Please, continue (Hamlet) - Short Theatre, Macro Testaccio La Pelanda (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 17 Settembre 2014 

Prendi un caso reale, prendi il testo di Amleto, prendi un’autentica Corte di giustizia e prendi attori di professione: si avrà uno spettacolo in cui il limite tra realtà e finzione è labilissimo. Please, continue (Hamlet) è la drammaturgia contemporanea di Roger Bernat e Yan Duyvendak, che portano in giro per il mondo il testo shakespeariano e lo sottopongono ad un esito sempre diverso.

 

Cie Yan Duyvendak presenta
PLEASE, CONTINUE (HAMLET)
un’idea di Yan Duyvendak & Roger Bernat
con Benno Steinegger (Hamlet), Francesca Cuttica (Ophelia), Francesca Mazza (Gertrude)
e con il Giudice Giancarlo De Cataldo, il Pubblico Ministero Paolo Ielo, l’Avvocato difensore Marco Fiorini, l’Avvocato della parte civile Francesco Rotundo, uno psichiatra e un usciere
scenografia in collaborazione con Sylvie Kleiber
produzione e distribuzione Nataly Sugnaux Hernandez
amministrazione Catherine Cuany
comunicazione Ana-Belen Torreblanca
direzione tecnica Gaël Grivet
traduzioni Daniela Almansi, Matilde Pasquon
produzione Dreams Come True, Genève
coproduzione Le Phénix Scène Nationale Valenciennes; Huis a/d Werf, Utrecht; Théâtre du GRÜ, Genève
spettacolo creato in residenza a Montévidéo, Marseille; Le Carré/Les Colonnes, Scène conventionnée, Saint-Médard-en-Jalles/Blanquefort
con l’appoggio di Ville de Genève; République et canton de Genève; Pro Helvetia Fondation suisse pour la culture; Migros pour-cent culturel; Loterie Romande; Ministerio de Cultura-INAEM; Mécènes du sud, Marseille; Le Nouveau théâtre de Montreuil – centre dramatique national; CORODIS


Il teatro di azione ricreato dai registi è quello di un’aula giudiziaria in cui si discute di un omicidio, chiamando in causa l’art. 575 del Codice Penale: “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”.

L’imputato è Amleto, accusato della morte di Polonio, padre di Ofelia che oltre ad essere distrutta, come narra la storia, per la fine del suo amore con Amleto e per la morte del padre, richiede un risarcimento.

Ad essere interrogati dinanzi al giudice, Giancarlo Di Cataldo, e al Pubblico Ministero, Paolo Ielo, sono dunque Amleto, Ofelia e Gertrude, mamma di Amleto e persona informata sui fatti.

La vicenda, ambientata ai giorni nostri, è stata ricreata dagli autori in un vero e proprio Fascicolo delle Indagini che riporta esattamente i fatti come si sono svolti. Consegnato il fascicolo ai membri giudiziari, questi hanno dovuto semplicemente svolgere il proprio lavoro, studiando le prove e gli atti ed eseguendo poi in scena l’arringa di difesa e d’accusa, senza nemmeno una prova recitativa.

Il caso diventa teatro del reale, riesce a mostrare i lati del testo a lungo studiati e mette in evidenza come il testo dell’elisabettiano possa essere soggetto a varie interpretazioni. Paolo Ielo, nella sua arringa d’accusa finale, per provare a convincerci della colpevolezza di Amleto pone l’attenzione su tre nuclei: Amleto, nel momento in cui colpisce col pugnale Polonio è realmente convinto che si tratti di un topo? Durante il processo sono state riportate più prove che, a detta del Pm, non sia così, che Amleto abbia sferzato un colpo dal basso verso l’alto, non riconducibile al gesto di chi vuole bloccare la corsa alla sopravvivenza di un piccolo topo; secondo punto, possono esistere in Amleto psicopatologie che l’hanno reso non in grado di intendere e di volere al momento dell’accaduto? Infine, la pena. Quale pena si deve attribuire al presunto colpevole, sulla base del processo a cui il pubblico ha assistito? La proposta dell’accusa è di ventuno anni.

La parte fondamentale, alla fine del processo di cui non si è in grado di stabilire la durata perché è affidata a persone che esercitano il proprio mestiere, che possono interrogare per più o meno tempo i testimoni, che possono decidere di far durare per lungo tempo le loro arringhe d’accusa e di difesa, è affidata al pubblico.

Prima di entrare in sala, infatti, si viene dotati di un block-notes per appuntare gli snodi fondamentali del dibattimento e si è informati della possibilità di essere scelti come giuria popolare investita del compito di attribuire la pena finale all’imputato. La giustizia, attraverso il teatro, viene riconsegnata nelle mani dello spettatore/cittadino.

A questo punto la giuria composta da sei persone del pubblico, si ritira in una stanza per venti minuti per deliberare. Il restante pubblico, lasciato libero per una pausa, si interroga sulla vicenda, ragiona, dibatte. Non ci si rende forse conto che si sta parlando di Amleto e Ofelia, come di quotidiani personaggi della cronaca odierna.

Tornati in sala, il verdetto. In questo caso Amleto è stato accusato di omicidio colposo e obbligato a scontare la pena di anni due in carcere. Ben poca roba rispetto ai ventuno richiesti dall’accusa. Prima del nostro verdetto, è letto dal regista un piccolo resoconto sui verdetti che hanno legiferato i pubblici di tutta Europa al lunatico Amleto. Si scopre che la maggior parte delle volte Amleto è stato accusato di omicidio colposo con una pena che va dai due ai dodici anni: il più delle volte lo si perdona, Amleto.

Shakespeare, nello scrivere Hamlet, si può dire che abbia attuato un riuso critico della drammaturgia, soprattutto in un punto: quello della recita della compagnia arrivata ad Elsinore. Amleto chiede agli attori di mettere in scena un “passionate speech”, un dramma da lui altamente apprezzato, ma ripudiato dal pubblico; una narrazione ispirata dal racconto della caduta di Troia da parte di Enea a Cartagine nel II libro dell’Eneide. Shakespeare era il rappresentante di un elemento di trasformazione all’interno della drammaturgia a lui contemporanea perché rielaborava fonti e drammaturgie preesistenti e perché cambiò il modo di approcciarsi a queste: definendolo un “passionate speech” lo parodiava, combinava un elemento di fascinazione e insieme di distacco verso la memoria storica.

Please, continue (Hamlet) è una rilettura drammaturgica in questo senso. Roger Bernat e Yan Duyvendak affidano ai loro “comici”, l’apparato giudiziario del paese di turno, un testo che si conserva nella memoria creando intorno a questo un alone fantastico, nei termini della storia, e di distacco verso questa, portando lo spettatore a ridimensionare la vicenda nella cronaca odierna. Un esperimento interessante della drammaturgia contemporanea in cui la rivoluzione è del testo, della giustizia, affidata al pubblico, e dell’attore che deve adeguarsi all’”improvvisazione” della Corte di Giustizia.

 

La Pelanda, Centro di Produzione Culturale - piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
Per informazioni: telefono 060608 - 06 49385619, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacolo: venerdì 12 settembre, ore 18.30
Biglietti: singolo spettacolo € 8 - tessera giornaliera € 17 - Fabulamundi | We are still watching | Every-Body: € 3; prevendita online presso www.vivaticket.it

Articolo di: Olimpia Sales
Grazie a: Emanuela Rea, Ufficio stampa Short Theatre
Sul web: www.shorttheatre.org - www.duyvendak.com - www.rogerbernat.info

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