa è certa: è qualcosa di trascurato. Come la sua disperazione e come la sua vita.

Si agita con il telecomando in mano, cercando di cambiare le diapositive, parla di sé, del marito che la tradisce e del figlio adolescente con i suoi problemi nel rapportarsi con il mondo, della sua stanchezza nei confronti di tutto questo, dell’inadeguatezza di una donna fragile e, di conseguenza, del ricorso che ha dovuto fare alle droghe. Una battaglia inconsapevole – come chi è ormai è dentro al tunnel e neanche se ne rende conto – con pizzichi di lucidità in cui diverte, come quando elenca “quale droga fa per te” a seconda di ogni occasione, o come quando soffre davvero, piange, beve (ennesima droga) o pensa alle frasi di Seneca: “Per essere amato bisogna darsi, riempire la vita”.

In scena una sola donna che alterna magistralmente i suoi sbalzi d’umore, una sorta di casalinga disperata al passo con i tempi moderni, che, nonostante l’età un pochino più avanzata, non ha niente da invidiare alle varie Lindsay, Britney, Amy in quanto a trasgressioni. Solo due differenze: le starlette lo fanno per sballo, lei per dolore, le prima sono very important person, con qualcuno nello staff che seleziona per loro la più pura della polvere bianca, lei invece è da sola con il suo dolore.

È una donna nevrotica, un caso clinico, piena di tic e di difetti, ma anche di tenerezza per quel povero figlio verso cui tenta di essere amorevole fino a quando la demoralizzazione e la fragilità non prendono il sopravvento e diventa una madre neanche più in grado di portargli la sera una coppa di gelato come si deve.

Il testo provocatorio dell’amburghese Kai Hensel alterna scientificità e sentimento umano, l’effetto choc e quello più riflessivo nel momento in cui chi osserva si trova a confronto con uno degli argomenti più scomodi della nostra società. È un invito alla riflessione, non giustifica assolutamente l’uso delle droghe: fumo, alcool, antidepressivi, calmanti per bambini, sono già di per sé droghe di cui si abusa. E poi la rabbia di una Galiena scontrosa, inconsolabile, piena di angosce e di fantasmi che la circondano rende tutto ancora più sincero: le vene che le spuntano dal collo, le labbra che tremano, le mani tese dell’attrice rendono perfettamente giustizia ad una donna che vuole semplicemente essere capita, infelice, imprudente, ma, comunque sincera. Cattura l’attenzione con i desideri di una vita impossibile, trascinando il pubblico e suggerendo alle persone di avvicinarsi, o di immaginare, di pensare a parole, gesti, sensazioni. Poi ci ricade, e racconta come tutto ebbe inizio quando sulla metropolitana un ragazzino ha perso davanti a lei un sacchetto pieno di pastiglie bianche che ha preso e conservato. Quel ragazzino sarà poi l’aiutante muratore per i lavori di casa sua, e ogni giorno arriva con un marsupio legato in vita e così via fino a quando i due non sono sdraiati nel pavimento del bagno a sniffare delle piste delicatamente appoggiate sul water.

L’euforia prima e la lucidità dopo, l’horror trip e le allucinazioni, come nel caso del potente LSD: Hanna è sopra un tavolo sullo sfondo e racconta di come si annulla la forza di gravità, di come però può arrivare anche la depressione fulminante, o l’ancora più fulminante attacco di cuore. L’esasperazione della vita, insomma, che prevale sulle spiegazioni appurate di come nasce la cocaina, da quale pianta, con quale tragitti eccetera. Disperazione e dolore, incapacità e debolezza. La storia di chi non ce la fa con le proprie forze e arriva alla droga. Un messaggio, ben ponderato e coinvolgente, sull’umanità. In cui, probabilmente, ci sarebbe solo bisogno di un pochino più d’amore.

 

Teatro Franco Parenti (Sala Grande) - via Pier Lombardo 14, 00135 Milano

Per informazioni e prenotazioni: 02/59995206

Orario degli spettacoli: martedì, giovedì, venerdì ore 21.15 - mercoledì, sabato ore 19.30 - domenica ore 16.30 - lunedì riposo

Biglietti: intero €32 – convenzioni €22 – over 60/under 25 €16 - under 18 €10

 

Articolo di: Andrea Dispenza

Grazie a: Ufficio Stampa Teatro Franco Parenti

Sul web: www.teatrofrancoparenti.com

 

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