Nina - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Mercoledì, 09 Aprile 2014 

Il Teatro Libero è situato al terzo piano di un caseggiato e vi si fa ingresso attraversando due cortili che aprono su una piccola via a senso unico, molto trafficata trovandosi al centro di un quartiere che negli anni è diventato il centro della moda milanese e di altre iniziative giovanili, colmo di bar, ristoranti e scuole oltre a proposte di ogni genere. Ma il Libero ha aperto prima del boom, quando fare teatro è stato faticosissimo e denso di sacrifici… come oggi, tutto sommato. E si è sviluppato aprendosi a proposte di tutti i tipi, anche a livello nazionale e internazionale, come ospitare questo delicato, insolito, geniale monologo intitolato “Nina”, liberamente ispirato a Il Gabbiano di Anton Cechov, andato in scena dall’1 al 6 aprile. Un’unica, graziosa interprete: la bionda, piccola e sorprendente Rossella Rapisarda. Dopo un’attesa allietata da brani del grande Paolo Conte come sottofondo, le luci si spengono.

   

Produzione Eccentrici Dadarò presenta
NINA
liberamente ispirato a "Il gabbiano" di Anton Cechov
di Fabrizio Visconti e Rossella Rapisarda
regia Fabrizio Visconti
con Rossella Rapisarda
scene e costumi Ulisse Pantaleone
disegno luci Lucio Venosta
Premio Nazionale Teatrale Calandra 2013 - Premio miglior spettacolo e miglior attrice

 

 

Finisce la musica, il buio ora è totale e si sente chiaramente il rumore di un treno in marcia, che scorre sbuffando su vecchie rotaie. Poi una voce maschile dice in tono sommesso: “Dal buio emerge il rumore di un treno. Sto scrivendo una commedia, si chiamerà Il gabbiano e voglio che contenga tonnellate d’amore”. E’ la lettera scritta da Anton Cechov alla moglie adorata, che lo aspettava quando era in giro con le sue commedie nei teatri russi. “Inizia forte, finisce pianissimo… mi accorgo di non essere un drammaturgo sul serio…”. Ma, dal buio, tra le poltrone, salta fuori una voce femminile. “Scusate, scusate, sono in ritardo…” e la gente comincia a voltare la testa, cercando di capire chi disturba così, a voce alta.

 

Peccato, c’è poco pubblico così lei se ne accorge quando viene inquadrata dall’occhio di bue tra la gente. Sembra imbarazzata, indossa un cappotto, è agitata, si dirige verso il palco, parla con le persone, chiede l’ora ma sorride. “Sono in ritardo, scusate, devo prendere un treno, ho solo un’ora di tempo, mi dispiace, volevo raccontarvi questa bellissima storia. Signore, mi terrebbe il cappotto? E anche il mio biglietto? Non li perda, mi raccomando”. Si toglie pure le scarpe, resta con un abitino nero e sale sul palco, che presenta una seggiola da un lato, un baule chiuso dall’altro lato ed alcuni oggetti sospesi: due grossi tubi legati mediante corde al soffitto che paiono incrociate e un grosso oggetto metallico rotondo e piatto, pure lui sospeso da corde, sopra all’unica sedia.

 

La voce che leggeva la lettera va scemando e parla lei: “Il Gabbiano, di Anton Cechov, quattro atti. Tutto da sola”. Ora è proprio davanti a noi, sul palco, ben illuminata. Si volta, apre il baule e ne estrae un abito bianco, che lascerà a uno spettatore dopo essere scesa di nuovo tra il pubblico, dicendo che Nina lo indossa ma lei non ha tempo, deve fare presto, deve partire. Sale a piedi nudi sulla sedia, si china in avanti e allarga le braccia, con le quali compie gesti simulando delle ali di gabbiano, per poi cominciare col testo originale. Il cerchio, sopra di lei, si illumina di rosso e pare una grande luna piena, nel buio di una notte serena, però le parole finora pronunciate non sembrano piacerle abbastanza. Si interrompe, chiede luce alla regia e si rivolge alle persone, cosa che in breve farà per tutto il tempo, con la complicità di un preciso e attento direttore, Fabrizio Visconti. Assolutamente da ricordare le scene e i costumi di Ulisse Pantaleone, il disegno luci di Lucio Venosta che aiuta molto nel definire le atmosfere della rappresentazione, e la produzione, che non poteva chiamarsi altro che Eccentrici Dadarò.

