Preamleto - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Domenica, 17 Aprile 2016 

Shakespeare incontra Pirandello nel bunker del "Preamleto" di Michele Santeramo con la regia di Veronica Cruciani, tra riflessioni sull'essere e sul potere e una pazzia che, per vie traverse e con motivazioni differenti, sembra discendere dal padre al figlio. Adesso la tragedia può iniziare.

 

Produzione Teatro di Roma presenta
PREAMLETO
di Michele Santeramo
regia Veronica Cruciani
con Massimo Foschi, Manuela Mandracchia, Michele Sinisi, Gianni D'addario, Matteo Sintucci
scene e costumi Barbara Bessi
disegno luci Gianni Staropoli
musiche Paolo Coletta
assistenti alla regia Antonino Pirillo, Giacomo Bisordi

 

Un'intera serie di rimandi interni all'opera shakespeariana consente di parlare di questo spettacolo non solo come di un Pre-Amleto, ma anche come di un Alter-Amleto: la finta pazzia, la vendetta (sebbene di diversa natura), le riflessioni sull'essere, la messa in scena nella messa in scena (sebbene, stavolta, operata dagli stessi cortigiani); tutti elementi questi che, se da una parte sono inglobati in una trama volta a ricostruire, prendendosi le dovute libertà, l'antefatto della tragedia shakespeariana, dall'altra sembrano offrire la visione di quel che sarebbe potuto accadere se Amleto avesse seguito il consiglio del padre: "Non vendicarmi. Mai."

È questo, ad avviso di chi scrive, uno dei modi più interessanti per approcciarsi alla riscrittura di un classico o comunque alla scrittura di un'opera a quello inscindibilmente legata ed è ciò che, da questo punto di vista, Santeramo realizza magistralmente con questo suo testo, che ha anche il pregio (o il difetto, a seconda dei gusti) di chiamare in causa anche un altro classico, questa volta italiano: il pirandelliano Enrico IV che si finge pazzo (o colpito dal morbo di Alzhaimer, nel nostro caso) per ignorare il tradimento della consorte. Trattandosi però di un vero re, la scelta del protagonista è qui dettata anche da altre considerazioni, legate al potere, alla sua natura e ai suoi effetti. Il potere corrompe, sempre. La demenza rappresenta perciò una doppia via d'uscita: dal lerciume morale della moglie e dal meccanismo del potere, al quale di fatto la condanna insieme al fratello.

Il testo è anche perciò l'occasione per scavare più a fondo sulle motivazioni di Gertrude, storicamente incerte. In uno dei suoi attimi di "lucidità", Re Amleto espone la sua conclusione sulla questione esistenzialista, giungendo a dire che non è possibile "essere", poiché il passato non esiste più e il presente... è già passato. Questa visione nichilista, di natura intellettuale, non può trovare d'accordo Gertrude che - quali che siano le sue motivazioni preponderanti (il potere, il godimento carnale, una presenza maschile che le dia valore) - al corporeo presente si aggrappa con tutte le proprie forze per dare un senso alla propria esistenza. Senza ricordi non si è niente e questa Gertrude è stanca di dipendere dal niente - di essere, quindi, un pezzo di niente.

Il Re Amleto non è, però, niente. La sua finta demenza è l'escamotage che gli consente di liberarsi di un ruolo, anzi due, che appesantiscono la sua anima. Per questo, nel monologo culminante esorta il figlio a non vendicarlo e a seguire le sue orme, lasciando che la coppia degenere regni al suo posto. Ma ciascuno deve trovare da sé la propria strada. Amleto imiterà sì il padre, fingendosi pazzo per non pagare pegno, ma sceglierà, come la madre, di dar peso al presente. La tragedia, che si sarebbe potuta evitare, tragicamente prende forma.

Tutti questi fatti avvengono, opportunamente, in un bunker hitleriano, che sembra suggerirci, in una volta sola, da una parte lo stato d'animo di Re Amleto, sotto assedio ad opera di nemici esteriori (per quanto vicini) e interiori (la parte a cui l'hanno costretto le sue stesse riflessioni - non è un caso che il monologo finale "liberatore" avvenga al di fuori della scenografia stessa); da un'altra, con il suo grigiore, lo squallore dell'ambiente umano circostante (la moglie cospiratrice, il rispettoso, ma fondamentalmente debole Claudio, l'insulso Polonio); e infine, col suo essere di sbieco, l'opportunità di guardare alla cose da una prospettiva diversa, storta, inusuale - altrimenti dal gioco non si esce più.

È, questo "Preamleto", uno spettacolo lucido, che offre possibilità di godimento su più piani - tranne uno. Logica, simbologia, rimandi, conflitto regnano sovrani, ma quel che manca, ci pare, è l'empatia. Questo (Re) Amleto parla al cervello, non alla pancia e il risultato finale non sembra in grado di "scendere" dal piano intellettuale a quello, per molti più gratificante, emotivo. In ciò non aiuta, va detto, un cast estremamente eterogeneo per formazione e indole, che lascia la sensazione di non essere stato ben amalgamato. L'impressione è che i cinque strumenti, ottimi se presi individualmente, suonino contemporaneamente in almeno tre chiavi diverse. Potrebbe essere una scelta (anche le luci, fredde e livide, sembrano andare in una direzione di complessiva, cerebrale freddezza), ma non riusciamo a toglierci dalla testa che sia, piuttosto, un peccato.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria: telefono 06/684000311 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: prima ore 21, martedì e venerdì ore 21, mercoledì e sabato ore 19, giovedì e domenica ore 17, lunedì riposo
Biglietti: poltrona 30 € (ridotto 28 €); palchi platea, I e II ordine 25 € (ridotto 23 €); palchi III, IV e V ordine 20 € (ridotto 18 €); loggione 12 €; operatore 7 €
Durata spettacolo: 1 ora e 30 minuti

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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