Polvere - Teatro India (Roma)

Scritto da  Domenica, 15 Febbraio 2015 

Dal 10 al 15 febbraio al Teatro India di Roma appuntamento con la delicata e commovente testimonianza di un narratore, autore-attore, capace di raccontare le donne. Artista unico, tra i più premiati della scena italiana, Saverio La Ruina debutta con "Polvere - dialogo tra uomo e donna", spostando questa volta l’attenzione di uno dei temi più tristemente scottanti, il femminicidio, su un piano inesplorato per una pièce dal forte impatto dissacrante.

 

Produzione Scena Verticale presenta
POLVERE - DIALOGO TRA UOMO E DONNA
di Saverio La Ruina
con Saverio La Ruina e Jo Lattari
musiche originali Gianfranco De Franco
contributo alla drammaturgia Jo Lattari
contributo alla messinscena Dario De Luca
aiuto regia Cecilia Foti
disegno luci Dario De Luca
audio e luci Gennaro Dolce
realizzazione quadro Ivan Donato

 

La scena del Teatro India accoglie con scarna asciuttezza, solo un tavolo, un quadro e due sedie, la drammaturgia ossessiva di “Polvere”, l’opera di Saverio La Ruina che chiude la trilogia composta anche da “Dissonorata” e “La Borto”, dove l’autore vestiva i panni dimessi della donna del sud vittima di ataviche sopraffazioni maschili. Ruolo più volte premiato in questi ultimi anni. In “Polvere” La Ruina passa nel fronte opposto, quello del persecutore, e lo fa mettendo in atto con crudele leggerezza quei meccanismi di potere che minacciano la coppia a qualsiasi latitudine sociale e culturale.

Dal virtuosismo di un monologo ricco e colorito dell’arcaica potenza del dialetto, La Ruina, dotato di una grande sensibilità nell’esplorare le ferite del femminile, passa, in “Polvere”, al dialogo scarno, serrato, in cui i due attori parlano un italiano secco, atonale, rappresentativo di un contesto borghese.

Un testo gelido, una partitura di stati d’animo che permette ai due attori di perlustrare i recessi di menti complesse, disturbate nell’ordire una trama crudelmente conflittuale che diventa il punto nodale della rappresentazione. Dei due, infatti, non sappiamo molto se non che lui è il persecutore dalla voce delicata, melliflua che lentamente ordisce il meccanismo di un patologico possesso che si nutre del lento dissolversi delle sicurezze di lei. Una supremazia persecutoria che lei interrompe solo apparentemente, essendo piuttosto la passività la cifra del suo essere nella relazione.

L’ordito scenico non si concentra sulla violenza esplicita, sul fatto di cronaca nera che ha come vittima la donna, ma coglie nel suo nascere il processo che sempre più spesso porta a questi efferati risultati.

C’è un prima. Ci sono episodi iniziali che hanno il peso di dettagli quasi immateriali e impalpabili che come polvere di verbale sadismo vanno a soffocare le minate certezze della donna, e di questa donna in particolare già vittima nel passato di un episodio di violenza, rendendola ancora più smarrita, incapace di reagire, e in più colpevolizzata.

Di questi schemi perversi Saverio, maestro del dettaglio, è bravissimo nel restituire la lucida follia fatta anche di gesti minimi, come il tamburellare le dita sullo schienale di una sedia, il muoversi nervosamente con scatti senza senso, che amplificano la tortuosità di una mente bloccata dalla paura di non rappresentare per la sua donna quel tutto che vorrebbe essere. L’uomo, anche lui vittima ma delle sue insicurezze e in più pericolosamente inconsapevole, si sente a disagio perché lei si tocca il collo in presenza di altri, non lo presenta agli amici come il fidanzato ufficiale, non lo chiama “amore” e non corre subito al suo richiamo. Indaga sul presente della donna ma anche sul passato fino a chiederle cosa avesse provato nello stupro subito anni prima.

Gli interrogatori asfissianti si ripetono ossessivi nella sequenza delle scene, ben orchestrate da La Ruina, in un crescendo talmente coinvolgente da essere a volte irritante. A tratti ci si trova a sorridere di quel sorriso doloroso che vorrebbe mettere un freno alla reazione di intervenire per strappare via la vittima da quell’inferno.

Il testo è di una semplicità solo apparente perchè le sue cadenze ritmate e ripetute come delle nenie fuori tempo, i silenzi tra le battute, lo spazio claustrofobico, aumentano il carico di angoscia anche negli scambi più banali. L’esordiente Jo Lattari riesce a restituire alla vittima della relazione, la naturalezza nella paralisi con cui coglie il patologico del rapporto a due. Sembra veramente provata alla fine della rappresentazione, tanto è forte la potenza di questo testo di cui ha curato la stesura insieme a Saverio La Ruina.

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346
Orario spettacoli: tutte le sere ore 21, domenica ore 18
Durata: 75 minuti senza intervallo

Articolo di: Lia Matrone
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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