Perlasca. Il coraggio di dire no - Spazio Banterle (Milano)

Scritto da  Domenica, 26 Febbraio 2017 

Due i motivi per assistere a questo spettacolo: il primo è conoscere Alessandro Albertin, un giovane monologhista che si prende la responsabilità di rappresentare, da solo, in teatro, un personaggio che l’Italia ha conosciuto molti anni fa attraverso una fiction televisiva interpretata da un Luca Zingaretti al culmine del successo con l’amatissimo commissario Montalbano. Però qui si parla di ben altro, si parla di tragedie e di eroi perchè l’italiano Giorgio Perlasca, inizialmente camicia nera e fascista, lavorando in Ungheria e facendo la bella vita, scopre gli orrori di quanto realmente avviene oltre la facciata del bel mondo e si ribella. Con una creatività incosciente tutta italiana, diventa l’uomo capace di salvare molte centinaia di vite umane a rischio della propria.

 

PERLASCA
Il coraggio di dire no
scritto, diretto e interpretato da Alessandro Albertin
a cura di Michela Ottolini
produzione Teatro de Gli Incamminati e Teatro di Roma - Teatro Nazionale
in collaborazione con Overlord Teatro
col patrocinio della Fondazione Giorgio Perlasca
disegno luci Emanuele Lepore

 

Il secondo motivo è che vengo per la prima volta a vedere lo Spazio Banterle, l’ultimo dei teatri a essere inaugurato poco tempo fa a Milano, che trova spazio all’interno di una piccola palazzina rossa, dentro la piazzetta di Largo Corsia dei Servi, ovvero nel pieno cuore della città, a pochi passi dal Duomo e a un passo da corso Europa. Una volta dentro, si sale un piano e si entra in una salettina fortemente voluta dalla Compagnia degli Incamminati, che da molto tempo sognava di utilizzarla come base produttiva. Qui l’attore Alessandro Albertin dirige e recita questo monologo da lui scritto, utilizzando questo piccolo palco di legno appena poggiato a terra su cui vediamo due scatoloni neri ai lati e un fondale pure nero. Albertin è già dentro, parla con il pubblico, è vestito tutto in nero, camicia, cravatta, pantaloni, cintura e scarpe. E’ smilzo ma sembra robusto, è del tutto calvo e il suo sguardo cambia spesso espressione, è molto profondo.

Prima di iniziare chiede al pubblico di spegnere i cellulari, poi va a spegnere le luci. Resta acceso l’occhio di bue puntato su di lui e lo spettacolo ha inizio, per quanto l’artista sembra voler giocare un po’ col pubblico, al quale chiede: “Se vi chiedo una data: l’anno in cui Cristoforo Colombo ha scoperto l’America, sapete la risposta?” un ragazzo imbarazzato riesce a rispondere “1492” e sbuffa di sollievo, ce l’ha fatta. Poi vaga nella sala e si rivolge direttamente ad alcuni spettatori o spettatrici. Pone un altro paio di domande, come la data dello sbarco in Normandia che ha risolto la seconda guerra mondiale o la data dello sgancio della bomba di Hiroshima, a cui le persone indicate riescono a dare la giusta risposta, mentre il pubblico applaude ma non capisce ancora cosa significhi tutto ciò. Il nostro protagonista risale sul palco lentamente, dice che ora si comincia ma di colpo si volta verso una ragazza in prima fila e le chiede: “Cos’è successo il 13 novembre del 2015?”. Silenzio a denti stretti, gli occhi vagano. Io lo ricordo, ma taccio.

Già, ecco il punto: “Ci ricordiamo cose accadute molti secoli o decenni fa perché le abbiamo anche studiate ma ci dimentichiamo di una notte abbastanza recente che ha cambiato la vita di Parigi, dell’Europa e di tanti giovani che sono stati uccisi senza un vero motivo. Ci siamo già scordati il Bataclan! Non abbiamo più tempo per esprimere pensieri, è più facile un ‘mi piace’ su quanto scritto da altri per metterci in pace con la coscienza” ci rimprovera Alessandro fissando tutto il pubblico. “Ecco perché bisogna colpire a fondo” e fa il gesto di dare un colpo fortissimo col braccio, poi domanda: “Si può colpire a fondo senza fare male?”. Inizia da qui la storia che parte da Maserà, in provincia di Padova, dove vive Giorgio Perlasca, di fatto nato a Como ma ben presto trasferitosi con tutta la famiglia nel padovano per motivi di lavoro del padre.

Da grande Giorgio diventa commerciante di carne e va spesso a Budapest per contatti con altri commercianti ungheresi. A quei tempi si facevano buoni affari in Ungheria e “Budapest è la perla del Danubio, qui si balla!” racconta Albertin già trasformato in Perlasca. Arriva però l’8 settembre 1943 e Giorgio si trova a mangiare in un ristorante italiano del luogo. Un cameriere gli annuncia l’armistizio e la fine della guerra, le notizie volavano via radio a quei tempi. Ma in Italia esisteva la Repubblica di Salò e scegliere di seguire Badoglio equivaleva a dichiararsi traditori. Giorgio Perlasca sceglie Badoglio e da alleato diventa un ricercato in patria, per cui resta in Ungheria. Ma il negozio che aveva in Ungheria chiude per difficoltà di ogni genere e, a rischio di essere arrestato, Perlasca si reca all’ambasciata spagnola con una lettera, firmata da Francisco Franco, il generalissimo, che lo conferma amico del proprio popolo avendo combattuto per la Spagna. Chiede di poter avere un passaporto spagnolo come suggerito dalla lettera in caso di difficoltà.

