Piccoli pezzi poco complessi - CRT Salone (Milano)

Scritto da  Andrea Dispenza Domenica, 06 Febbraio 2011 
Piccoli pezzi poco complessi

Dall’1 al 13 febbraio. Un omaggio a Michel Houllebecq e a “Le particelle elementari”. Due registi, due approcci al lavoro e due uomini sulla scena diversi. Due fratelli, un ricercatore e un disoccupato erotomane, vivono in strutture di ferro rassicuranti. Tra ossessioni e idee di rivoluzione futuristiche, una donna circuita attorno a loro creando continui contrasti tra esperimenti genetici e istinti primordiali, come il desiderio della creazione e le frustrazioni che ne conseguono in un mondo possibile, imploso, umano. Ottima prova d’attore per tutti e tre gli artisti in scena, a confronto con un testo complicato ed estremamente legato alla realtà.

 

 

InBalìa presenta

PICCOLI PEZZI poco complessi

autore Magdalena Barile

regia di Marco Cacciola e Francesco Villano

con Marco Cacciola, Lucia Mascino, Francesco Villano

coreografia di Lara Guidetti

scene e costumi di Petra Trombini

luci di Luigi Biondi

 

La verità è come una particella elementare, non è ulteriormente divisibile. Così scriveva Michel Houllebecq nel romanzo che l’ha consacrato, Le particelle elementari del 1998.

Verità inscindibile e tutt’altro che poco complessa. Si mette in piazza il tema della ragione che sfida l’istinto sessuale, la ricerca della perfezione e le critiche – più o meno velate – nei confronti della nostra moderna realtà. Insomma, un vortice di nozioni e comportamenti riferiti ad una società che sta perdendo i propri valori, quelli sessuali compresi.

La neonata compagnia teatrale InBalìa anima quest’amara riflessione dello scrittore francese sulla sessualità in un mondo di liberazione apparente.

Piccoli pezzi poco complessiLo fa con musiche tutte azzeccate: Radiohead in primis, poi Jackson Five o un apprezzabilissimo e rispolverato Gonja Sufi che fa anche da sfondo alle interviste che girano in rete dei due attori-registi. E altri suoni, come quelli di Dan Deacon, tra il dolce e l’elettronico, un inquietante carillon in perfetta sintonia con la disperata ricerca oggetto della pièce. Luci pop, fluorescenti, su sfondo bianco o al neon. Attori dalla tecnica disarmante, a partire dall’unica donna/androide sulla scena, Lucia Mascino: corpo elegante, drammaticità coinvolgente. La sua comicità, inoltre, con la quale tutto ha inizio – tra copione e improvvisazione – è originale, non invadente (poiché non distoglie l’attenzione dall’intensità della sceneggiatura) e irresistibile.

Piccoli pezzi ben riusciti, inducono alla risata e alla meditazione, a volte alla compassione nei confronti dell’uomo soffocato da dottrine accecanti che portano all’insuccesso e alla frustrazione. Poco complessi, invece, a seconda dei momenti. Sono pezzi di uova che uno scienziato sta covando con cura, di teorie scientifiche, di opere d’arte. Pezzi di un modello femminile, Susan, che dovrebbe rispecchiare i canoni della perfezione. Pezzi di biologia molecolare e di un desiderio sessuale incontrollabile, che sono poi le diverse ossessioni dei due protagonisti sulla scena. Desiderio che a volte diventa vano nel fumo di una sigaretta, altre, invece, porta l’uomo (erotomane o fissato ricercatore che sia) alla masturbazione. Quel gesto primitivo di spalle – dove forse si sarebbe potuto osare un po’ di più – che lascia soltanto un messaggio di solitudine più che di eros.

Piccoli pezzi poco complessiAlcuni momenti sono (volutamente?) confusi, ma di una confusione che non stona. Susan potrebbe essere un continuo esperimento, nuovo e riformattato ogni volta che compare sul palco, su cui l’uomo mette le mani per tentare di migliorarlo. Oppure sempre lo stesso ginoide, che si presenta in fasi diverse, più o meno in empatia con chi l’ha creato. Influenzato da Bruno e Michele, che sono protetti da due cubi, l’uno di fronte all’altro, in cui si racchiude tutto il loro personale e divergente microcosmo. I due fratellastri incapaci di costruire rapporti umani – così come originariamente li aveva pensati Houllebecq – ora addirittura si confrontano con espressioni quasi da padre e figlio o addirittura da sembrare l’uno l’alter ego dell’altro, per incontrarsi poi (e non trovarsi) quando i due cubi si congiungono.

La verità, quella non divisibile e non complessa dell’essere umano, resta da sempre una cosa confusa, come il caos tra i limiti della scienza e una natura imperfetta perché umana.

Dopo la messinscena dei tre attori, bisognerebbe rispondere a Philip Dick, scrittore da cui è tratto il celebre Blade Runner di Ridley Scott. Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Si chiedeva. Sognano bambini, invece. Che piaccia o no, noi siamo esseri umani. E loro sono macchine, per quanto perfette, create da uomini. Certi istinti non si possono proprio estinguere e tentare il superamento della natura può avere conseguenze estremamente pericolose.

 

Articolo di: Andrea Dispenza

Grazie a: Ufficio Stampa Cristina Pileggi

Sul web: www.teatrocrt.it

 

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