Primavera dei teatri 2020, Rivisitare i classici – Castrovillari (Cosenza)

Scritto da  Claudio Facchinelli Domenica, 14 Febbraio 2021 

Risalendo verso settentrione Corso Garibaldi, che si estende da nord a sudcome un cardo romano, ci si imbatte in una sorta di biforcazione che lascia posto a un giardinetto con panchine: qui sorge il monumento ai caduti. Un vistoso gruppo bronzeo esibisce una vittoria alata a seno nudo che sorregge pietosamente un soldato caduto, stracciato, con in testa un elmetto della Grande guerra. Oltre alla venustà della figura femminile, colpisce il fatto che, sulla targa marmorea aggiunta a ricordo dei caduti della Seconda guerra mondiale, accanto a nomi presentati come “soldato”, “caporale”, “tenente”, se ne trovino anche due qualificati come “camicia nera”. Forse è giusto che sia così: parce sepultis. Purché siano chiare le sostanziali differenze storiche, politiche ed etiche. Ha ancora senso, e con quali modalità, la rivisitazione dei classici? Tentando di riprodurne filologicamente la forma originale? Riportando all’oggi, alla storia contemporanea, o addirittura alla cronaca, i loro topoi? Utilizzarne gli archetipi come pretesto per una creazione ex novo? Senza azzardare una risposta, mi limito a cercare diillustrare i tre spettacoli che, con modalità ed esitodiverso, si sono ispirati ai classici.

 

Con La notte di Antigone di Eco di fondo scopriamo un’inattesa risonanza della vicenda sofoclea con un recente fatto di cronaca, ove una sorella coraggiosa e determinata intraprende una battaglia, che vede contrapposte, non la legge di dio a quella degli uomini, ma un bisogno di verità e giustizia sulla morte di un fratello, che si scontra con le pastoie e l’omertà di chi tenta di insabbiarle. Grazie alle felici scelte registiche e drammaturgiche di Giacomo Ferraù e Giulia Viana, alla fabula sofoclea si sovrappone senza forzature la storia di Stefano e Ilaria Cucchi, in un rimando di metafore e momenti di forte impatto teatrale: il sudario che reiteratamente viene risucchiato da un vento che impedisce di coprire il cadavere; lo sdoppiamento della figura di Stefano in due identità che si distruggono a vicenda; un raffinato gioco narrativo di ombre e trasparenze. Una coinvolgente, misurata Giulia Viana ci restituisce il dilemma di Ilaria, nel suo conflitto fra l’impulso a rendere pubbliche le immagini martoriate del fratello e la discrezione che le chiede la famiglia. Nessun pietismo. Ma il pensiero corre alle molte Antigoni dei nostri giorni: alle madri di Plaza de Mayo, alle donne in bianco che sfilano in Bielorussia, e a tante altre.

A.D.E. A.lcestiD.iE.uripide di Libera imago, fin dall’intellettualistico gioco di parole del titolo, rivela una diversa ambizione. Il testo di Euripide, oggetto di un annoso dibattito sulla sua natura in bilico fra tragedia e dramma satiresco, è restituito con rigore filologico dal regista Fabio Pisano, che lo riversa in un linguaggio giovanilistico. Ma le polisemiche, enigmatiche implicazioni della favola di Euripide stentano ad arrivare al pubblico, complice un’amplificazione che spesso non consente di individuare chi stia parlando, e la difficoltà di identificare i diversi ruoli maschili (Apollo, Eracle, Admeto, Ferete, Thanatos) affidati a due soli interpreti. Un’operazione sicuramente generosa e accurata, degna di rispetto, ma non del tutto riuscita.

Con Soffiavento. Una navigazione solitaria con rotta su Macbeth, Paolo Mazzarelli ci rende partecipe della progressiva identificazione di un suo alter ego, un attore di nome Pippo Soffiavento, col proprio personaggio nel corso di una sfortunata recita del Macbeth. Pur in una scena fissa le ambientazioni dell’azione si alternano, sovrapponendosi secondo una logica più onirica che realistica, creando uno spiritoso, continuo gioco di teatro nel teatro. Il palcoscenico, dove una gomena rossa addugliata è legata a un fucile, diventa il camerino, ove su un mobile da toeletta fa mostra di sé un modello di galeone; ora si trasforma nello studio di uno psicanalista. L’avanzare della foresta di Birnam verso Dunsinane viene comunicato per telefono, e la più volte richiamata immagine shakespeariana della vita come l’agitarsi di un povero attore su una scena, piena di rumore e fragore, che non significa nulla, sembra suggellare con ironia la cifra complessiva dell’operazione drammaturgica e attorale.

Articolo di Claudio Facchinelli

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