Se qualcuno scoprisse che è un falso non avrebbe via di scampo ma nessuno se ne accorge, riceve immediatamente in modo irregolare un passaporto, nonostante le tantissime richieste di chi cerca la fuga ormai prevedendo il peggio. La nuova cittadinanza lo metterà al sicuro. Perlasca frequenta come faceva un tempo notabili, politici e l’ambasciatore Sanz Briz, ottima persona ma che si trova costretto a lasciare Budapest per questioni politiche dopo che da tempo aveva attivato diversi metodi per salvare la vita a migliaia di ebrei spagnoli e non, fingendo che lo fossero e che avessero quindi diritto a richiedere asilo politico. Col nuovo nome di Jorge Perlasca, il nostro concittadino ha imparato ad ammirare le azioni dell’ambasciatore, di cui è diventato assistente. Sapendo che dovrà andarsene, intuisce il dramma e la tragedia alle porte.

Prima che parta Sanz Briz, Jorge ha già utilizzato a proprio piacimento moltissime ‘lettere di protezione’ per far scendere dai treni diretti in Polonia moltissimi ebrei, soprattutto bambini, di cui non sopporta la deportazione, fino a che un gerarca alleato di Hitler lo scopre. Con abilità, riesce a corromperlo, in modo perfino elegante. E’ assolutamente doveroso sottolineare che Alessandro Albertin non è solo la voce e il volto di Perlasca, ma anche dei tanti personaggi che si trovano a incrociarlo: è così che immaginiamo le voci e le espressioni, i gesti e le sensazioni che ogni singolo individuo trasmette nell’interagire in questa storia sempre più appassionante. Un solo uomo in nero davanti a noi e l’impressione di avere di fronte a sé molteplici individui, bambini, donne, uomini malvagi o buoni, superficiali o coinvolti, terrorizzati o chiaramente arroganti per via del proprio potere. Solo cambiando il tono della voce e la mimica facciale, l’attore ci offre i tanti volti dei numerosi personaggi.

Ci sentiamo spaventati, commossi, dubbiosi, preoccupati. Difficile riuscire a pensare “Ma io che farei?” perché tutto va avanti vorticosamente. E Jorge Perlasca continua a salvare ebrei, portandoli nelle case sicure sotto l’insegna dell’ambasciata spagnola, tirandoli giù dai treni diretti ad Auschwitz, alla stazione di Budapest. L’orrore del protagonista non cede alla paura, anzi lo porta ad impegnarsi ancor di più a salvare soprattutto i bambini e, quando possibile, le loro famiglie. Si dice che la straordinaria avventura di Perlasca sia durata più o meno sette mesi. Il primo dicembre del ’44 l’ambasciata di Budapest deve chiudere perché spostata a Sofro: l’avvocato Farkas e madame Tournée sono disperati ma, di fronte a una tale emergenza contro la macchina del male, Perlasca si dichiara “Console, sono il console spagnolo in Ungheria!” e salva la situazione a rischio della vita. Anche perché è tutto falso, come i documenti che riesce a procurarsi.

Inizia così a firmare e timbrare ‘lettere di protezione’ col proprio nome, il Console Jorge Perlasca e sfida le Croci Frecciate fino all’ultimo, quando ormai ci sono vari accordi e la guerra è stata persa dai tedeschi. Perlasca ha nostalgia della moglie e del suo paese, ciò nonostante la sua tempra, il suo coraggio e la sua incoscienza, come quelle dello staff che lo ha appoggiato e aiutato sempre, finiscono la propria azione meritevole. Il 6 dicembre 1945 Jorge Perlasca decide che la partita deve essere vinta e va a parlare con il comandante Vaina. Da raffinatissimo simulatore, Jorge minaccia Vaina di ritorsioni in Spagna contro gli ungheresi, tutto ovviamente falso, ma ottiene la salvezza del ghetto di Budapest che doveva essere incendiato con dentro tutti gli ebrei sopravvissuti. Arrivano i russi, liberando ma anche violentando e mettendo la parola fine alla lunga, terribile avventura mortale. Albertin ha saputo riprodurre sia la durezza del nazista sia l’ingenuità di una bambina e c’è chi, dietro a me, nel pubblico, ha usato grandi fazzoletti per asciugarsi le lacrime.

Giorgio Perlasca torna in Italia e non parlerà mai di quanto fatto e avvenuto in Ungheria. Nella primavera del 1957 incontra un treno di giovani ebrei che da Budapest stanno andando a Genova per imbarcarsi per il Canada. Una di queste ragazze è Lily, la bambina che lui salvò anni prima in modo audace. Soltanto nel 1988 a Maserà arrivano in casa Perlasca i signori Long, che lo cercavano da oltre un anno ma in Spagna. Hanno con sé una ‘lettera di protezione’ da lui firmata che salvò loro la vita e volevano ringraziarlo di persona. Così questa storia si è diffusa e il nome di Giorgio Perlasca è entrato fra quello dei ‘Giusti delle Nazioni’: finalmente rotto il silenzio, un albero è stato piantato a Gerusalemme nel Giardino dei Giusti col suo nome. Ma l’Italia non lo ha mai celebrato né aiutato, al suo ritorno, per quanto avesse scritto a De Gasperi raccontando quanto fatto. Forse una certa sinistra non gli perdonò di essere stato fascista e la destra non gli perdonò di aver tradito la Repubblica di Salò per salvare gli ebrei. Per fortuna oggi noi siamo felici di risentire questa storia di coraggio incredibile, come hanno dimostrato i lunghissimi applausi di un pubblico commosso e rapito.

 

Spazio Banterle - Corsia dei Servi 4, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 3482656879, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: venerdì ore 20.30, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30


Biglietti: intero 20 euro, ridotto (over 65/under 30) e convenzionati 13 euro, studenti di teatro 10 euro



Articolo di: Daniela Cohen
Sul web: www.spaziomioteatro.it

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