Padrone del mondo - Colosseo Nuovo Teatro (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Lunedì, 02 Aprile 2012 
Leonardo Sbragia

Dal 27 marzo all’8 aprile. Un ottimo monologo iniziale, interpretato da un sorprendente Leonardo Sbragia, cui il padre Mattia (attore, drammaturgo e regista) fa però seguire una farsa grottesca e un po’ trash che stereotipa il  dramma di una solitudine psicopatica che scambia il sogno virtuale in realtà fino ad un delirio di potenza ossessivo.

 

 

 

PADRONE DEL MONDO

scritto e diretto da Mattia Sbragia

con Leonardo Sbragia

e con Elena Arvigo e Mattia Sbragia

scenografia tratta da un’opera di Esmeralda Ruspoli

realizzata da Axel Mèa, Arkadij Ivanov

musiche originali di Stefano Fresi

 

Per  Leonardo Sbragia non è difficile prevedere un futuro di successo. La stessa sensazione la ebbi quando potei assistere, se non ricordo male correva il 1973 in una saletta ahimé scomparsa del circuito off (il manager del teatro Colosseo Ulisse Benedetti, figura storica della nostra memoria teatrale, mi può esser buon testimone), al debutto romano di Roberto Benigni. E poi nei primi anni Ottanta, quando con il gruppo de La Smorfia si presentò a Roma, dopo il successo in Campania,  un altro talento “mostruoso“: Massimo Troisi. 

L’inizio dello spettacolo scritto e diretto dal padre di Leonardo, Mattia Sbragia – evito la melassa della tradizione familiare legata teatralmente al blasonato cognome -, è fulminante: un giovane ha deciso di chiudere le porte della sua coscienza alla realtà e di vivere, inchiodato ad una poltrona, una specie di macchina shakespeariana che definirei incantata o stregata, una vita fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Con un telecomando che possiede le caratteristiche di una bacchetta da prestigiatore o da mago, il mondo virtuale entra nel cervello del ragazzo come una marea onirica in cui tutto è possibile e dove il possibile diventa, mentalmente ma paradossalmente, reale: cioé Tutto.

Il monologo assai convincente dura una mezz’ora e definisce i connotati psichici di una generazione di “bamboccioni” che sono dilaniati interiormente tra le infinite possibilità e potenzialità dell’Essere, immerso in un mondo virtuale, ed una realtà sociale e culturale fatta invece di miseria intellettuale ed ideologica. E’ la classica dialettica contemporanea dell’essere reale e del “poter essere“ virtuale. Così Leonardo Sbragia dà vita ad una mezz’ora di puro, vero, essenziale teatro: ci si dimentica perfino della dolce domenica di aprile lasciata fuori,  -  ci si mette anche la primavera romana con la sua dolcezza a rendere più difficile la vita di una pomeridiana teatrale!

Il testo scorre che è una bellezza: un monologo fluente, divertente, intelligente, complesso e gestito da Leonardo con inusitata maestria e precisione geometrica nella mimica e nella capacità di dar vita, con la voce e con le mani, ad una varietà di personaggi che sboccano dai suoi ricordi di infanzia. La regia paterna è nitida, direi perfetta come un cronometro svizzero.

Tutto sembra dunque funzionare alla perfezione, fino ad una battuta che, ce ne accorgiamo subito dopo, rompe l’incantesimo: “In fin dei conti, ho scelto il male minore!”.

La  battuta suscita sulle prime curiosità: perché “minore”? Quale sarebbe stato invece il Male Maggiore?  La strada per una corsa in discesa di questo brillante monologo pareva spianata, senonchè l’assolo di Leonardo, di cui ero entusiasta e dal quale mi aspettavo una seconda parte ancor più intrigante, finisce qui. Per dirla con un eufemismo: si finisce male ad evocare il Male! Dici “male” e si scatena il démone, non dell’inferno, ma quello dell’autore che in quel magma lavico, in cui come insegna Dante è molto difficile galleggiare, ci si tuffa a testa in giù per dimostrare che il salto mortale è nelle sue “corde” drammaturgiche. Ed ecco infatti che da una malferma cornicetta a rotelle spunta fuori, come autoevocatosi, l’autore-regista Mattia Sbragia nei panni di Sua Maestà il Diavolo in persona.  Niente di serio, siamo lontani dalle diaboliche e ahimé reali presenze di Thomas e Klaus Mann, entrambi a loro volta padre e figlio come Leonardo e Mattia: parliamo del demone della creazione artistica nel primo e del demone del nazismo nel secondo. Qui, invece, si tratta solo di un povero diavolo fuori moda che Mattia Sbragia rende assai simpatico e affabile, un po’ bandolero stanco, e le cui arti magiche e mefistofeliche saranno solo quelle di portarsi dietro un paio di scatoloni di sogni alla “Mulholland Drive” di David Lynch. Però questo diavolaccio, accompagnato da una procace assistente, un effetto ce l’ha: quello, come dicevo, di interrompere il lungo, azzeccato monologo di Leonardo e di inserire nella vicenda altri due personaggi da farsa grottesca che trasformano la rappresentazione in una sorta di rispolvero di un vecchio arsenale del “già visto e sentito” (del resto è il copione stesso a ribadirlo puntigliosamente), nonché del recupero in chiave volutamente trash di improbabili travestimenti a suon di orride parrucche. Sembra quasi che il testo sia stato scritto da Mattia in due fasi, e che le scenette del diavoletto pelato che gestisce il Mefistofele-femmina  in versione allettante, per dimostrare (ma già lo sappiamo!) come la dimensione onirica sia ben superiore alla realtà deprimente dei corpi fisici, sia stata aggiunta con gli spilli al corpus  iniziale ben più sensato e incisivo, - diciamola tutta: moderno – del resto che segue.

