Primavera dei teatri 2020, Il politico – Castrovillari (Cosenza)

Scritto da  Claudio Facchinelli Domenica, 31 Gennaio 2021 

Fino a un paio di anni fa, su un tratto non selciato dei marciapiede di Corso Garibaldi, era visibile un ampio graffito, come lasciato abusivamente da un vagabondo artista di strada. A osservarlo con attenzione vi si indovinava una scena mitologica, tracciata con mano sicura. Era, in effetti, un’opera d’autore, Luigi Le Voci, un artista singolare che a Castrovillari chiamavano “il Maestro”: uno stile personale, che faceva pensare a Chagall, e forse ai fauve. Se n’è andato qualche anno fa, e il dono di quell’opera che ingentiliva una gettata di cemento senz’anima non gli è sopravvissuto. Più o meno nello stesso tratto del corso, dal lato opposto, al limitare della Piazza Marchesi Gallo, si scopre un’inattesa, sopravvissuta testimonianza d’antan: due lampioni di ferro battuto, dal raffinato disegno tardo liberty. Due minuscole targhe in ottone ne rivelano la data e l’autore: 1937 – Francesco Paonessa; un apprezzato maestro del ferro battuto, lucano d’origine, cui la città ha intitolato anche una strada secondaria.
Il tema dell’impegno civile o politico qualifica da sempre, nelle sue diverse, possibili declinazioni, l’appuntamento di Primavera dei teatri.

 

Con Stay hungry. Indagine di un affamato, di Angelo Campolo/DAF Teatro, quella che poteva risolversi in una nobile ma scontata perorazione sulla fame del modo, con un oratore seduto ai margini del palcoscenico, acquista invece immediatamente uno spessore drammaturgico che cattura. Grazie alla capacità affabulatoria di Angelo Campolo la parola si fa carne, e diventa teatro a tutto tondo. Le immagini che si succedono sul grande schermo che occupa tutto il fondale fanno da contrappunto a una storia vissuta in prima persona, che ha i crismi dell’autenticità, e si snoda, priva di retorica ma venata di ironia, denunciando l’impotenza, o l’incapacità, da parte della cosiddetta società civile, di intervenire nella sofferenza endemica del Sud del mondo.

All’interno del progetto Europe Connection in collaborazione con Fabula mundi, anche Corpo/Arena guarda al tema della fame, ma attraverso una sarcastica lente deformante. Messo in scena come studio da Gianluca Vetromillo/Mammut Teatro, il testo fa parte di una trilogia della portoghese Joana Bértolo. Tre personaggi, indicati come Grasso, Molto Grasso e Grassissimo, nell’attesa ansiosa ma inerte di una donna che porterà loro da mangiare dissertano con ragionamenti che, pur nella loro assurdità, attengono alla sociologia, all’ecologia, alla sostenibilità, in una inquietante situazione distopica che non è facile penetrare fuori dal contesto della trilogia completa.

Anche La fine del mondo, di Lab121, trae origine da un problema reale di altrettanta, tragica rilevanza: il riscaldamento del pianetale sue nefaste conseguenze. Fabrizio Sinisi lo rappresenta, anche qui, con una distopia: l’affondamento di Venezia, mentre su una nave (come sul Titanic che sta per inabissarsi) la gente sembra indifferente al disastro incombente. Il patente disinteresse per la catastrofe, e un discutibile, maldestro impegno per opporvisi trova voce nel contrasto fra due sorelle. L’indisponibilità di un attore ha obbligato il regista Claudio Autelli a interpretarne la parte, copione in mano; ma gli altri tengono perfettamente botta. Fra questi, da segnalare almeno Alice Spisa, già vista nel ruolo della tenera, vulnerabile Lucrezia del poemetto shakespeariano, qui superficiale e volgare attrice di quart’ordine. Qualche riserva sulla scrittura di Sinisi, che sovrappone alla catastrofe del titolo i rapporti fra due problematiche coppie di fratelli e sorelle: una scelta che lascia tuttavia irrisolte le dinamiche psicologiche che legano i quattro personaggi, rinunciando peraltro ad approfondire il tema della catastrofe planetaria.

La distruzione della civiltà contadina causata della scoperta del petrolio in Lucania è l’antefatto di Trapanaterra di Lopardo-Russo/Nostos Teatro/Collettivo Itaca. Due diverse visioni del mondo sono rappresentate dal confronto e lo scontro fra due fratelli divisi dalle scelte di vita; cui fanno da contrappunto simbolico la complicata struttura di tubi e marchingegni elettronici nella quale si direbbe imprigionato il primo, che lavora nell’impresa estrattiva, e l’organetto – unico bagaglio – suonato dal secondo, attore vagabondo. Il dialogo fra i due personaggi, non privo di aggressività, ma anche di forte intensità emotiva e poetica, si lega con coerenza drammaturgica al contesto sociologico, del quale i due fratelli sono vittima e metafora.

Mario e Shaleh, l’ultima produzione di Scena Verticale, è una parabola sulla incompatibilità di etnie culturali diverse. Il testo di Saverio La Ruina (in scena con l’efficace Chadli Aloui, di origini magrebine) mette confronto un cristiano e un musulmano, cui tocca di condividere la medesima tenda predisposta dalla Protezione civile. La diffidenza preconcetta e stizzosa del primo e la ferma, rigorosa adesione ai principi religiosi dell’altro si scontrano, anche a colpi di versetti tratti dai libri sacri, il Corano e la Bibbia, che risultano però meno divergenti di quanto si crederebbe. Il finale, quando un faticoso processo di conoscenza e reciproca accettazione scioglie finalmente l’iniziale ostilità, con l’immagine poetica del rumore della neve, che lo suggella, ci riporta a una delle più belle pagine di Saint-Exupéry, quando il Piccolo Principe chiede alla Volpe cosa abbia guadagnato dal loro incontro, e lei risponde con semplicità: “Il colore del grano”.

Articolo di Facchinelli

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