Padre, Figlio e Sottospirito - Teatro dei Conciatori (Roma)

Scritto da  Sabato, 10 Dicembre 2016 

Andato in scena al Teatro dei Conciatori “Padre, Figlio e Sottospirito”, drammaturgia e regia di Mauro Santopietro, con Antonio Tintis, è uno psicodramma familiare incentrato sull’unico attore che riflette, ricorda e scrive la sua storia in un monologo nel quale interpreta tre voci. Lo spettacolo si regge tutto sull’interprete. Esile il testo.

 

Teatro dei Conciatori
C.U.T. - Contemporary Urban Theatre - 100% TAGLIO CONTEMPORANEO presenta
PADRE, FIGLIO E SOTTOSPIRITO
drammaturgia e regia Mauro Santopietro
con Antonio Tintis
produzione Indigena Teatro - Residenza Artistica Errare Persona/Casa D’Arte sostenuta da MIBACT e Regione Lazio

 

La storia racconta il dramma della precarietà giovanile, tema di grande attualità, trattato come un tema storico in un contesto non ben identificato che però ha il sapore di tempi andati: al centro l’ambivalenza di essere vittime e carnefici ad un tempo nel mezzo di una crisi che non è solo economica e che conduce allo smarrimento come l’assurdità della vita.

La vicenda si svolge in una provincia dimenticata dove i paesi hanno nome di Santi, l’Italia. In questa terra tre ragazzi, fratelli, abbandonati, vittime e carnefici a loro volta, come racconta l’unico interprete che diventa “trino”, vivono in crisi ai margini di una crisi. Spinti dal bisogno di soldi e dalla necessità di scoprirsi finalmente adulti si rendono tutti e tre martiri. Il fratello più grande, Nino, decide di arruolarsi come militare, certo di ottenere uno stipendio che sarebbe difficile da conquistare per qualsiasi ragazzo oggi. La sorella, Alessia, decide di prestare servizio volontario in qualche associazione di aiuti umanitari, con l’intento di scoprirsi finalmente utile a qualcuno. Simone invece, il protagonista di questa vicenda, rimane afflitto dall’abbandono e anche dalla nostalgia del padre che ha già perso. I tre fratelli si dividono, perdendosi per qualche tempo.

Avviene poi che Nino ed Alessia, gli unici ad aver avuto il coraggio di allontanarsi dalla loro terra, vengono uccisi, lì dove la guerra però si fa per davvero. Sarà Simone a doverli seppellire, lui che per mancanza di spirito è stato l’unico a rimanere nel paese in cui è nato e cresciuto, il solo a poterli seppellire, a poter fare i conti con le scelte fatte, le sue e quelle dei fratelli. La sua stessa scelta di farsi prete, perché si guadagna circa mille euro al mese e si ha diritto a vitto e alloggio gratuito, nonché la prospettiva di fare carriera, non è certo motivata spiritualmente. Tra l’altro, abbracciando il sacerdozio, ha l’occasione di rivedere almeno le salme dei fratelli. La Chiesa infatti è letta alla stregua di una sorta di parlamento religioso, dalla parte dei favori e dell’utilità più spicciola.

La vicenda di Simone diventa così una discesa agli inferi, forse inevitabile, raccontata riavvolgendo il nastro dei ricordi quando ormai tutto è già stato compiuto, in una rievocazione a tratti malinconica, quando dolorosa se non rabbiosa, durante la quale ad un certo punto immagina di scrivere alla madre.

La scena, essenziale, è occupata da una cassetta di mele e pomodori, che segnano il legame mortale con la terra, e diventano oggetti per giocare tragicamente perché tingono come il sangue. Sullo sfondo una serra, che si trasforma in una sorta di camera a gas, contro la quale si avventa il protagonista che la rovescia come fosse un giocattolo con il quale prendersela.

L’interprete è convincente, determinato e con potenzialità. Il testo si muove esile con qualche incertezza, groviglio difficile da sbrogliare, che a volte rischia la confusione, come se dovesse essere sviluppato e trovare una direzione verso la quale andare, non necessariamente un messaggio.

Prevale infatti il senso nebuloso del surreale, a tratti onirico, farneticante, di una storia che pare estremamente semplice e ad un tempo complessa, in-credibile. Tutto finisce infatti in fumo come la sua sigaretta.

 

NOTE DI REGIA
Scelgo di scrivere queste note di regia come se avessi la possibilità di scriverle sotto forma di pagina di diario. Scelgo di farlo perché trovo sia più consono al tipo di operazione che siamo riusciti a portare avanti, attraversando un percorso di residenza in una provincia, insistendo su un concetto di onestà, non di artificio estetico. Poche luci, una scena reale che riesca a raccontare però anche altro, un lavoro fatto da Antonio di reale connessione con il contenuto del testo più che della forma della drammaturgia; tutti ingredienti, parentesi in cui sospendere questo spettacolo. La volontà è stata quella di voler entrare in una stanza emotiva, sconosciuta a noi come a chi vedrà il frutto di questo lavoro. Varchiamo la soglia del quotidiano per ritrovarci in un mondo molto simile, ma comunque differente al conosciuto e per questo ancora protetto mondo teatrale.
Per entrare siamo costretti a riavvolgere il nastro dei ricordi, abbandonandoci alle suggestioni di ciò che potrebbe accadere in quel momento. Forse le emozioni e la memoria emotiva se stuzzicata fa si che i sentimenti siano sempre contrastanti e paradossali gli uni agli altri. Motore portante di questo nostro viaggio è quindi la storia, raccontarla nel modo più semplice, renderla affascinante certo, ma soprattutto fruibile. Questa per me è la vera arma del teatro e della drammaturgia contemporanea. Tornare a raccontare delle storie con un inizio, un centro e una fine. Questo è stato l’intento con cui si è rimesso mano alla drammaturgia e la base su cui costruire l’intera messa in scena. I temi affrontati non sono però solamente il ricordo, bensì il presente e la speranza del futuro. Del futuro della mia generazione. Non posso certo parlare per tutti, ma come tutti anche io soffro quotidianamente le criticità del mio contemporaneo e del mio comportamento. Questo spettacolo è stato l’occasione, forse più di altre, di fare un sano esame di coscienza, artistico e non. Probabilmente nel guardarmi indietro, nel riavvolgere il nastro della vita ho cercato di compiere un primo passo di maturazione. Probabilmente negare il movimento di proiezione in avanti attraverso un movimento rivolto al passato è un processo inevitabile per crescere, per camminare in avanti. Un prendere la rincorsa e scontrarsi con il reale, accettandone i limiti, ma senza lamentarsene. Non c’è morale. Non c’è nemmeno ideologia, ma domande. Così è nata una preghiera.
Mauro Santopietro

 

Teatro dei Conciatori - via dei Conciatori 5, 00154 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/45448982, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18
Biglietti: intero €18.00 | ridotto €13.00 (+ tessera obbligatoria di 2 €)

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio stampa Teatro dei Conciatori
Sul web: www.teatrodeiconciatori.it

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