Paranza. Il miracolo - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Lunedì, 18 Maggio 2015 

Il precariato come dramma lirico in una versione liturgica che mescola il teatro popolare da strada e le processioni, religiosità popolare e contemporaneità nella quale il senza lavoro resta un povero dalla vita misera. Un'opera collettiva che sembra nascere da un canovaccio prima che da un testo incardinato, dove gli attori reggono il lavoro da una prospettiva inconsueta. Molto preparati dal punto di vista tecnico, lo spettacolo si impone per originalità confermando una contemporaneità legata all’essenzialità della scena, a certa scarnificazione pur mantenendo la ripetitività tipica delle nenie e delle litanie. Qualche asciugatura possibile. Certamente un lavoro da vedere, coraggioso, che non rischia la genericità per il richiamo ai fatti di cronaca.

 

PARANZA. IL MIRACOLO
un progetto di Clara Gebbia, Katia Ippaso, Enrico Roccaforte, Antonella Talamonti
dramaturg e autore delle liriche Katia Ippaso
regia Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte
musiche originali e direzione musicale Antonella Talamonti
con Nené Barini, Filippo Luna, Germana Mastropasqua, Alessandra Roca
costumi Grazia Materia
scene Kallipigia Architetti
movimentazione scenica Massimo Bellando Randone
disegno luci Gianni Staropoli
assistente alle scene Giacomo Sette
assistente volontario alla regia Andrea Casarini
aiuto regia Maria Crescenzi
direttore dell’allestimento scenico Antonino Ficarra
i registi ringraziano Rosalba Greco
La prima messa in scena dello spettacolo Paranza (2013) ha vinto la III edizione del Festival “I Teatri del Sacro”
Coproduzione Teatro Biondo Stabile di Palermo / Teatro di Roma
in collaborazione con Teatro Iaia / Compagnia Umane Risorse



Paranza - il miracolo è una parabola in cui si narra di un pellegrinaggio laico, una sorta di processione di quattro disgraziati, straccioni, con un’ex vita più che dignitosa e, in alcuni casi, perfino di successo. Paranza è la barca notturna da pesca che esce di notte ma anche una sorta di baldacchino, di macchina scenica che portano in spalla come fosse un’attività professionale, l’unica ormai disponibile per quattro emarginati. Persone che il mondo ha espulso e che si ritrovano sole, con la vergogna di doversi scoprire come chi racconta di una casa rossa con ben cinque porte, cinque finestre di cui due grandi, specchi e specchietti e perfino un tappetino e delle piante. Peccato che sia la descrizione di una macchina, l’unica proprietà di un’esistenza sfilacciata e ridotta a brandelli.

E’ un viaggio che nasce raccogliendo le prime quattro persone disponibili, che va verso il nulla e la cui unica meta è imparare a pregare nel senso più umano del termine, a chiedere scusa (perdono) dei propri sbagli e a chiedere, a chiedere il pane quotidiano, a fermare qualcuno per chiedere l' elemosina. In poche parole, imparare l’umiltà. E’ così che colei che, non riuscendo a fare la cantante presta la propria voce, vende la propria voce, dai rumori di scena e fuori scena alle prestazioni liriche, sale in cime alla “macchina” e assume il ruolo della Vergine. Tre donne e un uomo tutti con un indumento rosso, come i nastri che tengono insieme questo scheletro che diventa il baricentro della scena, quasi una macchina di Sisifo. L’anziana che sogna di finire in clinica, una clinica con il giardino nel quale c’è posto anche per il proprio cane, pulizia e silenzio, ma che nessuno vuole più neppure ricoverare in ospedale (Nené Barini), che tiene le fila dello spettacolo; una giovane che vive in macchina dipingendola come una casa e si vanta di servire un ottimo caffè, una signora non più tale che è presa in giro come “la signora delle camelie” (Alessandra Roca); la “venditrice” di voce (Germana Mastropasqua) e un ex uomo d’affari, un manager licenziato (Filippo Luna), un capo ufficio che oggi non ha più neppure il coraggio di guardare il figlio, si trovano a misurarsi con gli altri che fanno da specchio alla propria condizione di miseria.

Qualcuno preferisce tentare un’altra strada, qualcuno fingere, ma alla fine sarà un’involontaria solidarietà a prevalere. Sullo sfondo l’Italia crudele di oggi, anche se gli annunci di suicidi di disperati sono evocati in una dimensione quasi surreale, evocativa appunto. Questa è la cifra originale dello spettacolo che ha il coraggio di uscire da ogni vezzo ammiccante, dal troppo ricorrente teatro della denuncia, teatro giornalistico. Lo spettacolo intreccia un lavoro di ricerca tra musica di tradizione orale italiana e teatro contemporaneo, con una particolare attenzione alle forme del presente e ai conflitti sociali.

La prima edizione di Paranza - Il miracolo ha vinto il premio “Festival Teatri del Sacro 2013”. Questo nuovo allestimento, coprodotto dal Teatro Biondo Stabile di Palermo e dal Teatro di Roma, dopo il debutto in Sala Strehler è andato in scena al Teatro India di Roma ed ora approda al Teatro dell’Elfo di Milano.