Intendiamoci, questa parte del testo è piena di buone intenzioni, di chicche, di notizie, di spunti colti che Mattia Sbragia snocciola abilmente. Che però non si capisce dove vanno a parare, se non a dimostrare quello che, ripeto, fino alla noia già sappiamo: che il diavolo ne sa una più…del diavolo! La questione non è che i temi del male, del doppio (un classico del teatro surreale e grottesco di inizio Novecento), del sesso vissuto come peccato, della piattezza del quotidiano, del sogno,  della dimensione temporale, del reale che uccide le passioni, della incipiente vecchiaia che spezza le speranze, dell’inizio della dialettica e della scienza  attraverso il concetto dei numeri Uno e Due, della cultura araba in cui si crea il concetto di zero…e qui mi fermo, insomma non sosteniamo che tutto ciò non meriti o non sia degno di adeguata trattazione drammaturgica. Ma adeguata, appunto, non buttata lì come a riempire un cannolo alla siciliana. Soltanto sul concetto di “zero”, a cui Federico II affidò la speranza di pace col mondo arabo facendo incontrare i suoi matematici con gli scienziati islamici dicendo “finchè parlano i numeri, non parlano le spade”,  si può scrivere un’opera drammatica. Altro sarebbe stato se si fosse collegato il concetto della dialettica a quello del calcolo binario che deriva dai numeri (Uno - Due,  Essere - Non Essere, Protagonista – Antagonista, Io – Non Io) da cui scaturisce la realtà virtuale del computer: quindi la metarealtà (la poltrona davanti ad un megascreen appunto virtuale) in cui è sprofondato il giovane personaggio della piéce di Mattia Sbragia.

Ma non è così, tutto è qui detto di passaggio, nulla approfondito o almeno collegato al senso complessivo dello spettacolo. Si va così avanti per tre quarti d’ora tra citazioni, richiami, riprese e riusi del repertorio teatrale-infernale: dall’Hinkfuss di “Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello all’episodio di “Filemone e Bauci” dal “Faust” di Goethe (ma il tutto in versione di parodia trash alla Solenghi-Marchesini-Lopez); dal “no habe banda” di Lynch ad altre citazioni letterarie  più o meno  pertinenti. Penso ad alcune battute pirandelliane di “Come tu mi vuoi”  che Mattia Sbragia riscrive ed infila a forza come sardine nel minestrone della seconda parte. E in effetti il senso di questa sezione dello spettacolo è racchiuso nel monologo della Mefistofele in gonnella che si accommiata dal ragazzo, annichilito come personaggio e improvvisamente irrigidito come interprete (a causa dal testo che prima lo serve a dovere e poi inspiegabilmente, incomprensibilmente lo annienta come personaggio), con la parafrasi di una battuta del capolavoro di Pirandello “Come tu mi vuoi”. Cui peraltro Mattia Sbragia allude, quando fa dire alla fanciulla che, smessi gli abiti succinti, appare improvvisamente in un attillato impermeabile alla Greta Garbo (o alla  Derrik?): “Peccato che tu non mi abbia mai vista, sarei potuta essere come tu mi vuoi”. E se ne va, lasciandoci in testa il testo (scusate il gioco di parole) di Pirandello:

L’IGNOTA: - mentisci a te stesso, anche con le tue schifose sincerità, perché poi non è neanche vero che sei così spaventoso. Consolati con questo: che nessuno veramente mentisce del tutto. Tentativi di darla a bere, agli altri e a noi stessi! (Luigi Pirandello, “Come tu mi vuoi”, in Maschere Nude vol. I, Mondadori, Milano, p. 930).

Quando il diavolo Mattia si ritira risucchiato dallo specchio (finalmente – lo dico da un punto di vista drammaturgico, perché Sbragia padre è comunque un attore coi fiocchi e non sai se è lo Sbragia regista a servire male l’attore nell’accettare e non riorganizzare un copione cosí  disomogeneo, o piuttosto il drammaturgo Sbragia a impacciare tutti e due: è questo forse il delirio di potenza in eccesso), dicevo quando la palla torna a Leonardo per un finale che si riallaccia alle promesse e agli stimoli dell’inizio, torniamo a capire il senso dello spettacolo: padrone del mondo è colui che riesce ad appropriarsi delle potenzialità del sogno  trasformandone la materia in realtà ideologica. 

Ma a questo delirio di potenza  bastavano un attore come Leonardo, una poltrona e una stanza priva di orpelli. Come ai vecchi tempi, qui il termine “vecchio” ci sta bene, dell’esordio di Benigni all’Alberichino di Roma.  A che pro tutto il resto, diavolo bislacco e démodé incluso?

Tant’è: alla fine Leonardo Sbragia mi strappa un meritato applauso.

 

 

Colosseo Nuovo Teatro - via Capo d'Africa 29, 00184 Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/7004932, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

Articolo di: Enrico Bernard

Grazie a: Ufficio stampa Viola Sbragia

Sul web: www.e-theatre.it

 

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