 

Non un vero spettacolo, normale per così dire, ma uno show interattivo, dove chi guarda deve anche partecipare e dire la sua, subito. “Non c’è trama, non c’è intreccio, è decadente il monologo di Nina…” si lamenta. “Io voglio parlare d’amore… Perché ho voluto fare Nina? Ma è per questo che sono qui: tutti gli uomini cadono ai piedi delle attrici!”. Sorride e sembra felice. “Anche questa storia comincia in un teatro, piccolo e la luna che si specchia in un laghetto…” così il testo diventa una bella chiacchierata col pubblico, coinvolto perfino nello scegliere delle carte da un mazzo di Tarocchi, dove Rossella - “Io mi chiamo Rossella… sì, come quella di Via col Vento…” - confonde sempre più se stessa con Nina: una donna che amava il teatro ed amava un uomo e per questo era andata a Mosca. Per la nostra protagonista, però, l’intero testo checoviano è inutile da raccontare, perché si parla d’amore solo alla fine e quindi ci fa un riassunto per arrivare più in fretta al dunque, cioè al quarto atto.

 

Primo atto: monologo incomprensibile. Secondo atto: Nina s’innamora di Trigorin e del teatro. Terzo atto: va a Mosca per inseguire un uomo e il teatro e fallisce in tutto. Quarto atto: lei si perde, perché nella vita la volontà non basta. Solo qui, a teatro, c’è un copione e se vuoi una storia d’amore sarà grande, perché scritta da poeti. Per questo io amo il teatro. Qui posso essere felice, avere la luna, un amore che duri tutta la vita, che non mi tradisca mai…”. Adesso di sottofondo, a volume sempre più intenso, parte una versione magnifica cantata da Mina in tono struggente di ‘Dio come ti amo’ di Modugno. Rossella Rapisarda riapre il baule e ci entra, raccontando diverse storie dolci e colorate. Poi ne esce e prende un cappotto nero poggiato dentro, con infilato l’ometto di legno e lo usa come fosse un uomo vero, ci balla, ci parla e poi lo appende a una delle tante corde pendenti. Ora crea un numero davvero speciale che non sarebbe bello descrivere perché bisogna lasciare il gusto di vedere coi propri occhi quanto sia brava questa artista, innamorata pure lei del teatro e dell’amore.

 

Sono tanti i siparietti, tutti davvero gustosi e in costante contatto con gli spettatori, che ormai sono in sintonia totale con questa insolita monologhista, prima che si arrivi al finale. “Volevo parlare d’amore. Ecco. Ciao Romeo” dice a un uomo del pubblico, dopo aver chiesto il permesso di farlo alla signora accanto, per evitare incidenti. Forse tutti i presenti maschi si sentono un po’ dei Romei, chissà, o forse molte ragazze si sentono delle Nina, chi può dirlo. Certo rileggere “Il gabbiano” di Cechov in modo tanto personale è un azzardo eppure, visto così, è riuscito in pieno. E siccome non vuole farci mancare nulla, una sera ha dato ancor di più: la visione di un video, realizzato in Russia mesi fa, quando una sessantina di giovani attori e attrici, registi e appassionati di Cechov, hanno accettato l’invito di un personaggio molto particolare, il professor Jurij Alschitz, che ha scoperto dove ebbe inizio la carriera di Nina: un posto sperduto dove esiste ancora il teatro che ha ispirato Cechov. Vuole che tutti i sognatori come lui si rechino lì, a Yelets, per erigere una statua a ‘L’attrice’, Nina Zarechnaya. Motivazione: sarà il primo monumento dedicato a un’attrice che non è mai esistita. Titolo del video: ‘A Yelets in terza classe’.

 

Rispondono in molti e tanti scrivono per confermare la propria solidarietà a questa originale iniziativa, come Peter Brook e Natasha Parry, tra gli altri. I fortunati 60 partono e cominciano a girare il video fin dall’arrivo a Mosca, dove si fermano per un paio di notti a visitare la città; poi, con un treno affittato appositamente per questo viaggio, andranno da Mosca a Yelets, dove lavoreranno nel teatro che è già in loro attesa, faranno degli stage e terranno seminari, proveranno e reciteranno “Il Gabbiano” per i giovani del luogo, che forse poco sanno del loro grande connazionale che ha scritto un’opera che incanta i propri spettatori da secoli e che si svolge per di più nel loro paesino sperduto. Quando arrivano a destinazione ci sono 39 gradi sotto zero. Il resto è tutto da vedere, non so dove sia possibile reperire il video ma sarà possibile rivederlo, prima o poi. Alla fine della proiezione, davvero coinvolgente, coi commenti di Rossella fuori campo, ultima sorpresa: veniamo trattari come si fa in Russia, a ciascuno spettatore e spettatrice un bicchierino di vodka e un pezzo di ottimo pane fresco e profumato, per festeggiare questo incredibile incontro e ricordarlo il più a lungo possibile. Ah già, anche perché nel 2010 si sono festeggiati i 150 anni dalla nascita del grande Anton Cechov, nato a Taganrog nel gennaio del 1860. Un poeta da ricordare.

 

 


Teatro Libero - via Savona 10, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal lunedì al sabato ore 21, domenica ore 16
Biglietti: intero € 19, under 26 € 15, over 60 € 11, allievi Scuola Teatri Possibili in corso con carta TP CARD € 6 (prima rappresentazione € 3,00)

 

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Serena Lietti, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

 

 

TOP