Paranza, che significa “barca o associazione di barche che pescano insieme”, designa anche i gruppi di fedeli che il lunedì, in albis, vanno dai quartieri di Napoli e dai paesi della provincia in pellegrinaggio alla Madonna dell’Arco. Spesso scalzi, in tenuta rituale, portano sulle spalle una pesante statua, cantando e danzando, sottoponendo il proprio corpo a digiuni e fatiche fisiche, per portare la richiesta di grazia alla Madonna.

La “paranza” dello spettacolo è quella degli “aventi diritto” che si trasformano in “richiedenti miracoli”. Persone che hanno perso tutto ma che si tengono attaccate alla loro umanità. Una paranza che parla, mormora, intona, canta e continua a sperare. Per non rassegnarsi, per ricordarci che siamo esseri umani, con bisogni, diritti e desideri.

La scenografia è povera e non decorativa, non avvolge, non sta dietro, non è spettatore, quadro fisso ma attrezzo di scena, interattivo con gli attori. Interessante anche il lavoro musicale frutto di ricerche e commistioni nell’ambito delle quali si riconoscono elementi della sacralità tradizionale e canti popolari. Su tutto domina l’idea, la prospettiva e il lavoro degli attori che impongono la regia come risultato e non punto di partenza.



Note di regia
Poiché la realtà sociale trasforma costantemente la vita degli individui, abbiamo voluto adattare di volta in volta la drammaturgia e la scrittura scenica ai cambiamenti del momento, raccontandoli in una laica rappresentazione fatta di parole e suoni.
Dal punto di vista drammaturgico, abbiamo seguito una doppia esigenza: pur mantenendoci lontani dal realismo, volevamo parlare dell’oggi e trovare una verità nella finzione scenica che rendesse i personaggi concreti ma allo stesso modo universali ed emblematici di quello che rappresentano. Per questo si è scelto, sin dall’inizio, di rivolgersi a Katia Ippaso (drammaturga e giornalista), che per la compagnia ha fatto, da un verso, un lavoro di dramaturg, montando una partitura dialogica che, nell’invenzione dei personaggi e nella stesura del testo, si è ispirata ad alcuni fatti di cronaca tenendo conto anche delle improvvisazioni fatte con gli attori; da questa sperimentazione ne è venuta fuori una partitura dialogata con un linguaggio quotidiano e a tratti crudele, che fa da contrappunto alla potenza del verso, che Katia Ippaso ha utilizzato scrivendo le liriche delle parti cantate, usando qui un registro di matrice poetica.
Le musiche sono composte e dirette da Antonella Talamonti. Dalla nostra prima produzione, Il Rosario, la musicista condivide con noi la ricerca di un percorso drammaturgico affidato in ugual misura alla parola teatrale e a quella musicale, in tutte le sfumature che vanno dal sussurro al canto. Le composizioni sono musiche originali, citazioni e trasformazioni che utilizzano suoni della cultura di tradizione orale e suoni di un mondo più contemporaneo. Un’importante fonte di nutrimento e di ispirazione sono gli anni di studio fatti con Giovanna Marini e il gruppo della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, e i viaggi di ricerca a cui anche noi partecipiamo. Durante questi viaggi assistiamo ogni anno ai riti della Passione, in giro per l'Italia, con sguardo antropologico. Ancora oggi uomini e donne si mettono in cammino e offrono in sacrificio fame, sonno e fatica al fine di mettere il corpo in condizione di superare i propri limiti e incontrare “l’oltre da sé”. Le processioni, i pellegrinaggi, le vie crucis, come le rappresentazioni teatrali sono riti in cui si organizza lo spazio, il suono e il movimento e si mette in atto una trasformazione del tempo che da ordinario diventa extraordinario. Quel che ci interessa di questo mondo è il modo in cui le persone decidono di mettersi insieme non per produrre o “per fare”, ma per condividere un dolore o per dare luce ad una speranza che da perduta diventa collettiva. Come Pasolini ci ha insegnato, nel nostro occidente in declino questi riti ci permettono di conservare la sapienza della condivisione e di organizzarci e ripensarci come società umana e solidale e non solo vittima di uno stato sociale debole, corrotto e in continua crisi.
I nostri quattro eroi del quotidiano danno vita ad una parabola pop mettendo in scena un miracolo senza Dio. Pur non cercandolo, recuperano il diritto fondamentale all’associazione che porta solidarietà tra gli individui; questa, perdendo i suoi connotati religiosi, per noi diviene “l’utopia necessaria degli esclusi” dentro uno stato laico.
Grazie al potere suggestivo e trasformativo della macchina teatrale, Paranza - Il miracolo vuole essere un viaggio attraverso cui proviamo a sognare un nuovo inizio.
Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte



Teatro Elfo Puccini (Sala Bausch) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: venerdì e sabato ore 19.30 - domenica ore 15.30
Biglietti: posto unico € 15,00
Durata: 60 minuti

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Veronica Pitea, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini; Emanuela Rea, Ufficio stampa Compagnia
Sul web: www.elfo.org

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