Primavera dei teatri 2020, L’esplorazione dei nuovi linguaggi – Castrovillari (Cosenza)

Scritto da  Claudio Facchinelli Lunedì, 22 Febbraio 2021 

Sulla sella che divide la città moderna allo sperone ove è situata lapartepiù antica di Castrovillari, ove toponimi come “via Giudeca” testimoniano la presenza originaria di un ghetto ebraico, poggia il tetragono Castello Aragonese, costruito alla fine del XV secolo e funzionante come reclusorio fino a11995.Il suo possente mastio, detto “La Torre infame”, esteriormente ingentilito da un collare di archetti tardogotici, è il simbolo della città, malgrado su di essa circolino i racconti più orrorosi, legati alle terribili atrocità che si dice si praticassero sui condannati. Da qualche tempo, quasi a riscatto di tale nomea, vi si tengono spettacoli teatrali, e quest’anno nel cortile del castello è stato approntato un vero e proprio teatro coperto.

 

Fin dal suo titolo, Primavera dei teatri rivela l’interesse per i “nuovi linguaggi della scena contemporanea”, che si traduce anche nel dare visibilità a testi stranieri, come testimoniano due progetti: Beyondthe SUD, che promuove la formazione di artisti del meridione d’Italia in rapporto con i vari Sud del mondo, ed Europe Connection, quest’anno rivolto al Portogallo. Ma, in modo più specifico, mostra attenzione allenuove modalità comunicative entrate nella partica teatrale, anche con l’utilizzo di avanzati strumenti tecnologici. In tale ambito questa edizione ha proposto diversi esempi, alcuni dei quali arrivano a forzare i confini di ciò che siamo abituati a chiamare teatro.

L’utilizzo di forme alternative rispetto alla parolafa parte dellaormai consolidata estetica di Anagoor. Si ricorda il fascinoso, muto*Jeug-, con in scena solo una giumentae una ragazza, la Tempestaispirata al Giorgione, o i lunghi inserti cinematografici di Lingua imperii. Con Mephistopheles, prodotto per il ventennale del gruppo, la scelta espressivasi fa ancora più ardita: settanta minuti di un video, realizzato da Simone Derai, che ripercorre le esplorazioni culturali ed artistiche degli ultimi quindici anni. Unica presenza viva sulla scena, quasi un muto corifeo, il compositore Mauro Martinuz alla consolle immetteva un continuum di musica elettronica (più una campana) a commento di immagini che ci parlavano della vecchiaia, che mostravano lo schiuderci di un uovo, il parto di un vitello e di una cucciolata di maialini; l’allevamento in batteria e la macellazione industriale; le immagini dantesche di un cratere vulcanico. Una sintesi, forse criptica e intellettualistica, di due decenni di un percorso di ricerca, cui si deve riconoscere una coraggiosa coerenza, mai prona agli effimeri – ma spesso cogenti – umori del mercato.

Ancor più lontano dalle forme canoniche di teatro, con Natura morta, Babilonia ha radunato nella Sala Consiliare una settantina di spettatori seduti in cerchio. Ognuno era stato invitato a scaricare un’applicazione che gli consentiva di ricevere sullo smartphone, a getto continuo, centinaia di domande o affermazioni, spesso ironiche, su temi di attualità o di politica. A conclusione, quattro nerboruti culturisti (due maschi, quasi oggetti teratologici, e due femmine in succinti bikini e tacchi a spillo) entravano nel cerchio, esibendo muscolature più sconcertanti che attraenti. Una satira sociale? Una beffarda provocazione? Un alieno di passaggio, in esplorazione sulla terra per conoscere il comportamento dei suoi abitanti, avrebbe osservato una massa di umani per oltre mezz’ora silenziosi e chini sui propri telefonini. Qualcosa ne avrebbe dedotto.

Nell’installazione Lilith, ispirata alla prima, ribelle compagna di Adamo e archetipo della donna demoniaca, convergono musica, immagine e parola, che però stentano ad amalgamarsi, anche perché la suggestiva musica di Gianfranco De Franco copre le parole dei due performer, Cecilia Lentini e Massimo Bevilacqua, responsabili anche del testo e della messinscena. La presenza, come contrappunto, di un giovane e una giovane nudi a un’estremità dello spazio scenico, impegnati in giochi erotici, non contribuisce a veicolare l’assunto, non proprio trasparente, dell’operazione.

Con The mountain l’Agrupación Señor Serrano conferma il suo interesse per temi tratti dalla realtà. Qui l’occasione è fornita dall’impresa pressoché sconosciuta di George Mallory, che nel ’24 aveva tentato la scalata dell’Everest. Il recente ritrovamento del suo corpo, a 200 metri dalla sommità, lascia aperta l’ipotesi che avesse raggiunto la vetta, e fosso morto sulla via del ritorno. Intrecciata con l’illustrazione della vicenda, in apparente forma di documentario, si sviluppa un’intrigante, ironica riflessione epistemologica sulla rappresentazione della realtà e sulle menzogne rese credibili; come la beffa dell’invasione degli alieni, perpetrata da Orson Welles nel ’38; o le esternazioni di Putin. Sorprendente la padronanza, da parte del gruppo, delle più innovative tecnologie: riprese a distanza ravvicinata, riportate su schermi mobili, di particolari minimali o di accurati modellini, che raggiungono effetti di un realismo più convincente del vero; l’utilizzo di un drone che si leva dal palcoscenico fino a sorvolare la platea. Espedienti funambolici, gestiti con rigore, che fanno dell’Agrupación una delle realtà più singolari e suggestive del panorama teatrale, non solo europeo.

Con Madre, del teatro delle Albe si realizza una fascinosa, reciproca esaltazione di parola, musica e segno grafico. Il poemetto scenico di Marco Martinelli si declina nella lettura di Ermanna Montanari, interagendo con i disegni estemporanei di Stefano Ricci. Anche lo stridere del suo pastello sul cartone aggiunge uno stimolo sonoro al contrabbasso di Daniele Roccato, che rivisita il sublime tema del secondo movimento della Settima sinfonia di Beethoven arricchendolo con fascinosi effetti loop. E poco importa che la stramba vicenda di una madre caduta nel pozzo, restituita in dialetto romagnolo dai personalissimi registri vocali di Ermanna, mantenga una surreale oscurità: l’emozione passa.

Articolo di Claudio Facchinelli

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