Primavera dei teatri 2020, Il privato – Castrovillari (Cosenza)

Scritto da  Claudio Facchinelli Domenica, 07 Febbraio 2021 

Corso Garibaldi, declinando verso sud si ferma di fronte alla facciata settecentesca del palazzo dei baroni Cappelli. Aggirandolo, prima del Ponte della Catena che unisce il declivio allo sperone calcareo dove si abbarbica l’insediamento originario di Castrovillari, ci si imbatte nelle fontane di San Giuseppe. L’acqua usciva un tempo dalla bocca di cinque mascheroni in pietra di fattura artigianale, probabilmente settecentesca. Ormai ne funzionano solo due, e l’acqua che buttano è quella dell’acquedotto comunale, la medesima che esce dai rubinetti; ma gli anziani vi si recano per riempirne bottiglie con tappo a leva, e se la portano a casa.

 

“Il privato è politico”, è stato uno degli slogan del ’68, rivendicato non solo dalle femministe ma da tutto il movimento. In effetti, anche spettacoli che, per semplificazione tassonomica, ascrivo alla categoria del privato, rivelano, sottotraccia, una valenza politica, etica, sociologica.
Sono passati parecchi anni da quando Le Ariette son arrivate per la prima volta a Castrovillari. Quest’anno tornano con Trent’anni di grano, per il trentennale della nascita del gruppo. Paola legge il diario scritto nell’estate del 2019: la cronaca della preparazione di uno spettacolo da tenersi in settembre a Matera, dove avevano seminato un campo di grano. Intanto Stefano, in ginocchio davanti a un asse infarinato, stende col mattarello i panetti di pasta lievitata e ne ritaglia le tigelle che Maurizio cuoce nel forno. Il diario s’intreccia con la storia d’amore di Paola e Stefano; del loro matrimonio; della scelta di stabilirsi sulle colline modenesi, di coltivare la terra e fare teatro. È la testimonianza di una scelta di vita che sembra fuori dal mondo, ma che invece ci parla di cose in cui ci riconosciamo, e che ci commuovono. Forse, un antidoto al degrado civile che avanza. Infine mangiamo, quasi ritualmente, tutti insieme, le tigelle appena sfornate, coi prodotti della cascina delle Ariette.

Come tante formazioni teatrali, anche gli Oyes hanno dovuto fare i conti con la pandemia. Avevano in programma, dopo avere esplorato Čechov, di affrontare un altro capolavoro, meno frequentato, della letteratura russa: Oblomov di Gončarov, il cui eroe eponimo si confina volontariamente in casa (anzi, sul suo divano) per una sua scelta esistenziale, analizzata con lucidità sociologica dal coevo saggio di Nikolaj Dobroljubov, Cos’è ’sto“oblomovismo”? (Чтотакое “обломовщина”?). Bloccati in casa dal Covid, in una situazione non dissimile da quella dell’accidioso Il'ja Il'ič, e impossibilitati a realizzare il loro progetto, hanno ripiegato su Vivere è un’altra cosa: uno spigliato e divertente racconto a più voci della loro esperienza di clausura; un ironico specchio di quanto vissuto da tanti giovani della loro generazione. L’Oblomov lo aspettiamo con curiosità alla prossima stagione.

Su un terreno decisamente minimalista e privato si muove Spezzato è il cuore della bellezza della Piccola Compagnia Dammacco. Le grottesche schermaglie fra due donnette, vertici di un triangolo amoroso, sono rese dalla splendida prova attorale di Serena Balivo che interpreta, con varietà di invenzioni gestuali e vocali ambedue le donne, creando personaggi che ricordano certe figure tragiche e ridicole della grande letteratura (penso a Gogol, o a Čechov). Il regista Mariano Dammacco, secondo modalità che gli sono usuali, si ritaglia un ruolo di contorno: la presenza muta di un goffo marito/amante, raddoppiato en travesti dalla giovane Erica Galante, recente ingresso nella compagnia.
Roland Schimmelpfennig, autore di Peggy Picker guarda il volto di Dio, drammaturgo famoso e pluripremiato in Germania, è meno noto in Italia. Marcello Cotugno ne cura la regia e anche la traduzione, a quattro mani con Suzanne Kubersky. L’apparenza di tradizionale dramma borghese, ambientato in un salotto kitsch dove, dopo anni, si incontrano due coppie di vecchi amici che hanno intrapreso strade professionali diverse, si dissolve immediatamente. Il linguaggio si spezza, interrotto da continui “a parte” rivolti al pubblico, da interruzioni temporali e reiterazioni, dallo scoppio di risentimenti repressi, e l’atmosfera diviene surreale, esaltata da sofisticati espedienti scenotecnici. Buona la qualità attorale. Un testo – e una coerente messinscena – che cattura e spiazza, come un’inquietante parabola sui rapporti umani.

Se io vivessi tu moriresti, del portoghese Miguel Castro Caldas, è una sorta di mise en espace di Roberto Turchetta all’interno del progetto Europe Connections. Lo producono Wobinda e Angelo Colosimo (in scena con Rossella Pugliese e Peppe Fonzo). Gli accadimenti all’interno di un surreale triangolo amoroso sono secondari rispetto alla singolare modalità espressiva: il pubblico viene infatti invitato a leggere, in contemporanea allo svolgersi dell’azione, il testo che gli è stato dato in mano. Si crea così un continuo, sconcertante rimando fra azione, parola detta (didascalie comprese) e parola stampata, che costituisce l’elemento più originale di questa intrigante proposta drammaturgica.

Articolo di Claudio Facchinelli

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